Potere alla folla

Pubblicato da Redazione il



di NUNZIO MASTROLIA

Il Foglio 15/7/2016
POTERE ALLA FOLLA Il referendum inglese e la Brexit hanno innescato un dibattito planetario sui limiti (reali o presunti) della democrazia e a me pare che in questo dibattito ci sia una certa confusione. Un esempio in tal senso è l’editoriale del 6 luglio di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, dal titolo “Le scelte del popolo sovrano nel nome della democrazia”, nel quale ci sono due elementi singolari. Il primo. Panebianco fa una distinzione tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta. La prima – semplifico – è virtuosa, la seconda no. La distinzione è corretta, per carità, ma poco utile. Ben più utile sarebbe stato se Panebianco avesse fatto ricorso a un topos del pensiero politico occidentale, l’anaciclosi, vale a dire la corruzione ciclica delle forme di governo. Bisognerebbe rileggere i classici e in particolare Platone: la crisi delle democrazia greca potrebbe essere la stessa che stiamo vivendo noi oggi. E’ noto che per Platone (riprendendo anche in parte Erodoto) la monarchia si trasforma in tirannide, l’aristocrazia in oligarchia e la democrazia? Platone non usa un termine distinto per indicare la forma degenere di democrazia, ma se lo si legge con attenzione, si scopre che anche per la democrazia esistono due forme di governo del popolo. Esiste per Platone la democrazia che agisce “secondo la legge” e la democrazia “senza leggi”, o che agisce secondo l’arbitrio della maggioranza. Stessa cosa per Aristotele. Anche per lo Stagirita il governo del popolo ha una doppia forma: esiste la Politeia ed esiste la sua degenerazione, la democrazia “dove sovrana è la massa, non la legge”. E se, saltando di qualche secolo, si prende in considerazione Polibio, si può notare che anche qui ci sono due forme di governo del popolo, la democrazia e l’oclocrazia, vale a dire il governo della folla. Per inciso, è nel governo della folla, incostante, volubile e irrazionale, che Polibio vede la causa della caduta di Atene, mentre la fonte della grandezza di Roma è in un governo misto dove le varie anime (l’aristocratica, la monarchica e la popolare) si integrano virtuosamente, ruotando intorno a un perno stabilizzante, il Senato. La distinzione che Panebianco e quanti si interrogano sul futuro della democrazia dovrebbero fare (e non fanno) non è dunque tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta. Ma tra popolo (demos) e folla (oclos). Detto ciò, è necessario chiedersi quale sia la differenza tra popolo e folla. La folla è una massa che ha paura del futuro, ha una percezione negativa del domani, poiché teme che domani starà peggio di oggi. Ha paura di impoverirsi. Tale paura ottunde le menti e impone loro un’unica priorità: placare la paura del futuro, con qualsiasi mezzo. Che cos’è il popolo? E’ un insieme di individui dotati di una stabilità economica e sociale, presidiata da diritti riconosciuti e tutelati, che permette loro di non disperare del futuro e di esercitare un certo senso critico, quanto meno nella valutazione dei propri interessi. E’ bene precisare che in ambedue i casi a fare la differenza non sono le condizioni materiali, oggettive, ma le aspettative collettive: sono le percezioni collettive che contano. Se le cose stanno così e se è vero che a incidere sulle aspettative collettive sul futuro è il riconoscimento di diritti, vale a dire qualcosa che spetta a ciascuno indipendentemente dal volere di qualcun altro, come il diritto a un lavoro, il diritto a un salario in grado di garantire la libertà e dignità delle persone, il diritto alla salute, all’istruzione eccetera, allora vuol dire che il popolo è il prodotto di una precisa azione politica, fatta essenzialmente di stato sociale e tassazione progressiva. Il popolo è il risultato di una precisa azione politica, mentre la folla è il naturale prodotto dell’azione delle forze di mercato che possono creare ricchezze delle meraviglie ma anche povertà e polarizzazioni economiche e sociali. C’è un secondo punto che appare sconcertante nella riflessione di Panebianco ed è il seguente: “Nonostante coloro che hanno sempre confuso la democrazia col socialismo, la democrazia rappresentativa – scrive l’editorialista del Corriere della Sera – non richiede uguaglianza di reddito o livelli di istruzione. Richiede solo uguaglianza giuridica, uguaglianza di fronte alla legge”. Parole che sono in