Craxi non era liberista

Pubblicato da Redazione il

(Estratto dal libro “Il socialismo liberale di Bettino Craxi“, Licosia, 2015)

Eppure si sbaglierebbe a pensare che questa enfasi sul ruolo centrale dell’impresa e del mercato faccia di Craxi l’antesignano del neoliberismo in Italia. Né pare corretto individuare in Craxi l’ispiratore della svolta neoliberista del partito laburista di Blair[1].

L’accento è sulla produzione della ricchezza, ma l’obiettivo è quello di avere sempre maggiori strumenti per poter perseguire il fine di una maggiore giustizia sociale.

A Milano nel 1984 chiarisce il suo punto di vista: «l’esperienza ha dimostrato che quando stagna l’economia ristagna anche la giustizia; i riequilibri sociali non si fanno con le casse vuote; senza l’appoggio di una economia in espansione non si fanno le riforme, soprattutto quelle che costano. Quando è ferma l’economia le lotte sociali si fanno più aspre e la difesa dell’esistente diviene più dura e più cocciuta, anche quando alla sua base c’è l’ingiustizia; mentre noi sappiamo che migliorare le condizioni della giustizia e quindi dell’uguaglianza è il nostro primo e fondamentale dovere. Sono queste esigenze e queste esperienze che ci inducono in ogni occasione a sollecitare lo sviluppo economico e dare ad esso il più sincero e convinto appoggio […].  Lo stare fermi significa in realtà andare indietro; che solo l’operosità, l’intelligenza, lo studio, il sacrificio stanno dietro ad ogni successo e ad ogni conquista»[2].

A Torino nel 1985 ritorna sulla questione: «è forse superfluo che vi dica quanto condivida ed apprezzi l’atteggiamento della grande impresa italiana. Ho sempre pensato che solo in situazioni di sviluppo si possono risolvere problemi: che la moltiplicazione della ricchezza da le migliori possibilità di colmare gli squilibri sociali e di combattere a fondo e con successo il grande punto nero della disoccupazione; che nessuna condizione è peggiore di quella di uno Stato o di un governo costretto a redistribuire le perdite tra le varie classi sociali, finendo inevitabilmente in quella spirale involutiva che fa corrispondere ad ogni atto di giustizia sociale una fase di ulteriore impoverimento della nazione»[3].

Craxi non è l’antesignano in Italia del neoliberismo, di quell’idea cioè che vede nel mercato autoregolato, libero da interferenze esterne, la soluzione ottimale ai problemi della convivenza sociale. Al contrario, Craxi ne è uno dei critici più lucidi e più feroci.

A più riprese sottolinea la «miopia delle forze di mercato»[4] ed è tra i primi a lanciare l’allarme – come fa a Matera nel 1981 – di fronte al diffondersi di «una cultura reazionaria, che tenta di ristabilire un potere vetero-capitalistico, tecnocratico, oligarchico, che non vuole cambiare i partiti o rinnovare il sistema, vuole introdursi nella crisi per approfittarne»[5]. Già nel 1979 aveva posto la necessità di «contrastare le tendenze egemoniche dei grandi gruppi economici portati a farsi una legge propria, a ritagliarsi un regno nella Repubblica; va affrontata l’arca del privilegio corporativo e della speculazione incontrollata, vanno affermate per tutti le regole di una più rigorosa disciplina sociale»[6].

Craxi, ritorna sulla questione della «nuova destra» a Palermo nell’aprile del 1981: quando vede «il diffondersi di valori, di tendenze che non sono nuove, che sono facilmente riconoscibili, perché appartengono al bagaglio della reazione e della destra reazionaria europea. Quando si investe il sistema dei partiti, che è pur sempre l’architrave del sistema democratico, non di una critica salutare e rinnovatrice ma di una critica radicale e distruttiva. Quando si rovescia indiscriminatamente sulla classe politica una valanga di qualunquismo e ad essa si contrappongono valori astratti e la presunta superiorità di indistinte élite tecnocratiche, quando più o meno discretamente si comincia a fare l’occhiolino ai militari, quando si contrappone l’efficientismo al democraticismo, quando esasperando ogni cosa si tende a minare sistematicamente la fiducia del cittadino nelle istituzioni, quando si rende omaggio all’antica virtù dei corporativismi, quando si esaltano i valori dell’individualismo selvaggio e si deprimono i valori di interesse sociale, generale e collettivo, quando si cavalca la questione morale senza avere titoli per farlo o si plaude alla spregiudicatezza del sindacalismo autonomo, quando si impiantano piccole e grandi ma sempre oscure manovre dentro e fuori i gangli del potere pubblico e si guarda con disprezzo alle rappresentanze democratiche figlie del consenso e delle verifiche popolari, quando si mette insieme tutto questo è naturale che ci si chieda poi verso quale sbocco, verso quale itinerario si pensa di indirizzare la vita pubblica e verso quali alternative politiche e di sistema»[7].

In occasione del Comitato Centrale dell’aprile del 1983 con ancora maggior vigore denuncia il diffondersi di «“una nuova destra”, che abbiamo subito riconosciuto e denunciato ma come in altri casi ci ritrovammo piuttosto inascoltati e talvolta persino derisi. Ora invece c’è tensione e preoccupazione perché si constata che l’offensiva conservatrice è un fatto reale. Lo è sul piano internazionale nel mondo Occidentale, con il diffondersi di teorie non antisocialiste ma antisociali, con l’attacco a conquiste che sono il frutto di decenni di lotte dei lavoratori, con la richiesta di mano libera per attuare ristrutturazioni selvagge, con la insensibilità di fronte al dilagare della disoccupazione e all’accrescersi pauroso del divario con i paesi più poveri che si battono stretti tra i debiti e le morti per fame e per malattia. […] La “nuova destra” non ama certo definirsi tale. Preferisce talvolta paludarsi di efficienza, modernismo, progressismo. Diffonde paure e promette salvezze. Ma il disegno è chiaro e la direzione di marcia anche. Si mobilitano gruppi industriali, prendono nuovo slancio gruppi di pressione, si agitano personaggi d’avvenuta, falchi del potere bancario e del padronato industriale […]. C’è nel fondo una miope visione dei problemi della società nazionale, della loro complessità, dell’equilibrio necessario per attuare politiche realmente risolutrici. Ci sono propositi di rigore che sarebbero apprezzabili se non si raccomandassero per la loro unilateralità e se non si caratterizzassero per la loro sottovalutazione dei principi di equità e di giustizia che vanno invece tenuti fermissimi. C’è una vaga promessa di ordine che per la sua genericità e perentorietà sottende piuttosto un vacuo velleitarismo autoritario e non un collegamento con l’idea democratica di un ampio e profondo processo di riforme istituzionali. C’è puzza di rivalsa e di mano forte nei confronti del mondo del lavoro la cui collaborazione e partecipazione responsabile è invece indispensabile per affrontare costruttivamente i problemi di riorganizzazione, di ristrutturazione e di riprese che si pongono nella vita produttiva»[8].

Craxi ha sempre denunciato questo – come lo definisce nel 1991 –  «capitalismo selvaggio, senza regole e senza principi morali»[9], «avverso a qualsiasi intervento pubblico che potesse intralciarne il passo». Una avversione di cui Craxi già nel 1983 prospettava chiaramente le conseguenze: «ogni persona di buon senso sa […] che l’assenza di adeguate politiche economiche premia automaticamente i più forti, e tra i più forti i fortissimi, secondo un corso che non risulterebbe alla fine né virtuoso per l’economia né vantaggioso per uno sviluppo giusto ed equilibrato dell’intera collettività nazionale»[10].

