LE MENZOGNE DEI POPULISTI

Pubblicato da Redazione il


Questo articolo è la prosecuzione di una precedente riflessione pubblicata con il titolo “Breve storia semplice dell’Occidente…” su “Scaglie di Mare”, che si chiudeva con la constatazione che la forza dei populisti sta nel fatto di essersi impadroniti di quei diritti sociali che sono l’arma più efficace per poter risolvere la questione sociale che negli ultimi decenni si è prodotta, il cui risultato più concreto è uno smarrimento di massa nei confronti dei tempi nuovi e del futuro. Una paura collettiva che fa perdere la ragione agli elettori. D’altro canto la debolezza dei moderati è quella di aver sbattuto la porta in faccia a quanti avevano paura e di averli sbeffeggiati, come degli inetti e dei pavidi, reazionari additandoli come coloro che tentavano in qualche modo di frenare l’avvento delle magnifiche sorti e progressive.

Questo è la fonte da cui nasce l’odio nei confronti del PD renziano e di Renzi stesso: ha sbeffeggiato chi si è rivolto alla sinistra perché aveva paura.

Ora, che altri si facciano paladini dei diritti sociali, di per sé, non è affatto un male, anzi. I problemi sorgono nel momento in cui i diritti sociali vengono imposti calpestando gli altri due principi che sono incardinati nella Costituzione, e cioè le libertà liberali e la salute dei conti pubblici.

Come scritto altrove, compito della politica è quello di far convivere tre principi contemporaneamente: garantire a tutti i cittadini i diritti sociali al meglio che le conoscenze attuali consentono, non intaccare di una virgola le libertà liberali, fare il tutto tutelando i conti pubblici, anzi riducendo la spesa pubblica.

Vale la pena far notare che gli Stati che hanno risolto in maniera parziale questa equazione hanno prodotto disastri. Il fascismo e l’Unione Sovietica garantivano il pane e un minimo di diritti sociali ma se ne infischiavano delle libertà liberali e dei conti pubblici. E per questo sono arrivati al collasso. Al contrario l’Europa prima dei grandi movimenti operai e sindacali garantiva le libertà liberali e limitava il ruolo dello Stato a quello di guardiano notturno della proprietà privata, tenendo così sotto controllo le sue casse, ma così facendo garantiva quelle libertà a una piccola élite. Le società così, contraddicendo l’universalità dei principi sui quali erano sorte in antitesi rispetto all’Ancient Regime, di spaccano in classi chiuse, con una parte della popolazione che aveva i mezzi materiali per poter esprimere tutte le proprie potenzialità e quanti invece non potevano fare altro che trovare un modo per sopravvivere. Il che oltre che una ingiustizia, è uno spreco di risorse.

Se è vero che la povertà, per dirla con Amartya Sen, è assenza di possibilità, e se è vero che la vera fonte della ricchezza dei una nazione, per dirla con Julien Simon, sono le menti creative dei propri cittadini, consentire che solo alcuni, per nascita, avessero la possibilità di sviluppare le proprie creatività, mentre gli altri erano impegnati nella lotta della sopravvivenza significa sprecare menti creative e quindi non produrre tutta la ricchezza che quelle menti erano in grado di produrre.

Nel resto non è mica un caso che le città medioevali italiane fossero una fucina di geni, le libere repubbliche aveva imbastito una forma di istruzione pubblica, dalle quali poi nasceranno le libere università, dove mercanti, imprenditori, banchieri manderanno i propri figli ad apprendere gli strumenti utili per vivere in un mondo libero. Libere università, i cui fondatori restano ignoti, a differenze delle università che nasceranno per volontà dei detentori del potere da Federico II a Papa Bonifacio VIII, con l’idea di formare ubbidienti servitori di Stato.

I populisti dunque si sono impadroniti dei diritti sociali e sono disposti ad usarli come strumento per un progetto di potere, il loro. Un progetto che potrebbe tradursi in un soffocamento delle libertà liberali.

Se così stanno le cose, allora bisogna pensare che i giochi siano chiusi? Che hanno vinto loro e che non c’è più nulla da fare?

Partita chiusa, dunque?

Prima di procedere oltre è utile fare una riflessione preliminare. Ho sempre pensato che sbagliavano quanti sostenevano che ormai non ci fosse più alcuna differenza tra destra e sinistra. E aggiungo che francamente ho anche sempre diffidato di chi sosteneva questa tesi.

Le differenze ci sono e come. Senza voler scomodare Bobbio, alla luce del dettato costituzionale, sinistra è, come abbiamo visto sinora, porre l’accento sui diritti sociali, frutto di due secoli di lotte sindacali e operaie; destra è porre l’accento sulle libertà liberali, conquistate dalle grandi rivoluzioni liberali del passato.

