L’ideologia del collasso

Pubblicato da Redazione il


C’è un’ombra che oramai avvolge ogni cosa, un retropensiero che smorza ogni sorriso e entusiasmo per i tempi nuovi che stiamo vivendo e cioè l’idea del collasso imminente. Vale a dire, l’idea che l’Italia, l’Europa, l’Occidente, il mondo intero con tutto il sistema solare siano sul punto di un imminente inevitabile collasso.
Lo ripete Bergoglio ogni giorno, gli fanno eco i figli del cattocomunismo sempiterno e chi vuole spararsi una posa da intellettuale esistenzialista. (Diffidate da tutti coloro che pronunciano quella parola, diffidate).
Non è un fenomeno nuovo, anzi a voler essere sinceri puzza di stantio. Questa idea del collasso dell’Occidente che cos’è se non la vecchia solfa della teoria del crollo del capitalismo, di quel sistema cioè che porta dentro di sè contraddizioni tali da votarlo al tonfo? E se cade la struttura materiale, come può non cadere la sovrastruttura istituzionale e politica e quindi la liberal-democrazia? Ecco perchè nella retorica dilagante del disastro imminente vanno a braccetto crisi del capitalismo inquinante e del liberalismo sfrenato.
Di questo si nutre questo blocco politico e sociale che nel pessimismo e nel catastrofismo ci sguazza, perchè ci vede la prova di aver colto le leggi profonde che regolano l’evolversi della storia; che questa ha un senso e loro si muovono all’interno di questa corrente.
Vecchia miseria quella dello storicismo, un sintomo di una più profonda crisi esistenziale che affligge coloro che dell’individualismo hanno orrore. Non sbagliate, individualismo non significa egoismo, ma la capacità di poter decidere con la propria testa, contro ogni imposizione collettiva. Si chiama libertà e non a tutti piace.
C’è dunque, nella retorica del collasso, la vecchia solfa del collasso necessario del capitalismo, ma anche la paura dell’individualismo che è legato a filo doppio con la modernità, vale a dire con la fine degli attori collettivi (lo Stato) deus ex machina in grado di plasmare l’esistenza degli individui e risolvere i loro problemi.
Però c’è anche altro e cioè il passaggio da un modello ormai sgangherato e puzzolente (l’era industriale) a uno nuovo (l’era digitale), che produce beni e servizi in linea con le aspettative collettive (tutela ambientale, assenza di sprechi, personalizzazione etc). Il guaio è che non tutti (lo scrivo nel mio ultimo libro) hanno gli strumenti per poter fare questo salto, di qui la loro angoscia, anzi, paura nei confronti del futuro, e la nostalgia nei confronti di un mondo, quello del passato, che erano in grado di comprendere.
È in queste fasi di passaggio che l’angoscia del futuro prende alla gola. È già successo anche di recente: negli anni Settanta la predicazione da parte di Berlinguer e del PCI sulla catastrofe imminente è martellante (si leggano i discorsi raccolti nei due volumi “La Questione comunista” Editori Riuniti, 1975).
Del resto anche la stessa idea di austerity, altro non era che la nonna più combattiva dalla più pallida idea odierna di decrescita. Perchè più combattiva? Perchè il fine era sempre lo stesso, far risaltare le contraddizioni del modello capitalistico per metterlo in crisi. Di che parlo? Ascoltate quello che diceva Berlinguer al Teatro Eliseo nel 1977: “L’austerità non è oggi un mero strumento di politica economica cui si debba ricorrere per superare una difficoltà temporanea, congiunturale, per poter consentire la ripresa e il ripristino dei vecchi meccanismi economici e sociali. Questo è il modo con cui l’austerità viene concepita e presentata dai gruppi dominanti e dalle forze politiche conservatrici. Ma non è così per noi. Per noi l’austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo, non congiunturale, di quel sistema in cui i caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l’esaltazione di particolarismi e dell’individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato […]. L’austerità è per i comunisti lotta effettiva contro il dato esistente, contro l’andamento spontaneo delle cose, ed è, al tempo stesso, premessa, condizione materiale per avviare il cambiamento” , un cambiamento che consiste nell'”uscire dalla logica del capitalismo”.
L’Occidente non è al tramonto, e l’idea del collasso è un vecchio arnese che non serve a spiegare niente. Questo, per carità, non vuol dire che è tutto rose e fiori, anzi c’è una lavoro immane da fare, il primo dei quali è la riforma dello stato sociale. Ma si tratta di riforme, non di rifondare tutto daccapo, ribaltare la storia che sinora ha camminato sulla testa, e mettere al mondo un uomo nuovo: questo piace ai disadattati, ai violenti e ai dittatori.
Se la categoria del collasso non spiega niente allora quale categoria può essere utile a spiegare quello che sta accadendo? È semplice.
Siamo nel bel mezzo di una crisi di crescita, come le febbri che venivano da bambini. Anzi, per dirla più correttamente, “na freve r’ crescenza”, come si dice al mio paese, Ogliastro Cilento. Ecco questa è la nuova categoria con maggiore potere esplicativo.

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