Il muro e l’identità

Pubblicato da Redazione il

Il braccio di ferro tra la Casa Bianca e il Congresso sul muro con il Messico va al di là della questione della sicurezza o della gestione della immigrazione clandestina. Anzi forse, nè l’una nè l’altra c’entrano in modo diretto.
C’è qualcosa di più, di più profondo che attiene alla stessa sorgente del consenso che sostiene Trump e all’identità stessa delle nostre società.
Un primo segnale in questo senso è apparso in occasione delle elezioni di mid-term quando il presidente, pur potendo vantare ottimi risultati economici, ha continuato ad insistere sulla massa dei migranti che premeva da sud per entrare negli Stati Uniti, scegliendo così di non alimentare l’ottimismo per il futuro, ma la paura del presente.
Il che smentisce quella consolatoria vulgata (Beppe Severgnini la ripete spesso) secondo la quale saranno i numeri dell’economia a determinare la rielezione di Trump. Falso.
Così come falso era il “it’s the economy, stupid!” di Clinton. Come in grandi economisti, Einaudi per citarne uno, ben sapevano “chi cerca rimedi economici a problemi economici è sulla falsa strada: la quale non può che condurre se non al precipizio. Il problema economico è l’aspetto e la conseguenza di un più ampio problema, spirituale e morale”.
Per comprendere quanto sta accadendo sono utilissimi i concetti di società aperte e società chiusa di Popper. Ma può essere anche utilissimo fare ricorso ad un film “The village”, che è un piccolo manuale di sociologia politica su come si costruisce artificialmente una comunità (in contrapposizione al concetto di società), una società chiusa: una comunità nella Pennsylvania del XIX secolo vive prospera e tranquilla solo dopo che ha istituzionalizzato la paura delle creature innominabili che si trovano ai confini del bosco. Aprire quel confine significa provocare l’ira delle creature innominabili: è la paura che crea la comunità.
Con il muro Trump, riportando indietro le lancette della storia dell’Occidente, sta facendo la stessa cosa; sta tentando di ricreare una comunità chiusa forgiandola con la paura della minaccia esterna (Enver Hoxha sarebbe fiero di lui); sta, con la forza, trasformando la società aperta americana, l’emblema di tutte le società aperte occidentali, la Capitol on the Hill, che con il suo esempio illumina il mondo, in una società chiusa tenuta insieme dalla paura di un attacco esterno, di una invasione dei diversi che arrivano per derubarli delle loro cose e privarli del loro stile di vita e della loro serenità. 
Trump con il muro produce coesione, grazie alla sindrome dell’assedio, e così facendo produce consenso per sè e lo fa manipolando le paura e le aspettative del futuro.
Ho il timore che se Trump dovesse vincere quella battaglia e ottenere i fondi per la costruzione del muro, l’idea stessa della società aperta collasserebbe e con essa la parte migliore della storia occidentale. Imboccheremmo così quella strada, già percorsa in passato, che si ha portato dalla società aperta alla società chiusa, dalla libertà alla tirannide.

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