La questione femminile

Pubblicato da Redazione il


Confesso di non essermi mai occupato prima della questione dei disturbi alimentari, per questo mi sono andato a guardare un po’ di dati dell’Organizzazione mondiale della sanità e mi pare che ne emergano alcuni costanti.
La prima è un fenomeno che in prevalenza: colpisce le donne; complisce le adolescenti; riguarda in massima parte i paesi sviluppati; è un fenomeno che ha subito una accelerazione a partire dagli anni Novanta; il numero delle persone che ne è colpito è in aumento.
Quando un fenomeno ha delle connotazioni così precise può essere utile provare ad usare gli strumenti della sociologia per dare un contributo.
Ma prima dobbiamo capire che cos’è la sociologia e non è una cosa semplice, visto che in questo periodo a livello globale pare del tutto ignorata.

Che cos’è la sociologia?
Partiamo da un punto la sociologia studia il modo in cui le persone interagiscono tra di loro all’interno della società. Per Max Weber che pure è il fondatore della sociologia, esistono solo gli individui, l’interazione avviene solo tra individui, la società non esiste. Che significa? Facciamo un esempio. Mettiamo che una persona sta passeggiando in campagna. Da lontano, vede un’altra persone e alza la mano per salutarlo. Che cosa si aspetta? Si aspetta che anche l’altro alzi la mano e se l’ho fa, significa che quella è una persona da cui non si ha nulla da temere. Se invece si china per prendere una pietra o agita un bastone, il messaggio è del tutto diverso.
Eppure, il modo in cui si saluta o non si salute non è una scelta individuale. In alcune culture alzare la mano, come noi facciamo per salutare, non è un gesto amichevole, ma minaccioso. Del resto, anche in Italia basta cambiare l’angolo di inclinazione della mano alzata per passare da saluto alla minaccia di uno schiaffo.
Per non dire di altre popolazioni come i Masai che si salutano sputandosi in faccia. In Cina è considerata buona educazione non soffiarsi il naso in presenza di altre persone e di fare rumore con la bocca quando si mangia.
Ecco allora che arriva la seconda definizione di azione sociale, vale a dire quella di Durkheim che dice che il modo in cui agiamo è determinato dai modi di pensare, sentire e agire esterni agli individui dotati di un potere coercitivo in virtù del quale gli si impongono.
Che vuole dire? Vuole dire che quando noi nasciamo non dobbiamo inventarci una lingua per poter comunicare con i nostri simili o lambiccarci in cervello per inventare il nostro gesto del saluto. La lingua c’è già, è esterna a noi, e così il modo di saluta, vestire, l’idea di ciò che è buono da mangiare e ciò che è disgustoso. In Cina ogni anno a Yulin fanno la sagra del cane bollito, una prelibatezza per i cinesi che a noi fa voltare lo stomaco al solo pensiero.
Questi fatti sociali, sono dunque esterni a noi, la lingua c’è già, le regole del vestire, del mangiare, l’idea di bello e di buono. Come fanno ad entrare dentro di noi? Grazie agli agenti di socializzazione, la famiglia, la scuola, i gruppi sociali nei quali ci imbattiamo crescendo. Così noi facciamo nostra non solo la lingua, ma anche tutti gli altri usi sociali, imparando cosa è per la nostra comunità buono e cosa è cattivo, cosa è brutto e cosa e bello.
Nella definizione di Durkheim c’è un elemento importante e cioè il fatto che questi usi sociali hanno una forza coercitiva, si impongono all’individuo, la società ce li impone. Come? Con le sanzioni, cioè delle penalizzazioni o dei premi che la società ci impone nel caso che ci conformiamo o meno ai modelli sociali predominanti. Ce ne sono di svariati tipi, io mi limito qui a citarne due, quelle sociali e quelle ultraterrene. Le sanzioni sociali sono due. La prima, forse la più forte è il riso. Che cosa sarebbe successo se io oggi mi fossi presentato qui vestito da guerriero Masai? Vi sareste messi a ridere. E il non farsi ridere dietro, e una delle cose che abbiamo sentito ripetere spesso nei nostri contesti. E che cosa sarebbe successo se fossi venuto qui oggi e invece di salutarci stringendo la mano avessi iniziato a salute sputacchiando a destra e a sinistra? Mi avreste cacciato via, e queste è la seconda sanzione sociale, forse la più forte, quella di essere cacciati dal gruppo. Le sanzioni ultraterrene sono quelle che conosciamo bene: non fare questo perchè se non vai all’inferno. Fai questo e vai in paradiso. Tutto ciò serve a creare degli individui che si conformano alle regole del gruppo e agli individui piace, anzi forse è il sentimento prevalente, quello di sentirsi parte ben accetta di un gruppo, con un ruolo ben definito. Senza scomodare Aristotele, l’uomo è un animale sociale, vuole vivere nel suo gruppo, con i suoi simili e la privacy, da questo punto di vista, la separatezza è un concetto innaturale.
Da un punto di vista sociologico, dunque, si potrebbe dire che la salute individuale è legata al fatto di sentirsi a proprio agio in un ruolo che riscuote il consenso degli altri e la malattia sociale è quella di non essere accettati dal proprio gruppo.