Anche per Craxi, dunque, le disuguaglianze sociali non sono affatto un volano di progresso né economico né sociale: «i pochi, detentori di molto, sono espressioni di società antiquate, paleocapitaliste, oligarchiche e fortemente discriminatrici, ed oggi anche antieconomiche.»[11]

Quello della «nuova destra» neoliberista è per Craxi un attaccato ad ampio spettro nei confronti di istituti portanti del sistema istituzionale (in senso lato) italiano in particolare, ed occidentale in generale: «di fronte all’avvio di una nuova e più favorevole fase di sviluppo economico, nessuno deve pensare di poter trarre da essa benefici diffusi ed equilibrati senza uno buon governo dell’economia, senza una ferma convinzione pubblica sulla necessità che gli auspicati vantaggi siano orientati al miglioramento generale, per il risanamento del bilancio dello Stato, per aumentare l’occupazione, per espandere le attività produttive. Sembrano ben consci di questo coloro che interpretano ed esprimono le tendenze di una destra economica che in Italia sembra ora nuovamente alla ricerca di una migliore organizzazione delle proprie file e della propria influenza. Inopinatamente – ma non poi tanto – essi sviluppano campagne contro la cosiddetta “partitocrazia” e non risparmiano istituti fondamentali della vita democratica del paese come i sindacati, i cui esponenti sono delicatamente definiti su colonne autorevoli come “boss sindacali”, “appaltatori a mezzadria” dello Stato, responsabili di “ondate devastanti” nell’amministrazione pubblica. Io stesso ho denunciato più volte carenze e ritardi della pubblica amministrazione, la necessità del suo ammodernamento e di una sua nuova responsabilizzazione. Lo stesso congresso nazionale dei pubblici dipendenti della Cgil ha fatto propria la parola d’ordine del rinnovamento. Ma la prosa che abbiamo citato non è denunciare per migliorare, per correggere e cambiare ciò che deve essere corretto e cambiato nella vita delle istituzioni pubbliche e delle rappresentanze democratiche; essa è invece la denuncia di chi vuole diminuire ad un tempo il peso della pubblica amministrazione, il peso dei partiti democratici, il peso dei sindacati ed il peso del governo. Ciò ch’io penso è che dobbiamo avere la forza di rinnovarci agendo con coraggio e con scrupolo, e difendendo con coerenza in primo luogo gli interessi generali, in modo da rendere sempre più improprie, sempre più inconsistenti le critiche rivolte verso gli istituti dello Stato. Noi tutti, partiti, governo, sindacati abbiamo dei doveri: e quanto più sentiremo la voce di questi nostri doveri, tanto più saremo forti per orientare l’azione dello Stato nel segno dell’equilibrio e della giustizia per tutti»[12].

A torto, dopo il decreto di San Valentino sulla scala mobile, si sono attribuite a Craxi pulsioni anti-sindacali. Nella Tesi programmatica di Rimini si legge: «La forza conflittuale del sindacato è una componente essenziale della democrazia economica. Le caratteristiche corrosive dei conflitti degli anni ’70, meritoriamente emarginate e sconfitte dallo stesso sindacato, non debbono stendere la loro ombra sul futuro, sino a farci scambiare per giusta e necessaria pace sociale la rinuncia ad esplicitare e a far valere con metodo democratico le ragioni dei lavoratori e a mettere sotto accusa comportamenti speculativi e anticoncorrenziali dei datori di lavoro, favorendo magari in tal modo l’acquisizione di un ausilio pubblico o l’attivazione di reti di protezione sociale a spese collettive. La pace sociale di una democrazia matura è accettazione da parte di tutti delle regole della convivenza pacifica e delle regole oggettive che governano l’economia e la produzione, è rinuncia allo sciopero come arma quotidiana di protesta. Ma non è assenza di conflitto gestito con i tanti strumenti, diversi e spesso migliori dello sciopero che attraverso i mass-media, le manifestazioni, gli incontri portano il punto di vista sindacale all’attenzione delle istituzioni, della politica, della solidarietà collettiva»[13].

A Parigi, nel 1987 afferma: «È in atto una trasformazione nelle nostre società che non può e non deve travolgere le conquiste sociali e ricacciare in una posizione subalterna il grande mondo del lavoro. Il progresso economico non si traduce automaticamente in progresso sociale. Ciò comporta sempre una rotta, un intervento attivo di forze politiche, sociali e sindacali. Le libertà economiche sono il presupposto della libertà politica. Il laissez-faire, la corsa verso uno sviluppo capitalistico incontrollato e selvaggio sono l’anticamera del disordine, della esasperazione sociale e delle crisi»[14].

Qui Craxi tocca un punto nodale: la crescita economica in assenza di strumenti correttivi non si traduce in progresso sociale, la ricchezza non sgocciola automaticamente verso il basso, ma si concentra nella mani di pochi, andando così ad allargare ancora di più le disuguaglianze sociali. Il che significa che nulla può garantire che una fase di sviluppo economico possa andare a beneficio dei più, né che tale sviluppo economico possa essere sufficiente a guarire i mali prodotti da una questione sociale. Breve: lo sviluppo economico, di per sé, non è sufficiente ad avviare una fase di prosperità generalizzata.

E’ un concetto su cui Craxi ritorna nel 1984 in occasione dell’insediamento delle Commissione Povertà: «Sarebbe erroneo pensare che una diffusione del benessere con equità e con giustizia possa realizzarsi come una sorta di conseguenza automatica»[15]; e di nuovo a Milano nel 1988 in occasione del convegno «I socialisti per l’Europa»: «Lo sviluppo economico può moltiplicare la ricchezza ma difficilmente può percorrere da solo le strade della giustizia sociale e dell’uguaglianza. Lo sviluppo economico non si traduce automaticamente, spontaneamente nel migliore più equilibrato progresso sociale. Questo è compito della politica ed è soprattutto compito delle forze socialiste e progressiste presenti all’interno della comunità»[16]. Il passaggio è essenziale. L’alta marea (per usare un’immagine cara ai neoliberisti) non solleva tutte le barche (come credono i neoliberisti) sia le grandi che le piccole, a meno che non ci sia una mano politica (e sindacale) che indirizzi e incanali la nuova ricchezza capillarmente verso il più ampio numero possibile di cittadini nelle forme più diverse, sotto forma di aumenti salariali, di maggiori servizi, di nuovi posti di lavoro trainati dal crescere della domanda interna etc…

Craxi ritorna su questa idea di nuovo nel 1989 al convegno «Obbiettivo Europa: un impegno per i socialisti»: «Il mondo moderno parla di affari, i processi economici investono ormai la totalità dei cittadini, l’economia è diventata lo strumento e il mezzo fondamentale per ogni intervento equilibratore, per ogni iniziativa diretta ad allargare la fascia dei diritti e del benessere. Noi accettiamo ben volentieri la libera competizione degli interessi che ha anch’essa contribuito al miglioramento della condizione umana, abbiamo ben presenti riflessi negativi in termini di libertà e di civiltà che si sono avuti là dove quella competizione è stata soffocata o stravolta. Ma non dobbiamo mai dimenticare che il soggetto primo ad ogni nostra azione è l’uomo, la crescita del suo benessere ma anche dei suoi sentimenti, della sua moralità, nella sua dimensione di membro partecipe di una più vasta comunità»[17].

Tutto ciò significa che, come dirà a Rimini nel 1990, «non può bastare il modello di un capitalismo che, pur con le sue contraddizioni appare vincente sul terreno dello sviluppo, ma non è in grado di dare soluzioni adeguate alle problematiche sociali»[18].

Nella Tesi programmatica di Rimini del 1990 si legge ancora: «la forza e la capacità propulsiva dell’economia sono le risultanti di un mercato efficiente. L’illusione di sostituire il mercato con il cervello faustiano di una pianificazione onnipotente è caduta; e va anche respinta l’illusione meno plateale ma forse più radicata, almeno in una parte della sinistra, di rendere efficiente il mercato assoggettandolo ad una direzione pubblica che ne definisce le convenienze e gliene affidi dall’alto la realizzazione. Un mercato abbandonato agli attori economici genera squilibri, poteri prevaricanti ed abusi che danneggiano la collettività e contrastano con i principi di democrazia che valgono anche per le attività economiche. Ma la strada dell’efficienza e della democrazia economica non è quella della direzione dall’alto, che trasforma il mercato in un sistema amministrato nel quale prevalgono l’irresponsabilità e nicchie di convenienza private quasi mai coincidenti con la convenienza collettiva. La programmazione pubblica, di conseguenza, è necessaria, ma non è dirigismo. E’ disegno di uno sviluppo possibile, alla cui realizzazione lo Stato impegna se stesso e gli strumenti di cui dispone, contando sull’influenza che ciò può esercitare sulle scelte e sulle convenienze autonomamente valutate dagli attori economici privati». Di conseguenza: «Lo Stato deve intervenire sul mercato non con poteri di direzione, ma con regole: regole che impongano standard professionali e patrimoniali a chi svolge determinate attività, regole limitative delle concentrazioni e a tutela della concorrenza, regole che assicurino trasparenza e informazione, regole che sanzionino diritti e responsabilità, regole che diano argini alle attività finanziarie e neutralizzino le loro potenzialità speculative e destabilizzanti, regole a tutela dell’ambiente. Dove esistono imprese pubbliche e imprese a partecipazione statale, la loro presenza può risultare utile, al di là del retaggio storico, se esse corrispondono, e sanno assolvere, a perduranti e specifiche missioni. In Italia tali missioni vi sono e sono attuali: c’è ancora il mezzogiorno, che ha bisogno di infrastrutture, insediamenti produttivi e servizi, che le partecipazioni statali possono più dei privati portare o promuovere. Ci sono produzioni e tecnologie verso le quali esse possono canalizzare le loro risorse finanziarie. C’è il contributo che esse possono dare alla concorrenza e all’efficienza dei mercati, secondo l’insuperato e ancora valido modello dell’Eni degli anni ’50»[19].

