La politica di lunga durata

Pubblicato da Redazione il


A ben guardare quasi nulla accade per caso. Anche quelle scoperte scientifiche che sembrano una epifania improvvisa, come la mela che casca in testa a Newton, sono in realtà l’ultimo di una serie concatenata di eventi, studi, riflessioni.
Così l’instabilità nella sponda sud del Mediterraneo non è un evento estemporaneo e nemmeno il prodotto delle primavere arabe, ma il frutto di scelte politiche ben precise e che risalgono a parecchi anni fa.
Come le persone, anche le nazioni tendono ad avere dei comportamenti costanti. Così una delle direttrici fondamentali della politica estera inglese è sempre stata quella di impedire che, al di là della Manica, si formasse un’unico e forte stato. Per fare ciò gli inglesi hanno sempre tentato di sabotare dall’interno il processo di integrazione europea annacquandolo.
Così invece di partecipare alla costruzione si una più forte, coordinata e coesa unione tra gli stati esistenti (deepening) hanno favorito l’ingresso di sempre nuovi stati con il conseguente allargamento dell’Unione (widening).
Ora finché l’Italia ha avuto una classe politica degna di questo nome, mi riferisco in particolare a democristiani e socialisti (Moro, Andreotti, Cossiga e Craxi), in grado di dare priorità agli interessi nazionali piuttosto che a quello dei singoli leader politici, quella classe politica, nell’interesse del paese e dell’Unione stessa, hanno saputo guardare alle altre sponde del Mediterraneo e contrastare la linea politica inglese (e in parte anche americana), dando vita ad un percorso istituzionale europeo che avrebbe dovuto condurre per tappe alla integrazione dei paesi della sponda sud e al loro sviluppo economico. 
Quel percorso istituzionale era il Partenariato Euro-Mediterraneo, nato dalla Dichiarazione di Barcellona del 1995 e che, in prima battuta, avrebbe dovuto condurre alla creazione di un’area di libero scambio tra i paesi della sponda sud e l’Unione. Per inciso, questo (una comune area di libero scambio) realmente significa aiutarli a casa loro: dare cioè la possibilità di esportare i loro prodotti in Europa, l’area economia più ricca al mondo.
Finché quella classe politica è stata in piedi, dicevo, l’Unione ha mantenuto un andamento equilibrato. 
Tuttavia ad un certo punto quella classe politica è stata decimata. Sono così rimaste le terze e quarte file, che per non essere spazzati via anch’essi, hanno anteposto l’interesse personale a quello nazionale.
Così non solo non hanno contrastato l’annacquamento inglese, ma hanno anche favorito una vecchia fissazione tedesca, quella di crearsi un confortevole spazio vitale ad Est. Ironia della sorte, a far condurre la politica dell’allargamento ad Est (cosa di cui l’Italia aveva poco interesse e sopratutto cosa che andava a detrimento della politica mediterranea europea), si mise proprio un italiano, mi riferisco a Prodi.
Le conseguenze di quelle scelte sono ormai evidenti nella loro tragicità. I paesi dell’Est sono entrati nell’Unione con un atteggiamento predatorio e con scarsissima dimestichezza con la mentalità liberale e le pratiche democratiche. Nel frattempo l’Europa ha sbattuto le porte in faccia ai paesi della sponda sud, che hanno visto svanire ogni prospettiva di sviluppo, il che ha prodotto quella frustrazione che è l’anticamera dell’integralismo. 
Infine gli inglesi, dopo aver sabotato il processo di integrazione, hanno lasciato l’Unione (una vera operazione di killeraggio politico), ma rischiano di perdersi alla deriva nell’Atlantico.
Per rimediare a questi guasti (una accelerazione del processo di integrazione e la creazione di un vera politica estera europea) ci vorrebbe una classe politica europea all’altezza del dramma storico che rischiamo di vivere. Al momento in giro non si vedono che saltinbanchi. Ma sono fiducioso, saranno i tempi a creare gli uomini giusti.

Categorie: AnalisiFree

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