Moro non era comunista

Pubblicato da Redazione il

Ritorno su Moro e i governi di solidarietà nazionale (cosa diversa dal compromesso storico). L’idea che Moro preparasse l’alternanza è, a mio parere, una assurdità.
Il Moro che difende strenuamente la DC dalla prima Mani Pulite del caso Lockheed e che urla in Parlamento “non ci faremo processare nelle piazze” non poteva nel contempo lavorare con tutte le sue forze per preparare l’alternanza e quindi lavorare perché il PCI sconfiggesse la sua DC. 
E’ una assurdità che è stata messa in giro dalla propaganda comunista di quegli anni. 
E’ anzi vero il contrario: Moro lavorò con tutte le sue forze per sconfiggere il PCI e ci riuscì: il PCI non raggiungerà mai più i livelli di consenso del 1976 e si avvierà verso un continuo declino elettorale fino alla Bolognina. 
L’artefice di questa strategia di stritolamento del PCI fu Moro. Ecco quanto disse all’allora ambasciatore Richard Gardner: Moro “riteneva che fosse necessario guadagnare altro tempo. Ci sarebbe voluto almeno un anno per creare un clima elettorale in cui il PCI avrebbe subito una pesante sconfitta elettorale e la DC una netta vittoria. Il trucco stava nel trovare un modo per tenere il PCI in una maggioranza parlamentare senza farlo entrare nel Consiglio dei Ministri”.
E così fu fatto. C’è di più: il PCI dovette appoggiare un governo presieduto da Andreotti e da una serie di ministri indigeribili per Botteghe Oscure. Si leggano a tale proposito le “Cronache dall’interno del vertice del PCI” di Luciano Barca dove emergono chiaramente alcune cose importanti. La prima: il no fermo di Moro ad un ingresso dei comunisti nel governo; la forza con cui Moro impone Andreotti a capo del governo; la forza con cui Moro impone e conferma tutti i ministri invisi a Botteghe Oscure, nonostante le insistenze di Berlinguer per rimuoverli.
Il 15 marzo Luciano Barca scrive: “La delusione per la lista di governo presentata da Andreotti è profonda. Non c’è nessuna faccia veramente nuova. Bisaglia è rimasto alle PPSS, Morlino al Bilancio, Malfatti passa alle Finanze dalla Pubblica Istruzione lasciando questa a Pedini, c’è Gava, c’è Stammati.
Berlinguer rinvia ogni decisione a domani, come era stabilito, quando la Direzione si riunirà insieme alla Presidenza dei gruppi parlamentari, ma c’è chi non resiste a conquistare un titolo di giornale e qualche facile simpatia, anticipando che di fronte alla lista presentata il PCI non voterà per il governo.
Alle 23 suona il telefono di casa e Tullio Ancora mi prega di incontrarlo subito perchè ha un messaggio del ‘suo amico’. Decidiamo di incontrarci per via Chiana, lui salendo da corso Trieste io scendendo da via Lauriana. Appoggiato al cofano di una macchina, con Fabrizio che a dieci metri mi fa da scorta (anche Ancora è scortato dal figlio Felice), prendo appunti del messaggio di Moro per Berlinguer che Ancora mi legge nella scarsa luce. E’ un appello di Moro a Enrico perchè non si cambi la linea decisa, passando sopra ai nomi di alcuni uomini. Moro si fa personalmente garante che il rinnovamento andrà avanti nonostante la lista di governo che ha dovuto tener conto di tutte le correnti della DC.
Assicuro Ancora che nessuna decisione è formalmente presa anche se siamo tutti profondamente delusi e che certi nomi potevano esserci risparmiati e che l’indomani esamineremo tutti gli aspetti con serenità. Sappiamo di avere intrapreso un cammino non facile per entrambi. Non ci attendevamo subito certi massi posti per renderlo impervio.
Tornato a casa, decido di non svegliare Berlinguer. Batto a macchina il messaggio nel caso non riesca a ritagliarmi cinque minuti solo con lui, in modo da passarglielo appena arriverò a Montecitorio”.
Aldo Moro il giorno seguente non arrivò mai a Montecitorio. Era il 16 marzo e fu rapito in via Fani.

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