In quel documento si legge anche: «Il progresso e l’articolazione dei mercati finanziari sono essi stessi espressivi di una contraddizione che va superata. Rappresentano infatti uno sviluppo positivo del nostro tempo, hanno moltiplicato le risorse finanziarie potenzialmente destinabili alla moltiplicazione degli investimenti e alla diffusione dei beni e servizi. Ma l’eccesso a cui si è giunti nel dare autonomia alla produzione e circolazione di titoli puramente finanziari e ai redditi puramente finanziari ha isolato il loro mondo da quello dei beni e dei servizi; ha portato a ridurre in taluni Paesi il ritmo degli investimenti reali di lungo periodo a beneficio di effimeri investimenti finanziari, con grave pregiudizio per la solidità del terreno su cui cammineranno le generazioni future; ha portato a ridurre il flusso degli investimenti e delle nuove risorse, che dovrebbero andare in misura crescente ai Paesi del sottosviluppo. Questa autentica malattia del capitalismo priva di ogni validità, se mai l’hanno avuta, le dottrine conservatrici dell’arricchimento collettivo come conseguenza della naturale diffusione di ciò che è acquisito dai ricchi (è la dottrina, conosciuta negli Stati Uniti, come la dottrina dello “sgocciolamento”)»[20]. Da ciò ne consegue che: «Il mercato non può essere considerato come fine a se stesso ma deve tener fede alla finalità di un “concreto progresso”»[21]. Quanto sono simili queste parole a quella di La Pira, Moro, Dossetti, Basso e alle loro riflessioni sulla necessità di finalizzare le libertà liberali al perseguimento di un concreto progresso sociale.

Tra i principali bersagli di questa «nuova destra» non poteva non esservi lo stato sociale, che Craxi difende continuamente e strenuamente, pur evidenziando che «nel suo insieme deve essere ristrutturato e riformato e non posto in liquidazione»[22], poiché esso «continua a rappresentare un cardine insostituibile della moderna società industriale»[23], sarebbe, pertanto, continua Craxi, «del tutto fuorviante impostarlo secondo un’ottica di pura negazione dello stato sociale in vista di un suo superamento in non si sa bene che cosa»[24].

Al Comitato Centrale del 22 aprile del 1983 afferma: «C’è stata una polemica contro gli “elementi di socialismo” che andrebbero rimossi dalla società italiana e rispetto alla quale non si è ancora ben compreso se sono in discussione i pilastri portanti su cui si è costituito anche in Italia uno stato sociale facendo fare un balzo di qualità in avanti alla civiltà del nostro paese o non piuttosto i burocratismi, le degenerazioni clientelari o partitiche, lo statalismo ingiustificato, gli sperperi ed i dissensi che possono essere figli di tutti ma non del socialismo almeno così come noi abbiano imparato ad intenderlo e a praticarlo»[25].

Nell’agosto del 1983 Craxi nel chiedere la fiducia alle Camere al suo primo governo avverte per il paese «l’esigenza di solidarietà collettiva, di un più forte il bisogno di contrastare l’incertezza, la insicurezza, la diseguaglianza» e sulla questione dello stato sociale dichiara: «Il Welfare State è da qualche tempo un grande imputato di fronte al tribunale delle società occidentali in crisi, eppure esso rappresenta forse la più grande conquista della civiltà europea di questo secolo. Lo è anche il Welfare State all’italiana con le sue impostazioni sociali molto protese in avanti e la sua grande disorganizzazione pratica e i suoi diffusi disservizi»[26].

All’XI Congresso della Cgil nel febbraio del 1986 ritorna sulla questione: «Da qualche anno a questa parte lo Stato sociale fa la parte dell’imputato in quasi tutti i paesi europei, per la verità, ma in particolare in Italia dove si vorrebbe farne addirittura il male di tutti i mali, l’ostacolo primo a chissà mai quale paradiso di sviluppo e di ricchezza. Noi dobbiamo affermare con forza che lo stato sociale non è il nemico dell’economia che, anzi, esso ha contribuito a rafforzare, rilevando la sicurezza e le condizioni di vita soprattutto delle parti più deboli della nazione, contribuendo così a una più estesa domanda di beni e di servizi. Ciò che noi dobbiamo cambiare, modificare all’organizzazione dello stato sociale sono le sperequazioni le ingiustizie che l’attuale ordinamento ha provocato. Dobbiamo migliorare la sua produttività, fare in modo che lo stato sociale non pensi troppo a se stesso,  non abbia più cura delle proprie strutture che non dei servizi che deve rendere ai cittadini. Questo è ciò che si deve fare: migliorare, ammodernare, equilibrare strutture e prestazioni, farne una cosa viva riproduttiva nel contesto della società italiana. Ingiustizia, disfunzioni, squilibri, cattiva qualità dei servizi si sono verificate nel settore della casa, della sanità, delle pensioni. Bisogna perciò rimettere ordine, equilibrare.»[27]

A Rimini nel 1990 afferma: «la libertà dal bisogno ha segnato la trasformazione dello Stato del Novecento e i diritti sociali si sono affiancati alle libertà civili, sino alla pretesa, che comincia oggi ad affermarsi, di concorrere irrinunciabilmente con essa alla definizione dello status di cittadinanza»[28]. In quella stessa occasione si sofferma sulla questione del sistema sanitario che andava  «ammodernato secondo le nuove esigenze, rimuovendo le incongruenze che premiano le situazioni di minore bisogno che lasciano scoperte esigenze primarie o più gravi. Occorre riformare il diritto alla previdenza, migliorandone le condizioni per i meno abbienti ed aprendo la strada alle erogazioni integrative per coloro che hanno maggiore possibilità di risparmio»[29]. E sempre a Rimini sposa l’idea del reddito di cittadinanza: «un istituto ineludibile in una società ricca come quella italiana. Va accompagnato per i giovani ad attività di formazione, per gli adulti ad attività di lavoro, agli anziani ed ai portatori di handicap secondo le loro effettive esigenze»[30]. Un istituto il cui fine è quello di fare in modo che tutti possano essere liberi dal bisogno, che, stando alla lettera e allo spirito della Carta costituzionale, è un vero e proprio diritto di ciascun cittadino: «L’inclusione della libertà dal bisogno nello status di cittadinanza deve tradursi in una mappa dei diritti che ne conseguono; chi non è in condizione di camminare da solo deve essere messo in condizione di farlo: chi è in grado di usare le proprie gambe, non deve godere di agevolazioni pubbliche; davanti ai servizi che concorrono alla realizzazione dello status di cittadinanza l’utente non deve essere nella condizione del postulante, ma in quella di chi esercita un proprio diritto. Alcuni diritti sono ancora da istituire; molti fra quelli acquisiti, sono da riformare eliminando le distorsioni e le sacche di privilegio cui hanno ormai dato luogo»[31].

Estendere, dunque, i diritti sociali, rafforzali e riequilibrarli a vantaggio di chi ne ha davvero bisogno con la consapevolezza che: «Quando l’economia, la cultura, le tecnologie ci offrivano molto di meno di quanto oggi è loro possibile, siamo riusciti nei paesi democratici a moltiplicare le opportunità di lavoro, a creare reti di protezione sociale, a far affermare il principio dell’uguaglianza, a migliorare grandemente il tenore di vita»[32].