Società tradizionale ed azione elettiva
Perchè vi racconto queste cose? Perchè per la stragrande maggioranza della propria storia gli esseri umani sono vissuti all’interno di società statiche, tradizionali, dove i ruoli sociali erano perfettamente definiti e la possibilità di alterare le norme sociali era nulla. Su tutto e tutti regnava una tradizione considerata sacra che non poteva essere alterata, pena lo scherno pubblico, la riprovazione sociale, la messa al bando o la morte. Questo voleva dire anche che le persone non erano libere di scegliere e l’ascensore sociale era bloccato, il figlio del contadino avrebbe continuato a fare il contadino, perchè era giusto così, e il figlio del nobile sarebbe rimasto nobile. Si poteva migliorare la propria condizione diventando chierici, ma in quel caso il miglioramento era individuale, il proprio cambio di status non era trasmissibile alla propria discendenza.
Questo mondo, a partire dalla metà della seconda metà del secolo scorso ha iniziato lentissimamente a sfaldarsi. Si chiama processo di secolarizzazione e non ha a che fare solo con la religione. Ha a che fare con il fatto che se io figlio di contadino voglio fare il professore universitario non faccio torto a nessuno, non offendo la sacra tradizione. Per processo di secolarizzazione si intende il fatto che la cogenza normativa della sacra tradizione non plasma più in ogni aspetto la vita individuale.
Questo però significa che ora le persone possono scegliere (si chiama azione elettiva) chi e che cosa essere liberamente. Cosa molto bella a prima vista, e lo è, ma anche molto faticosa. E mica è facile senza il sostengo della tradizione, scegliere di volta in volta che cosa è bene e cosa è male, cosa è giusto e cosa è sbagliato, formarsi da sé una propria morale e una propria estetica senza avere nemmeno un preconcetto di fronte a un piatto fumante di cane bollito? Questo è il disagio della civiltà di cui parla Freud, la difficoltà di dover scegliere.

Secolarizzazione maschile e secolarizzazione femminile
Ora questo processo di liberazione per gli uomini è iniziato prima ed è stato più graduale. Gli uomini hanno avuto maggiore possibilità di adattarsi ed hanno avuto un maggiore incentivo a farlo da parte della società nella quale vivevano. Per dire, il giovane figlio di contadini che andava a lavorare in fabbrica non veniva considerato un traditore dei valori familiari; cosa ben diversa se una donna avesse lasciato la famiglia contadina per andare a studiare lontano.
Al contrario per le donne questo processo di liberazione è iniziato soltanto ora, forse solo dagli anni Novanta come fenomeno di massa e questo è un primo aspetto. Il secondo è che se da una parte la società ora, in qualche modo, incoraggia questo processo di liberazione, dall’altra la vecchia società, quella tradizionale, continua a premere cercando di imporre i suoi modelli.
Nel 2016 è stato pubblicato uno studio molto istruttivo condotto da due ricercatori dell’Università di Catania Università di Catania (Corsini e Scierri), intitolato “Differenze di genere nell’editoria scolastica. Indagine empirica sui sussidiari dei linguaggi per la scuola primaria”. I due ricercatori hanno fatto una cosa semplice ma molto intelligente: contare quante volte nelle favole dei sussidiari delle scuole elementari i protagonisti erano bambini e bambine; che lavori facevano questi protagonisti; e quali aggettivi erano usati per descriverli. Ecco i risultati.
Quanto ai protagonisti, il 60% sono bambini, il 37% sono bambine. Quanto alle professioni, i protagonisti maschi possono scegliere tra ben 80 professioni diverse, nell’ordine: Cavaliere, re, capitano, medico, pittore, esploratore, scienziato, marinaio, sindaco. Mentre le bambine devono accontentarli di dover scegliere tra solo 23 diverse professioni, le principali delle quali sono: mamma e maestra (in prevalenza) e poi strega, fata, principessa, commessa, cameriera.
Per quanto riguarda gli aggettivi, ai protagonisti maschi sono associati i seguenti aggettivi: audaci, valorosi, coraggiosi, seri, ambiziosi, autoritari, duri, bruti, impudenti. Alle bambine: (in prevalenza percentuale crescente): antipatiche, pettegole, invidiose, vanitose, smorfiose, affettuose, apprensive, premurose, buone, pazienti, servizievoli, docili, carine.

Messaggi schizofrenici e assenza di modelli
Questo che cosa vuole dire) Vuole dire che mentre c’è una parte della nostra società che dice che le donne possono fare di più e meglio degli uomini, dall’altra si continua a proporre modelli che non hanno più alcun senso. È un atteggiamento schizofrenico che provoca comportamenti schizofrenici e per questo mi sento di dire che quello dei disturbi alimentari è solo un sintomo di una più ampia e gigantesca questione femminile dovuta al fatto che alle donne non vengono offerti esempi, modelli ricchi di consenso sociale, a cui aspirare. Di qui la malattia, da un punto di vista sociologico, di non trovarsi a ricoprire un ruolo che gode di consenso sociale o, il che è peggio, di non sapere che ruolo ricoprire.
Se si imposta il problema in questo modo, mi sembra che in qualche modo si possa spiegare perchè il fenomeno riguarda in massima parte le donne (la società propone loro modelli contraddittori) le adolescenti (sono nel momento di maggiore contraddizione tra i modelli e devono scegliere) perchè i paesi sviluppati (perchè qui è più avanzato il processo di secolarizzazione) perchè ora (solo ora le donne si stanno realmente liberando).
C’è dunque una connotazione sociale in quel disagio individuale che sfocia nei disturbi alimentari ed è probabile che curando questo malessere si possa fare una qualche azione preventiva. Come?
Se così stanno le cose, se il problema è quello di una assenza di modelli positivi e in linea con i tempi nuovi, che possano ispirare le bambine e ragazze, allora una parte della soluzione potrebbe essere quella di proporre loro questi modelli: donne imprenditrici, scienziate, professioniste e non solo fate, streghe, maestre e casalinghe. Perchè se per tutti è vero che è difficile scegliere che cosa essere, a volte avere un buon esempio a cui ispirarsi può aiutare.

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