totale antitesi con quelle di un grande liberale non dogmatico, che difficilmente può essere accusato di aver confuso la democrazia con il socialismo, Luigi Einaudi: “Le libertà civili e politiche – proclamate nella carte dei diritti dell’uomo della fine del XVIII secolo – non possono stare da sé, anzi non hanno vita vera se non sono accompagnate da un’altra libertà, quella economica. A che serve la libertà politica a chi dipende da altri per soddisfare i propri bisogni elementari della vita? Fa d’uopo dare all’uomo la sicurezza della vita materiale, dargli la libertà dal bisogno, perché egli sia veramente libero nella vita civile e politica, perché si senta davvero uguale agli altri uomini e libero dal bisogno di ubbidire a essi nella scelta dei governanti, nella manifestazione del pensiero e delle credenze”. Ed è partendo da questa riflessione, nella quale riecheggia Roosevelt, che la nostra Carta costituzionalizza i diritti sociali e impone alla Repubblica di rimuovere quegli ostacoli che di fatto rendono servo quel cittadino che pure è proclamato libero. Solo riconoscendo questi diritti si può garantire che il popolo resti tale e non si degradi in quella folla che è il nemico peggiore della democrazia. In sintesi. E’ il popolo che fa la “democrazia secondo la legge” (Platone), la Politeia (Aristotele) e il “governo misto” (Polibio). Mentre è la folla che fa la “democrazia senza leggi” che vota la sciagurata spedizione in Sicilia del 416 a.C., che avvierà Atene al disastro ed è la “democrazia senza legge” che uccide Socrate. Ed è contro l’oclocrazia che si scagliano Socrate, Platone, il vecchio Oligarca, Senofonte, Isocrate e in parte lo stesso Aristotele. La distinzione da fare dunque è quella tra popolo e folla. E se proprio si vuol mantenere la distinzione che fa Panebianco allora bisogna fare una ulteriore precisazione. La democrazia rappresentativa può degenerare nel populismo, vale a dire in un despota che governa con il consenso di una folla che volontariamente si è spogliata dei propri diritti e delle proprie libertà in cambio della promessa del pane o della pace. E’ la plebe, per fare un esempio, che accetta, in cambio della pace e di un alleviamento della questione sociale, il potere assoluto di Ottaviano e la fine della Repubblica romana. Sono le folle impaurite e impoverite dallo sregolato sviluppo economico della prima globalizzazione (1870-1914) e dagli effetti della crisi in Europa, che riempiono le piazze d’Italia e gli stadi di Berlino nel primo Dopoguerra. Per quanto riguarda invece la democrazia diretta, questa può degenerare in una folla impaurita e impoverita che governa direttamente come nel caso dell’Atene del V secolo o, come pare oggi stia accadendo, in una folla che non si affida a un despota, a cui concede il suo consenso, ma che fagocita uno dietro l’altro gli uomini politici che tentano di placarne la paure e modellarne in senso positivo le aspettative sul futuro. In sintesi, la democrazia rappresentativa può degenerare nel populismo, tipico delle dittature del XX secolo, mentre la democrazia diretta può degenerare nel governo della folla, nell’oclocrazia, come nel caso di Atene.
Il ruolo dei nuovi media e dei referendum Ora, le nuove tecnologie della comunicazione e l’uso eccessivo dell’istituto referendario fanno sì che gli umori collettivi si riverberino immediatamente a livello politico. Il che significa che di fatto le nostre democrazie rappresentative si sono già tramutate in democrazie dirette. E se è vero che il ceto medio impoverendosi si è degradato da popolo a folla, allora vuol dire che attraverso gli strumenti della democrazia diretta non si esprime il volere di un popolo sovrano, ma gli umori, le pulsioni, gli scatti, il muggito della folla. Ciò vuol dire che il grande pericolo che stiamo vivendo non è quello di un ritorno delle dittature del XX secolo, di balconi e piazze plaudenti, di capi e folle, per dirla con Emilio Gentile. Il rischio è quello dell’oclocrazia, vale a dire una folla spaventata, impoverita, indecisa e irragionevole che governa, che calpesta diritti, sfascia le strutture delle liberal-democrazie, che oggi dice bianco e domani nero e che fagocita a un ritmo crescente quanti tentano di cavalcarne gli umori. Una folla che per prendere una mela abbatte l’albero e quando ha fame sfascia i forni. DI NUNZIO MASTROLIA, Il Foglio 15/7/2016

Categorie: Analisi

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