Il declino cinese

Pubblicato da Redazione il

Qualche giorno fa ero al Ministero degli Esteri per un tavolo di riflessione strategica sull’India. Ma visto che in molti interventi veniva fuori la questione Cina e tutti, concordemente, sostenevano che Pechino sarebbe stata la grande potenza del XXI secolo, quando è arrivato il mio turno non ho resistito all’idea di smontare questa vulgata, sostenendo che il grande problema del XXI secolo sarà gestire una Cina in declino, forse in preda alla guerra civile, rancorosa e che attribuisce all’Occidente tutte le colpe per la mancata realizzazione dei suoi sogni di potenza.
È vero che mi piace fare il bastian contrario, ma le ragioni che adduco a sostegno di questa tesi sono abbastanza precise. 
La prima l’ho scritta nei giorni scorsi: non ci può essere sviluppo economico senza libertà politica; Einaudi aveva ragione e Croce torto: non ci può essere libertà politica senza libertà economica e viceversa. Più forte e asfissiante diventa il Partito comunista cinese, più debole diventa la società civile e il mercato cinese. Delle due l’una dunque: o la Cina si libera del PCC o dovrà rinunciare ai suoi sogni di benessere.
La seconda riguarda la legittimità del governo cinese. Il principio di legittimità serve a fare due cose: la prima, spiega perché alcuni hanno il diritto di comandare ed altri il dovere di ubbidire; la seconda, stabilisce le regole per la successione del potere senza dover ricorrere alla forza.
Questi principi ad oggi sono soltanto due: il monarchico-ereditario (il potere si trasmette per linea di sangue); e il democratico elettivo (chi prende più voti governa). Vie di mezzo non ce ne sono.
Ora, tutti i regimi nati da una rivoluzione sono, piaccia o no, illegittimi e devono in qualche modo risolvere il problema di come passare il potere quando il leader rivoluzionario muore.
L’Iran di Komeini ha fatto ricorso, sebbene in maniera molto controllata, al principio democrarico-rappresentarivo. In Iran si vota. Mentre la Corea di Kim Il Sung ha trasformato il regime comunista coreano in un monarchia ereditaria.
Unione Sovietica e Cina sono rimaste nella terra di nessuno, provando a mettere in piedi sistemi ibridi, correndo sempre il rischio di sbucare nella guerra civile.
Morto Lenin, Stalin riesce a conquistare il poter eliminando fisicamente molti dei suoi avversari. Morto Mao, la Cina è sull’orlo della guerra civile e c’è chi come Hua Guofeng cercava di legittimare la sua posizione sulla base di un bigliettino che gli avrebbe lasciato il Grande Timoniere sul letto di morte nel quale c’era scritto “con te al comando, posso stare tranquillo”.
Consapevole di questo immenso problema, che anzi per certi versi è il problema cruciale, Deng Xiaoping istituisce tutta una serie di norme per regolare la successione del potere: il limite dei due mandati; il fatto che la generazione al potere allevava la successiva, selezionandone i vertici etc. Questo sistema per un po’ ha funzionato, garantendo la successione del potere senza spargimenti di sangue, finché non è arrivato Xi Jinping ed ha smantellato tutto il sistema di norme voluto da Deng e aperto nuovamente, e inconsapevolmente, il vaso di Pandora.
Così, quando Xi perderà il mandato del cielo e non sarà più al potere, per decidere chi dovrà succedergli non si potrà che far ricorso che alla forza e il rischio che il paese scivoli nella guerra civile è concreto. Ma c’è dell’altro: il potere che nasce dalla forza per governare deve spesso fare ricorso alla forza, a meno che non voglia ricorrere a uni dei due principi di legittimità su menzionati. Eppure, come Talleyrand ricordava a Napoleone: “con le baionette si possono fare molte cose, tranne sedercisi sopra”.

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