A Reggio Emilia nel 1991 ritorna sulla questione e la amplia: «la società industriale avanzata, anche le società che conoscono gli orizzonti e gli stili propri del benessere e del benessere opulento, vedrebbero accumularsi contrasti e contraddizioni sempre più gravi se si trasformassero in un terreno di caccia incontrastato di una sorta di capitalismo selvaggio, senza regole e senza rispetto dell’interesse generale e senza quei vincoli di solidarietà che evitano il distacco tra il progresso economico ed il progresso sociale. In questo senso, depurata dai parassitismi, dagli appesantimenti burocratici, e dai protezionismi ingiustificabili ed inutili, mantiene tutta la sua fondamentale funzione lo Stato sociale, che va ad un tempo ammodernato, rinnovato e difeso. Costituiscono fattori di equilibrio tanto la presenza pubblica in settori strategici della vita economica e finanziaria, quanto l’azione di garanzia, di controllo, di partecipazione e di avanzamento sociale che deve essere svolta dal movimento sindacale, e quanto anche l’esperienza associativa su cui si fonda e si sviluppa il movimento cooperativo. Tutto questo non vuole e non deve né coprire né ridurre gli spazi della iniziativa privata. L’iniziativa privata, la libera imprenditoria sana, produttiva, creatrice e competitiva, resta il tessuto fondamentale ed anche il motore di spinta dell’intero sistema economico internazionale»[33].

In sintesi, come dirà a Berlino nel 1992: «dal pieno riconoscimento del valore dell’economia di mercato non si può giungere a desumere la necessità che lo Stato si assenti dall’economia. La “mano invisibile” non può e non potrà risolvere ogni problema mentre concorrenza e mercato aperto non possono essere considerati “un dono di natura” che non ha e non avrà bisogno né di aiuto né di controllo»[34]. «Lo Stato, pertanto, deve continuare a poter intervenire in maniera diretta o indiretta nella sfera economica perseguendo il fine di una sempre più grande libertà e giustizia sociale».

A Rimini nel 1990 afferma: «Siano in grado di liberare dal bisogno quanti ancora ne sono vittime, nelle nostre società e nelle aree povere ed impoverite del mondo. Siamo in grado di superare i rischi che incombono sul nostro sviluppo e che minacciano di inquinare gli sbocchi. Siamo in grado di consentire a ciascuno non solo la soluzione dei problemi materiali, ma una vita più serena, più creativa, più ricca di esperienze spirituali, sociali, culturali. Ma per tutto questo è necessaria l’applicazione generale e continua di nuove politiche redistributive, a cominciare dalla equità fiscale, che riequilibrino i dislivelli fra le varie categorie di cittadini, di nuove politiche regolatrici che operino nel mondo delle imprese e dei mercati finanziari, che si mostrino capaci di piegare i forti interessi corporativi e le antiche assuefazioni alla negligenza»[35].

Ma soprattutto politiche per creare nuovi posti di lavoro, anzi «tutti gli sforzi devono essere diretti alla creazione di occasioni di lavoro»[36] e questo perché: «il lavoro è la prima forma di dignità dell’uomo, che dà e che chiede allo Stato, che rispetta le leggi e pretende il godimento dei propri diritti. La fonte prima dell’autorità di uno stato è nella capacità di assicurare il lavoro ai suoi cittadini. La questione che stiamo affrontando investe la stabilità dei nostri regimi, la vitalità della nostra cultura e della nostra civiltà»[37].

Il passaggio è essenziale e va sottolineato. La questione della disoccupazione – sottolinea Craxi –  «investe la stabilità dei nostri regimi» […] «L’obiettivo principale del movimento socialista e di tutte le correnti politiche animate da una ispirazione sociale, solidaristica, umanitaria, non possono non sentire come compito prioritario la lotta contro la disoccupazione, la lotta per l’affermazione del diritto al lavoro, caposaldo essenziale di una civiltà democratica»[38]. A Torino nel 1978 aveva detto: «Dove non c’è lavoro non c’è nemmeno pace sociale; e i danni sono per tutti, non solo per il disoccupato»[39]. Là dove non c’è lavoro, pertanto, non solo vi sono difficoltà economiche, ma non vi è neanche dignità. E quanto più è ampio il numero di coloro che sono senza lavoro, tanto più, come si è visto, le fondamenta della società aperta tremano: chi ha fame e ha perso ogni dignità è disposto a tutto pur di migliorare la propria sorte, anche a vendere la propria libertà. E se il mercato da solo non può risolvere la questione dell’occupazione ne consegue che «lo stato deve assumere direttamente la responsabilità della piena occupazione»[40].

Il mercato lasciato a sé stesso non solo produce naturalmente questioni sociali, come si è detto,  dove «gli interessi dei più forti sono più forti e le necessità dei più deboli, difese più debolmente»[41], c’è un’altra questione come dirà a Firenze nel 1985 «la sola crescita economica non è in grado di risolvere da sola il problema della disoccupazione […]. E’ anche necessario rivedere di continuo interventi e politiche, a cominciare dalla scuola, perché una soluzione vera e stabile del problema della disoccupazione presuppone che si colmi prima qualsiasi divario, che si azzerino le distanze tra l’offerta e la domanda di lavoro, e che sia infine la stessa, alta qualificazione del lavoro a creare occasioni di iniziativa e di impresa»[42]. La questione della scuola e dell’istruzione è un tema su cui Craxi insiste di continuo, perché è nelle sue carenze che vede «l’embrione della disoccupazione»[43].

Al Congresso di Torino nel 1978 dice: «un’avanzata democrazia industriale ha bisogno di una scuola efficiente e democratica che non sfugga alle imperiose necessità di severità degli studi e di selezione fondata sul merito purché ne fondi i presupposti nella uguaglianza delle condizioni di partenza e delle possibilità per tutti i giovani e non giovani»[44]. Intervenendo al Convegno di Torino della Confindustria nel 1985 ritorna sulla questione ed sostiene che: se «l’offerta di lavoro fosse accompagnata da una preparazione adeguata alle esigenze della produzione l’attuale differenziale si ridurrebbe di molto; ed è anche vero – in via ipotetica ma non paradossale – che se l’offerta di lavoro fosse accompagnata da un sapere avanzatissimo e innovativo, sarebbe questa stessa offerta a creare e a moltiplicare le occasioni di impresa e di produzione. La scienza e l’evoluzione mondiale generale hanno aperto questi vasti spazi, vastissimi; e davvero ridotte sarebbero le nostre preoccupazioni per l’avvenire dei nostri giovani se fossimo riusciti, o se riuscissimo in tempi non geologici ma umani, a mettere al loro fianco una scuola moderna, viva e funzionale, e un apparato di ricerca scientifica davvero importante per quantità e qualità»[45]. Dato che «nella realtà di oggi e lo sviluppo tecnologico che produce progresso e ricchezza»[46] e «la conservazione del ruolo che abbiamo acquisito fra i paesi di maggiore industrializzazione, dipendono dalla quantità di risorse che sapremo destinare alla ricerca»[47]. Nella Tesi programmatica nel 1990 si legge: «Spetta al sistema scolastico nel suo insieme garantire e realizzare l’eguaglianza delle opportunità, e quindi neutralizzare il peso delle differenti condizioni economiche e sociali ai fini dei punti di possibile arrivo»[48].

La scuola pubblica, dunque, come strumento per una uguaglianza delle opportunità e come volano per un più ampio e sostenuto sviluppo economico, attraverso la ricerca scientifica ed innovazione tecnologica: «Non è possibile immaginare – dichiara Craxi a Siena nel 1986 – di poter tenere il passo con i tempi nuovi senza un continuo aumento qualitativo e quantitativo del nostro sapere (…). Siamo in un grande campo agonistico dove solo le nazioni che sapranno fornirsi di una adeguata dote di pensiero possono sperare di non perdere la sfida con gli altri paesi in cui altra gente pensa, studia, scopre e inventa e trasforma i prodotti dell’ingegno in ricchezza, benessere, migliore qualità dei prodotti»[49]. Riprende la questione a Milano nel 1986: «noi sappiamo con certezza che quanta più scienza e quanta più tecnologia produrremmo, tanto più saremo liberi dai bisogni, tanto più ogni uomo sarà in grado di scegliere di progettare la propria vita». Ecco perché: «l’innovazione tecnologica rappresenta e rappresenterà una variabile decisiva della dinamica del cambiamento».

Ricerca scientifica e innovazione tecnologica giocano un ruolo fondamentale nella visione politica di Craxi, in quanto leve per produrre quella crescita economica, che deve fornire le risorse finanziarie necessarie a produrre, attraverso la mano visibile dello Stato, più giustizia sociale, più ricerca scientifica, più innovazione e quindi altra crescita economica, in un continuo crescendo.

