Craxi e la sinistra

Pubblicato da Redazione il

Pare che il PD oggi non dedicherà nemmeno un momento per commemorare Craxi, non lo faranno i figli del PCI nè quelli della sinistra DC. A proposito, ricordo che qualche tempo fa Fabio Fazio chiese a Renzi chi preferiva tra Craxi e Berlinguer, la risposta fu a favore di quest’ultimo: “preferisco la sinistra delle opportunità a quella degli opportunismi”. Ancora devo capire che volesse dire.
Il PD dunque resterà in silenzio, non è una novità. Eppure quello che mi stupisce è che non si rendono conto di cosa ci sia in ballo: vale a dire la loro stessa sopravvivenza come partito. Mi spiego.
Partiamo da un dato di fatto. Noi abbiamo avuto il Partito comunista più grande al di fuori dell’URSS, che ha occupato quasi ogni spazio a sinistra. Ma nel contempo abbiamo avuto il Partito comunista più arretrato (ideologicamente) di tutto l’Occidente. In che senso arretrato? Nel senso di non riconoscere alcuna legittimità a tutti gli altri partiti perchè corrotti. Ma attenzione il loro essere corrotti non era dovuto alle tangenti, ma al fatto di avere accettato la società liberale e il capitalismo. La loro corruzione ideologica, in altri termini, derivava dal contatto con il capitalismo e dal non porsi come meta finale la fuoriuscita dal capitalismo, ma la riforma del sistema esistente.
Il punto è che se non si riconosce alcuna legittimità agli altri partiti (la diversità comunista è questa), allora significa che si è contro il pluralismo, e quindi la democrazia.
Questo che significa? Significa che il PCI avrebbe preso il potere e non lo avrebbe più lasciato, riducendo al silenzio ogni opposizione. Farnetico? Ascoltate che diceva Occhetto: “Rimane del tutto legittimo per un partito che è portatore di nuovi valori sociali e ideali perseguire la via di un’egemonia fondata sul consenso e che punti non a un ricorrente alternarsi di governi progressisti e conservatori, ma all’obiettivo storico della trasformazione della società”. Berlinguer diceva la stessa cosa quando affermava che in Italia le elezioni non si vincono con il 51%.
La conventio ad excludendum, pertanto, il PCI se l’imponeva da solo e se non c’è stata alternanza in Italia la colpa è anche del PCI.
Il PCI dunque è rimasto un partito marxista-leninista fino al 1989 e le voci di quanti cercavano una svolta social-democratica venivano ridicolizzate all’interno del partito. Erano i “miglioristi” e la parola era un modo per sfotterli: si accontentavano di piccole migliorie del sistema, aggiustamenti al margine, non della palingenesi rivoluzionaria.
Per fare un confronto, il gemello francese del Partito comunista, altrettanto fieramente marxista-leninista ha avuto un ruolo marginale in Francia, mentre in Germania la svolta liberal-socialista è del 1959 con il programma di Bad Godesberg con il quale, tra le altre cose, si rigettava il marxismo e si faceva pace con il mercato. Il che ha permesso al partito socialista francese e al partito socialdemocratico di competere per il governo, di conquistarlo e di garantire un sistema politico aperto, competitivo e in grado di produrre alternanza, quindi competizione politica, quindi progresso.
Questo vuol dire che se l’Italia è meno progredita rispetto agli altri grandi partiti europei, è perchè ha avuto il più grande e più arretrato partito comunista del mondo libero.
Ma i guai non finiscono qua. Il PCI ha rifiutato di imboccare la via che Craxi stava costruendo per creare una sinistra liberal-socialista (sul modello francese e tedesco), ed è rimasto attaccato al marxismo con le unghie fino alla fine. Così quando il muro è crollato, sono rimasti con il cerino in mano e sono dovuti andare alla ricerca di un nuovo santo a cui votarsi e a cui fare professione di fede. Così da un giorno all’altro hanno abbandonato il marxismo e con lo stesso slancio hanno abbracciato il liberismo.
La svolta non nasceva da una razionale riflessione politica, ma dalla necessità di colmare un vuoto esistenziale, di avere di nuovo qualcosa di saldo in cui credere, con i suoi santi, i suoi dogmi (l’infallibilità del mercato e l’onniscienza della mano invisibile) e i suoi diavoli (il sindacato, lo stato, le imprese di Stato, il welfare state). Insomma, “fondamentalismo di mercato”, come ebbe a definirlo George Soros.
Il punto è che, se con il muro di Berlino è caduto il comunismo, con la crisi di Lehman Brothers è caduto il dogma del liberismo e così, la sinistra in Italia, figlia del PCI, si è fatta trovare di nuovo impreparata e, da un giorno all’altro, ha perso per la seconda volta un centro di gravità che pensava permanente. Così da allora è di nuovo alla ricerca di un santo a cui votarsi e fare professione di fede inginocchiandosi.
Farebbero volentieri segretario del PD Bergoglio, ma poi passa Greta e la rincorrono per strada per portarle le chiavi del partito, ma poi passano le sardine e che fai, non gli apri le porte del partito? forse quelli almeno un’idea ce l’hanno.
Ecco queste sono le conseguenze di quell’antico, sussiegoso rifiuto di imboccare la via che Craxi indicava. Sono ridotti ad andare avanti e indietro con il cappello in mano alla ricerca di qualcuno che gli dica che cosa devono fare.
Eppure questa è solo una faccia della medaglia. Ce n’è anche un’altra: se la sinistra ha un futuro, vale a dire un socialismo laico, liberale, che sappia inventarsi un nuovo stato sociale in grado di garantire i diritti sociali anche nella nuova era digitale è perchè Craxi, insieme a tanti intellettuali, seppe piantare dei semi, che forse un giorno potrebbero germogliare e produrre frutti.
In altri termini, se la sinistra in Italia ha un futuro, è perchè c’è stato Craxi.

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