«La nuova rivoluzione tecnologica è basata, in una misura senza precedenti – dichiara Craxi-, sull’intreccio tra scienza e tecnologia. Le nuove tecnologie trovano infatti sempre di più il loro fondamento nella ricerca di base che genera, in tempi a volte rapidissimi, una pluralità di applicazioni, spesso imprevedibili all’inizio. Inoltre, l’attuale ondata di innovazioni tecnologiche, a differenza delle precedenti, genera una fortissima domanda di personale altamente qualificato, con una buona formazione universitaria e post universitaria iniziale, costantemente aggiornata attraverso forme di educazione ricorrente. Ne consegue che diviene strategico, anche dal punto di vista della competizione economica e politica internazionale, l’insieme della ricerca scientifica: non solo la ricerca applicata e di sviluppo ma anche l’alta formazione, innanzitutto quella delle università. Diviene, dunque, sempre più necessaria la cooperazione tra le reti di ricerca (Università, laboratori pubblici, laboratori delle imprese) nonché tra sedi della ricerca e sedi dell’alta formazione. Occorre cioè una visione e una guida coordinata all’intero settore. Non è un caso che in tutto il mondo avanzato si moltiplicano i contatti tra università e industria, e che luoghi di avanguardia dell’innovazione tecnologica coincidano con i grandi e più prestigiosi insediamenti universitari. Per finalizzare l’evoluzione tecnologica nel senso di una maggiore qualità della vita sociale occorre che un nuovo sviluppo della scienza fondamentale e applicata si inserisca nel quadro di una più generale crescita della cultura e della formazione che riguardi anche campi extra tecnologici […]. L’università nel nuovo quadro, articolato e complesso delle società industrializzate, è infatti destinata ad essere, per la sua tradizione, la sua natura e la sua tendenziale universalità, sede naturale della ricerca di base, quella ricerca che richiede più ampi spazi di libertà e di autonomia, spazi che tendono inevitabilmente a restringersi nei programmi di ricerca applicata, finalizzata, di sviluppo. Contestualmente cresce il ruolo delle università, non solo perché sempre più forte è l’esigenza di un più esteso ed elevato livello dell’alta formazione, ma anche perché essa fornisce le risorse umane per l’intero sistema di ricerca. Rispetto al sistema ricerca l’Università è il presidio della ricerca di base e il serbatoio delle risorse umane necessarie. E’ in questo ruolo che affonda le sue radici la domanda sempre più di autonomia, l’esigenza sempre più sentita di un sostegno dello Stato alla ricerca di base per resistere al rischio di condizionamento da parte del sistema produttivo. È a questa esigenza che vuole rispondere l’impegno politico programmatico di costruire un quadro istituzionale unitario per le università e per la ricerca»[50].

Scuola ed università dunque come generatori di nuova ricerca scientifica e di nuova innovazione tecnologica e, in senso lato, la cultura come motore primo dello sviluppo: «per tutti i paesi industrializzati – dirà Craxi – non c’è futuro senza cultura. Si potrebbe dire senza cadere nel paradosso che la cultura oggi più è importante del pane e del vino perché senza cultura il pane e il vino sono destinati a farsi scarsi sulle mense degli uomini»[51].

In questo ambito, sottolinea Craxi, un ruolo essenziale deve essere giocato dalle imprese pubbliche «che dovrebbe essere il settore più vitale, più combattivo, più lungimirante ed organizzato della nostra economia»[52]. Come dichiara a Rimini nel 1990: «Il sistema misto che caratterizza l’economia italiana ha dato risultati positivi e non può essere travolto nel nome di indefinite privatizzazioni agitate talvolta con una demagogia ideologica che nasconde il peggio, piuttosto che proposte entro i limiti di una pratica e giustificata concretezza ed utilità. L’impresa pubblica ha ancora molte funzioni da svolgere: c’è ancora il Mezzogiorno, che ha bisogno di infrastrutture, insediamenti produttivi e servizi. Ci sono produzioni e tecnologie verso le quali le partecipazioni statili possono canalizzare le loro risorse finanziarie. C’è il contributo che esse possono dare alla concorrenza e all’efficienza stessa dei mercati»[53].

A tale proposito sono importanti le parole che Craxi pronuncia a Genova nel 1990: «Al fondo di ogni cosa, anche a Genova, continua a scarseggiare un bene immateriale che resta tuttavia fondamentale. Penso a questa cultura moderna che sa collocare le imprese e con essa l’arte del produrre nel ruolo e nel grado di dignità che spetta loro nella costruzione di una civiltà industriale avanzata e in continuo progresso. Mi riferisco ad una cultura in cui pubblico e privato non siano soggetti contrapposti ma semmai complementari, impegnati a organizzare e seguire regole di mercato, a produrre occupazione, a realizzare utili, e generare benessere e ricchezza per i cittadini […] Io non amo la retorica in genere e non mi sono mai perso in mezzo alle retoriche né del privato né a quelle del pubblico. Le ho sempre considerate entrambe sbagliate, false, fuorvianti. L’IRI nacque per soccorrere il privato ma il suo compito non si esaurisce nel rimettere a posto le aziende in difficoltà per poi vendere, o svendere come si ritrovò a fare con la Sme. Ci sono settori strategici da non abbandonare, ci sono investimenti a lungo termine da compiere, rispetto ai quali il privato è riluttante, anche per ragioni obiettive, ci sono attività di ricerca e di sperimentazioni di evidente interesse nazionale»[54].

La critica di Craxi al neoliberismo è anche in questo: nel riconoscimento del ruolo essenziale che la mano pubblica svolge anche in ambito economico, perché può coprire ambiti che legittimamente le imprese private non hanno intenzione di coprire, perché gli investimenti sono troppo alti o i rendimenti troppo bassi o troppo lontani nel tempo, oppure perché non ci saranno affatto rendimenti: «L’ipotesi di uno Stato che affidi tutto in concessione ai privati, sul presupposto che lo Stato non sa gestire o gestisce male, è inaccettabile e inattuabile. Inattuabile perché rimarrebbero pur sempre servizi sociali irrinunciabili, anche se non remunerativi, che i privati non avrebbero alcun interesse a gestire. Inaccettabile perché perpetuerebbe la convinzione che tutto ciò che è pubblico è ingestibile e condannerebbe a una situazione di inferiorità e di degrado l’intero settore pubblico che, al contrario, contiene in sé una evidente potenzialità […]. Ripeto che niente è più errato, più ingiusto e più improduttivo di una contrapposizione radicale e antagonista fra pubblico e privato. Nel settore pubblico non mancano del resto esempi di funzionalità e di capacità di reggere la concorrenza anche internazionale. Ogni mitizzazione su questi temi è impropria. Queste considerazioni valgono anche rispetto ad un argomento su cui di tanto intanto sorgono delle dispute e cioè quello delle privatizzazioni. Io sono dell’opinione che le privatizzazioni sono convenienti soltanto se accrescono l’efficienza nell’uso delle risorse nazionali e se avvengono con procedure che assicurino trasparenza e imparzialità di trattamento. È importante non sopravvalutare il contributo che i proventi delle eventuali cessioni potrebbero dare alla soluzione di problemi finanziari del bilancio pubblico. Il sollievo finanziario immediato derivante dalla cessione di beni pubblici è evidente, e potrebbe anche apparire non trascurabile, ma occorre tener conto anche delle variazioni nella situazione patrimoniale complessiva del settore pubblico. Se non aumenta l’efficienza nell’uso delle risorse, la semplice privatizzazione del patrimonio pubblico rischia, in molti casi, di procurare al bilancio pubblico più perdite che profitti»[55].

A Reggio Emilia nel febbraio del 1991 riflette sulla struttura dell’economia italiana caratterizzata dalla presenza, nella stragrande maggioranza, di piccole e medie imprese che a suo giudizio non  possono fare tutto da sole e sottolinea: «il rischio derivante dall’assenza di adeguate e incisive politiche industriali di sostegno, partendo dalla convinzione che lo spontaneismo e l’autosufficienza non sempre bastano e che serve anche lo Stato […]. Le piccole e medie aziende rappresentano il 92% delle imprese italiane, e coprono più del 50% dell’export ed il 70% del fatturato.
Il nostro obiettivo non può dunque essere quello di lasciar lavorare autonomamente la falce del mercato, di far operare la legge del più forte, aspettando i risultati che rischiano di essere traumatici […]. Le piccole e medie imprese non possono fare contemporaneamente i conti con le difficoltà del mercato, con le proprie debolezze e con le inefficienze pubbliche.

Senza una politica industriale di impostazione nazionale ed internazionale, forte ed unitaria, da questa situazione non si uscirà facilmente perché le piccole imprese hanno bisogno dell’aiuto concreto dello Stato e di prospettive aperte, non certo del leghismo autarchico e miope […]. Alla piccola industria, se vogliamo che cresca e si mantenga competitiva, dobbiamo offrire un habitat complessivamente favorevole fatto di infrastrutture efficienti, di soggetti pubblici capaci e all’altezza del compito, di servizi alle imprese di alto livello. E ancora di incentivi pubblici che siano effettivamente utilizzabili, di strutture che le assistano nella proiezione sui mercati esteri, di una finanza e di tanta innovazione tecnologica»[56].

Alla luce di ciò pare di poter affermare che nella visione di Craxi vi è una vera e propria divisione del lavoro tra pubblico e privato, tra impresa pubblica e privata. Al pubblico spetta la produzione  sia di quei beni e servizi che il privato non ha interesse a produrre o la cui produzione rappresenta un rischio troppo alto per l’impresa privata; sia di quei beni e servizi necessari al sistema produttivo privato perché possa sfidare con successo la concorrenza internazionale: industria energetica, chimica, siderurgia, ricerca scientifica di base, giusto per fare qualche esempio[57]. Questa sinergia è in grado di produrre innovazione e quindi nuova crescita economica[58].

E’ evidente che perché questa sinergia possa funzionare è necessario che il pubblico sia finanziato adeguatamente ed il privato non sia strangolato dalla tassazione. Ciò significa che perché tutto il sistema economico possa rimanere in piedi è essenziale risolvere la questione fiscale. C’è di più, se non si risolve la questione di una giusta tassazione vengono a mancare le risorse e gli strumenti per risolvere quella questione sociale che naturalmente il mercato produce. E, come si è detto con insistenza nelle pagine precedenti, una questione sociale non risolta ha la forza di fagocitare ogni cosa. «Senza equità fiscale – dichiara Craxi a Rimini nel 1990 –  si attenuano fortemente i legami di realtà e di possibile solidarietà nel corpo civile, viene minata la capacità di governo del sindacato e delle sue articolazioni. Senza giustizia fiscale e il ruolo stesso dello stato nelle essenziali politiche di redistribuzione che viene messo a repentaglio. Un buon funzionamento del fisco che riduca le grandi aree di evasione insieme a un sempre migliore controllo della spesa sono fattori essenziali per il risanamento e il riequilibrio della finanza pubblica, che resta sempre un obiettivo centrale ed una questione essenziale non risolta»[59].

Perché poi tutto possa funzionare è necessaria un riforma istituzionale. E’ il tema su cui Craxi insisterà per decenni e che aveva lanciato nel settembre del 1979 quando aveva posto la necessità di dare avvio ad un «processo di riforma che abbracci insieme l’ambito istituzionale, amministrativo, economico-sociale e morale»[60].

Intervenendo alla Camera dei Deputati nel 1982 Craxi pone l’obiettivo di porre rimedio a quella «decadenza delle istituzioni che era ed è un fatto reale, al logorio degli attuali meccanismi avvertito in modo sempre più evidente. La difficile governabilità, il dominio della lentocrazia, le inefficienze pubbliche accettate quasi con naturale rassegnazione, le irrazionalità e le irregolarità del lavoro parlamentare, le rotture delle regole del gioco, la intempestività dei processi decisionali, sono emersi sempre più agli occhi di tutti»[61]. Di qui la necessità di aprire il cantiere delle riforme istituzionali per costruire una «democrazia governante»[62].

A Rimini Craxi tratteggia, dopo esser ritornato per anni sulla questione, nella maniera più compiuta la sua idea di grande riforma: «Gli attuali soggetti istituzionali e politici sono ormai chiusi in un recinto in cui decidono poco, e in questo modo finiscono con il rappresentare ancor meno. La forma istituzionale attuale non è più adatta alle esigenze della nostra moderna dinamica società. La riforma presidenziale che noi proponiamo si ispira ai modelli più funzionanti e ben sperimentati, oltralpe e oltre oceano, in paesi di libertà ben più radicate delle nostre. Essa risponde ad uno scopo preciso: dare più peso alla volontà degli elettori, accorciare le distanze tra i direttori degli istituti di governo, ridurre la massa di quelle mediazioni che hanno creato una vera barriera dove la volontà dei cittadini si distorce e si infrange. E’ tempo di ricreare un nuovo circuito più diretto tra gli istituti di governo e i direttori, unica via per evitare che la crisi delle istituzioni si trasformi in una frana di difficile rimedio. Una grande riforma, che riguardi la forma dell’esecutivo, il Parlamento, il processo di delegificazione, la modernizzazione della pubblica amministrazione, il decentramento regionale e le autonomie locali»[63].

La questione delle riforme istituzionali meriterebbe una trattazione a parte, ma alcuni punti possono essere accennati. E’ noto che una parte dei problemi della struttura istituzionale italiana vanno individuati in quello che potrebbe essere definito un «eccesso di parlamentarismo», che del resto è nella stessa carta Costituzionale. Una struttura istituzionale che fu certo concepita in questo modo per scongiurare, dopo l’esperienza del fascismo, il ritorno di esecutivi forti. Ma forse c’è anche altro e cioè una esigenza precisa del PCI di Togliatti. E’ probabile che Togliatti intuisse che, in quel dato quadro internazionale (prima l’occupazione alleata, poi la scelta atlantica dell’Italia), e dopo la cacciata dei comunisti dal governo nel 1947, le stanze dell’esecutivo sarebbero rimaste a lungo chiuse per il PCI. Tuttavia, dato il profilo nuovo che Togliatti aveva dato al partito (gramsciano, riformista, non insurrezionale, parlamentare, di massa[64]) per il PCI si sarebbero spalancate praterie di azione politica all’interno dell’istituzione parlamentare. Di qui l’esigenza di fare del Parlamento il fulcro della vita istituzionale e politica del paese, in grado di condizionare ed anche di bloccare l’esecutivo. «Il PCI – scrive Lucio Colletti -, che temeva di poter essere messo fuori legge, optò per un esecutivo debole e impotente. Altrettanto fecero la DC e le altre forze moderate […]. Il risultato fu un sistema di “governo parlamentare” puro: con l’esecutivo, consegnato mani e piedi legati al Parlamento; e con il Parlamento, a sua volta, frazionato (per la legge elettorale proporzionale) in una miriade di partiti. Da questo stato di cose, nacque subito la necessità di governi di coalizione – governi deboli per definizione, a causa della necessità di mediare gli interessi contrastanti di partiti diversi»[65].

E’ da queste logiche che nascerà quel fenomeno che va sotto il nome di consociativismo, che per Lucio Colletti in Italia si traduce «nell’incapacità delle maggioranze di governo di decidere veramente; l’arte di non affrontare i problemi, ma di differirli, nella speranza che fosse il tempo a risolverli»[66].

E’ chiaro che nelle intenzioni di Craxi vi fosse anche l’idea di rompere questa situazione, spezzando il consociativismo e dando maggiore peso all’esecutivo. Ma c’è anche altro: di fatto la proposta della grande riforma istituzionale che, come si è detto, sin dal 1979 Craxi andava predicando, è l’esatto contrario di quell’idea fissa del (falso) riformismo di sinistra, vale a dire le riforme di struttura. E non solo perché, come giustamente fa notare Ugo Finetti, di fatto, si mette in soffitta il materialismo storico: a contare è la sovrastruttura e non la struttura[67]. In questo senso non è un caso che Craxi individui nelle libertà liberali e sociali e nelle istituzioni che difendono e diffondono tali libertà «l’anima stessa della civiltà moderna dell’Europa»[68].

C’è dell’altro. Le riforme di struttura avevano il compito di creare dei cunei da inserire all’interno della «macchina mercato» e della «macchina liberal-democrazia», per farle evolvere nel loro opposto. In altre parole, l’obiettivo delle sinistre era quello di abbattere il mercato e le istituzioni liberali. Le riforme craxiane sono di segno totalmente opposto; esse, infatti, hanno il fine di rafforzare le istituzioni liberal-democratiche, metterle in condizioni di agire meglio e in maniera più efficace, di poter affrontare con prontezza i problemi, di creare, in altre parole, una democrazia liberale in grado di governare, di gestire i cambiamenti. E questo, forse è bene sottolinearlo, in piena emergenza terrorismo quando una parte degli intellettuali di sinistra di fatto divorzia dalla tradizione liberale occidentale sottoscrivendo la frase «né con lo stato né con le Br»[69]; un fenomeno, del resto, non solo italiano, come registrava lucidamente Tzvetan Todorov nel corso del suo soggiorno parigino: «Mentre da secoli i Paesi occidentali hanno imboccato al via della democrazia, gli intellettuali, che in teoria rappresentano la parte più illuminata della popolazione,  hanno invece optato per regimi violenti e tirannici. Se il voto fosse riservato in quei Paesi ai soli intellettuali, oggi vivremmo sotto regimi totalitari»[70].


[1]   E’ questo un topos ricorrente in più di un autore. A titolo di esempio Francesco Forte scrive che Craxi «aveva anticipato quella che fu poi l’ideologia e la linea vincente di Tony Blair». E più oltre «l’evoluzione di Bettino Craxi verso il liberalsocialismo, in quegli anni, fu graduale, anche perché si trattava di entrare in un’area nuova, apparentemente eretica. Vi era bensì il precedente di Rosselli. Ma questo rimaneva poco più che un messaggio di indirizzo, quasi uno slogan, date le diversità di strutture economiche delle due epoche, quella neocapitalistica in cui l’Italia allora si trovava e quella del capitalismo industriale degli anni venti-trenta a cui si era riferito Carlo Rosselli. E data anche la sordità a questo messaggio della cultura politica di sinistra italiana ed europea, in bilico tra socialdemocrazia pura e semplice dei laburisti inglesi e scandinavi, socialismo tradizionale franco-tedesco-italiano con basi marxiste riformate alla Turati, e terze vie di tipo cecoslovacco comuniste liberali. Non si trattava più di essere socialdemocratici come gli scandinavi, che vogliono un esteso stato del benessere paternalista e un’elevata pressione fiscale, ma che rispettano il mercato. Era passata l’epoca delle riunificazione dei socialisti con i socialdemocratici, che non era riuscita e della cui successiva diaspora stavamo vivendo il dramma. Si trattava di essere socialisti liberali, quindi di abbandonare i miti dello statalismo paternalista e del sindacalismo, e di fare politica attiva a favore del mercato, dei suoi incentivi, della meritocrazia», F. Forte, La nascita del socialismo liberale di Bettino Craxi, in A. Spiri, (a cura di), Bettino Craxi, il riformista e la sinistra italiana, cit., p. 203 e p. 205.

[2]   Id, 60° Giornata mondiale del risparmio, Milano, 11 ottobre 1984.

[3]   Id., Convegno di Confindustria «Risorse per lo sviluppo», Torino, 30 novembre 1985.

[4]   Id., Relazione al 41° Congresso del Psi, Torino, marzo 1978.

[5]   Id., Convegno sul Mezzogiorno, Matera 08 marzo 1981.

[6]   Id., Ottava legislatura, «Avanti!» del 28 settembre 1979.

[7]   Id., Relazione congressuale 42° Congresso PSI, Palermo, 22 aprile 1981.

[8]   Id., Riunione del Comitato Centrale, 22 aprile 1983.

[9]   Id, Chiusura del Festival dell’«Avanti!», Livorno, 22 settembre 1991.

[10] Id., 11° Congresso della Confederazione generale italiana del lavoro, Roma, 19 febbraio 1986.

[11] Id., 60° Giornata mondiale del risparmio, Milano, 11 ottobre 1984.

[12] Id., 11° Congresso della Confederazione generale italiana del lavoro, Roma, 19 febbraio 1986.

[13] Id., Un riformismo moderno. Un socialismo liberale, Tesi programmatica, Rimini, 22-25 marzo 1990.

[14] Id., Dichiarazione alla riunione dei leader socialisti europei, Parigi, 23 ottobre 1987.

[15] Id., Insediamento della Commissione povertà, Roma, 07 marzo 1984.

[16] Id., Convegno «I socialisti per l’Europa», Milano 09 giugno 1988.

[17] Id., Convegno «Obiettivo Europa: un impegno dei socialisti», 17 marzo 1989.

[18] Id., Per un riformismo moderno, per un socialismo liberale, Relazione introduttiva alla Conferenza programmatica, Rimini marzo 1990.

[19] Id., Un riformismo moderno. Un socialismo liberale, Tesi programmatica, Rimini, 22-25 marzo 1990.

[20] Ibidem.

[21] Id., «Giornate socialiste» organizzate dal Gruppo socialista del Parlamento europeo, Sorrento, 4 aprile 1989

[22] Id., Riunione dell’ Assemblea nazionale, Torino febbraio ’92. Alla Conferenza programmatica di Rimini del 1982 aveva detto: «Non pensiamo certo che si debba smantellare lo stato sociale. Si tratta, semmai, di ripulirlo da tutto ciò che di improprio, di degenerato e di ingiustificato si è accumulato nelle sue strutture. Si tratta in una parola di passare dal malgoverno al buongoverno dello stato sociale».

[23] Id., Riunione di Comitato Centrale, 29-30 ottobre 1982.

[24] Ibidem. Nella stessa occasione aveva detto: «Il riformismo sociale, che i socialisti hanno promosso svolgendo un ruolo determinante ha raggiunto nel nostro paese obiettivi molto avanzati. Non c’è bisogno di guardare a modelli più avanzati di sicurezza sociale perché, almeno dal punto di vita della legislazione in atto, sui punti essenziali, è stata disegnata una rete di protezioni sociali davvero cospicua. Disegnata ma non interamente attuata. Sicché i problemi con i quali siamo alle prese riguardano non tanto e non solo l’ipotesi di nuove riforme quanto la gestione delle riforme già varate, le strutture necessarie per renderle effettive ed efficacemente operanti, i gravi fenomeni di burocratizzazione e di dispersione clientelare, le contraddizioni e le diseguaglianze che si manifestano all’interno del sistema. Le correzioni sono divenute necessarie e anche, in taluni casi, la riforma delle riforme. E tuttavia se esiste il problema di una più razionale organizzazione delle gestioni sociali e dei benefici e delle protezioni che debbono essere diretti in primo luogo verso le aree effettive di bisogno sociale e comunque proporzionate secondo criteri equilibrati di giustizia sociale».

[25] Id., Riunione di Comitato Centrale, 22 aprile 1983.

[26] Per una critica puntuale di quelli che Craxi ritiene il cattivo funzionamento della pubblica amministrazione si veda, B. Craxi, Nell’interesse della nazione, Dichiarazioni programmatiche del presidente del Consiglio alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica, 9 agosto 1983. Nella seduta al Senato in data 13 agosto 1983 Craxi dichiara: «Il senatore Anderlini ci ha messo in guardia dal pericolo di fare nostre le parole d’ordine di alcuni noti leaders del mondo conservatore occidentale i quali gridano: troppa assistenza, troppa eguaglianza, troppi servizi. È difficile però nel nostro paese non dire: troppa assistenza per grazia ricevuta, troppa assistenza non dovuta, troppa assistenza nei confronti di chi non ne avrebbe né urgente bisogno né necessità e in definitiva quindi neppure diritto rispetto a chi ne avrebbe diritto e ne ha poca. Troppa eguaglianza e difficile dirlo in un paese in cui ci sono, sì, ingiusti egualitarismo, ingiusti appiattimenti, ingiusti non riconoscimenti o ingiusti riconoscimenti non dovuti ma dove ci sono ancora troppe grandi diseguaglianze che attraversano il corpo sociale dividendolo in modo ancora vistoso tra classi di reddito, tra disponibilità di ricchezza patrimoniale, differenze strutturali tra regioni e regioni. E non è il caso di dire neppure troppi servizi: semmai troppi disservizi, troppi servizi a costi non ragionevoli, non razionali e non necessari, troppi cattivi servizi rispetto alle risorse che vengono impiegate. Quindi la questione non va vista in bianco e nero, ma secondo una logica di selezione nella spesa, una logica che faccia sì che la protezione si rivolga principalmente a chi ne ha bisogno ponendo di fronte alla necessità di rinunce o di riduzioni di categorie e gruppi sociali che possono perfettamente permetterselo o categorie e gruppi sociali che non ne ricaverebbero danno tale da poter essere qualificato sacrificio, che comporta sempre dolore per avere un significato pieno e convincente. Non vi sarà perciò una politica sociale antisociale: sarà una politica selettiva, ispirata a criteri di giustizia e di equità, una politica che non potrà non essere condivisa e compresa da coloro i quali hanno il senso vero della solidarietà sociale e della solidarietà collettiva che molto spesso è mancata di fronte alle spinte assistenziali, clientelari, corporative, alle logiche minori, alle logiche particolari che guardano, appunto, al particolare e perdono di vista l’insieme», ivi, pp. 152-153.

[27] Id., 11° Congresso della Confederazione generale italiana del lavoro, Roma, 19 febbraio 1986.

[28] Id., Conferenza programmatica di Rimini, marzo-aprile 1990.

[29] Ibidem.

[30] Ibidem. Circa le modalità di finanziamento del reddito di cittadinanza, nella Tesi programmatica presentata a Rimini nel 1990 si legge: «potrò essere finanziato, oltre che con risorse attualmente disperse nel sistema assistenziale, con la creazione dello scudo europeo, un meccanismo finanziario che da tempo è stato proposto per la redistribuzione della ricchezza prodotta nella comunità in ragione degli squilibri socio-economici, e per sostenere progetti di occupazione e formazione, con il concorso degli Stati e delle imprese della stessa comunità».

[31] Id., Conferenza programmatica di Rimini, marzo-aprile 1990.

[32] Ibidem.

[33] Id., Convegno nazionale dei cooperatori socialisti, Reggio Emilia, 20 febbraio 1991. Sullo Stato sociale scrive Luciano Cafagna «L’ideale del socialismo liberale è – deve essere – il governo – e non lo sgoverno – della giustizia sociale», L. Cafagna, La grande slavina, Marsilio, Venezia, 2012, p. 166.

[34] Id., XIX Congresso internazionale socialista, Berlino, 15-17 settembre 1992.

[35] Id., Conferenza programmatica di Rimini, 1990.

[36] Id., Conferenza stampa di presentazione delle conclusioni della Commissione povertà, Roma, 17 settembre 1985.

[37] Id., Conferenza su tecnologia e occupazione, Venezia, 10 aprile 1985.

[38] Id., Congresso dell’Unione dei partiti socialisti europei, L’Aja, 09 novembre 1992.

[39] Id., Assemblea degli amministratori delle Camere di commercio, Roma, 13 giugno 1984.

[40] Id., Relazione al 41° Congresso del Psi, Torino, marzo 1978.

[41] Id., Conferenza stampa di presentazione delle conclusioni della Commissione povertà, Roma, 17 settembre 1985.

[42] Id.,  9° Congresso della Uil, Firenze, 28 novembre 1985.

[43] Id., 11° Congresso della Confederazione generale italiana del lavoro, Roma 19 febbraio 1986.

[44] Id., Relazione al 41° Congresso del Psi, Torino, marzo 1978.

[45] Id., Convegno di Confindustria «Risorse per lo sviluppo», Torino 30 novembre 1985.

[46] Id., Conferenza su tecnologia e occupazione, Venezia 10 aprile 1985.

[47] Id., Convegno «Università e ricerca per lo sviluppo del Mezzogiorno», Bari 07 aprile 1989.

[48] Id., Un riformismo moderno. Un socialismo liberale, Tesi programmatica, Rimini, 22-25 marzo 1990.

[49] Id., Cerimonia di apertura dell’anno accademico dell’Università di Siena, 20 gennaio 1986.

[50] Id., Convegno «La risorsa scientifica e tecnologica: università e ricerca verso il 1992», 18 gennaio 1989.

[51] Id., Discorso all’Istituto universitario europeo, Firenze,19 maggio 1984.

[52] Id., Intervento al Palalido, Milano, 18 marzo 1979.

[53] Id., Conferenza programmatica, Rimini, marzo 1990.

[54] Id., Convegno sullo sviluppo dell’area metropolitana genovese, Genova, 24 novembre 1990. «Investimenti di lungo termine da compiere, rispetto ai quali il primato è riluttante» e nello stesso anno a Roma, mette in evidenza come sia insoddisfacente la posizione delle imprese che non seguono il settore pubblico nell’impegno di aumentare o almeno tenere costante il finanziamento alla ricerca ma, al contrario, fanno piuttosto la marcia del gambero», Id., Convegno «Alta formazione, università e ricerca: la qualità dello sviluppo», Roma, 07 dicembre 1990.

[55] Id., Convegno della Confindustria «Stato e economia», Napoli, 22 aprile 1988. Nella seduta del 18 aprile della Camera dei Deputati, Craxi ritorna sulla questione delle privatizzazioni: «considero del tutto illusorio e mistificatorio agitare il tema delle privatizzazioni come mezzo risolutore dei nostri squilibri di finanza pubblica. Varrebbe semmai la pena sottolineare come il tema delle vendite dei beni dello Stato e della collettività non dovrebbe mai essere trattato in termini tali da suscitare l’entusiasmo smodato degli acquirenti compratori e dei loro amici, che a volte vediamo lanciati in vere e proprie campagne promozionali», Id., Discorsi parlamentari, cit., p. 457. Vi ritorna anche nella Tesi programmatiche di Rimini nel 1990: «Non c’è nella privatizzazione alcuna maggiore convenienza che non debba essere dimostrata caso per caso e che non possa risultare inesistente in singoli casi. Non c’è nel pubblico alcuna attinenza all’interesse generale che non debba concretamente estrinsecarsi attraverso la corretta destinazione delle risorse, l’efficienza delle gestioni e l’assunzione da parte dei dirigenti di tutte le responsabilità e di tutti i rischi connessi al loro lavoro».

[56] Id., Convegno nazionale dei cooperatori socialisti, Reggio Emilia, 20 febbraio 1991.

[57] Cfr., M. Mazzucato, Lo stato innovatore, Laterza, Bari, 2014.

[58] A tale proposito di grande interesse risulta essere la lettura che Craxi fa dei risvolti economici di Tangentopoli in un articolo a firma Edmond Dantes del 1995 e consultabile al seguente link http://www.operaomniacraxi.it/articoli/articolo695.html.

[59] Id., Conferenza programmatica di Rimini, marzo-aprile 1990.

[60] Apparso su l’«Avanti!» del 28 settembre 1979 con il titolo Ottava legislatura.

[61] Id., Si può fare si deve fare, Discorso al Comitato Centrale, Roma, 29 ottobre 1982; si veda anche Id., Intervento alla Commissione bicamerale per le riforme istituzionali, 12 novembre 1992. Per una approfondimento sulla questione della grande riforma si veda G. Acquaviva, L. Covatta (a cura di), La «grande riforma» di Craxi, Marsilio, Venezia, 2010.

[62] Id., Intervento alla Camera dei Deputati, 31 agosto 1982; Id., I capricci degli altri, in «Avanti!» 20 maggio 1983. 

[63] Id., Conferenza programmatica di Rimini, marzo-aprile 1990.

[64] Cfr., D. Sassoon, Togliatti e il partito di massa, Castelvecchi, Roma, 2014; G. Bocca, Togliatti, Feltrinelli, Milano, 2014.

[65] L. Colletti, Pagine di filosofia e politica, cit., p. 186.

[66] Ivi, p. 185

[67] Scrive, infatti, Finetti: «Il fatto nuovo – importante – è che Craxi sostituisce nell’ “immaginario collettivo” del PSI e della sinistra italiana le “riforme di struttura” (che dovevano gradualmente smantellare l’economia capitalista) con un programma che vede in posizione centrale le riforme istituzionali fino ad allora considerate invece come un fatto secondario – sovrastrutturale – se non mistificante o eversivo, tipico solo dell’estrema destra perché diretto a mettere in discussione il tabù intoccabile della Costituzione in quanto Arca dell’Alleanza antifascista», U. Finetti, Introduzione a Id, Il socialismo di Craxi, cit., p. 36.

[68] Id., Discorso al Palazzo dei Congressi di Bologna, 03 novembre 1984.

[69] Cfr., G. Fiore, Vita di Berlinguer, cit., pp. 292-293.

[70] T. Todorov, L’uomo spaesato, Donzelli, Roma 1997, p. 103.

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