Ho usato l’espressione “porre l’accento” perché in linea di principio l’attuazione dei diritti sociali non deve intaccare le libertà liberali; allo stesso modo il rafforzamento delle libertà liberali non deve erodere i diritti sociali. La sfida (e il bello) di una politica razionale sta tutta qui: trovare di volta in volta il giusto equilibrio, sapendo che ci sono fasi storiche in cui è necessario premere maggiormente sulla questione dei diritti sociali e fasi in cui è necessario premere maggiormente sulla questione dei diritti liberali. In fondo l’alternanza tra le forze politiche al potere nasce proprio da qui. 

Dicevo che ho sempre diffidato di chi sosteneva superate queste categorie. E ne diffido ancora.

Tuttavia un fatto nuovo sta emergendo e questo fatto potrebbe cambiare tutto. La distinzione che ho tracciato tra una destra (diritti liberali) e una sinistra (diritti sociali) ha senso se è radicata su una struttura istituzionale fatta di Stato di diritto ed economia di mercato.

La distinzione tra destra e sinistra in senso classico ha senso se avviene su una condivisa struttura liberale, necessaria perché possa esistere una società aperta. 

Ma quando alcune forze politiche si aggregano formando un polo che rifiuta quella piattaforma liberale, che si pone come blocco anti sistema e manicheo allora non ha più molto senso mantenere la vecchia distinzione, con i liberali di sinistra da una parte e quelli di destra dall’altra.

Così in una situazione del tutto eccezionale, dato che la struttura istituzionale su cui poggia e dà senso la distinzione destra/sinistra scricchiola, diventa necessario dividere le forze politiche tra quanti hanno interesse a difendere e rafforzare quella struttura istituzionale, che ha salvato l’Occidente dal dispotismo asiatico, e quanti quella struttura voglio abbattere per conformarsi ai miti e riti delle autocrazie.

Questa distinzione non avrebbe mai avuto luogo se non si fosse diffusa l’idea che il modello Occidentale, l’idea di una fine della storia dovuta al trionfo incontrastato del modello liberale (Fukuyama per intendersi), sia stata in realtà un grande e bugiarda illusione. Nel mentre si diffondevano ammirate riflessione sulle forze delle autocrazie asiatiche, in particolare la Cina, dove sembrava che, pur in assenza di un sistema liberale degno di questo nome, l’economia avrebbe continuato a macinare record su record.

Di qui la diagnosi, la ricetta liberale non è una ricetta universalmente valida e d’altro canto il dispotismo asiatico non è da condannare à jamais.

Eppure le cose non stanno affatto così, il modello occidentale fatto di Stato di diritto e Stato Sociale, economia di mercato e capitalismo, non è affatto fallito e ora che alcune grandi potenze, che si erano incamminate sulla via della transizione politica, stanno facendo marcia indietro gli effetti si vedranno presto.

Per comprendere questo passaggio conviene fare un passo indietro

Il mondo e l’occidente

I meccanismi che regolano le relazioni tra società aperta e società chiusa sono gli stessi da oltre cinque secoli, da quando cioè con Colombo e Vasco de Gama l’Occidente inizio a spandersi per il mondo. E per comprenderli è utile rifarsi ad Arnold Toynbee.

La cultura occidentale – sostiene Toynbee – ha un carattere radioattivo che pone costantemente sotto assedio le culture altre. Una volta a contatto con la forza dissacrante della civiltà occidentale le possibilità di reazione che queste hanno non sono molte. In Civiltà al paragone Toynbee scrive che nel seno di una civiltà a contatto con l’Occidente, si possono verificare due reazioni difensive: può formarsi un partito erodiano, composto cioè da coloro che non rifiutando la cultura aliena si fanno promotori di una auto colonizzazione forzata, al fine di evitare una colonizzazione imposta. Al contrario può formarsi un partito zelota composta da coloro che ostinatamente rifiutano ogni elemento della cultura altra.

Tuttavia l’espediente del partito erodiano è destinato al fallimento, dato che è impossibile per una società tradizionale poter mantenere in piedi la propria struttura culturale se si consente l’infiltrazione di uno solo, benché apparentemente insignificante, elemento di una società aperta. 

Questa è quella che lo stesso Toynbee definisce la legge di “una cosa tira l’altra”, infatti, tale processo si fermerà “solo quando tutti gli elementi essenziali della società radioattiva sono stati impiantati nel corpo sociale della società aggredita, perché solo così la società occidentale può funzionare perfettamente”.

Se la via erodiana del compromesso, della conciliazione è fallimentare allora vuol dire che di fronte ad una società aggredita si aprono soltanto due strade: l’opzione zelota e cioè la chiusura totale, finché possibile, a tutto ciò che è estraneo; o l’estirpazione delle tradizione e la mimesi totale della società occidentale, che potremmo definire la via kemalista, e cioè l’occidentalizzazione totale forzata, la via scelta da Mustafà Kemal, vale a dire “la conversione integrale – le parole sono dello stesso Toynbee – della Turchia al modo di vita occidentale”. Che è poi la stessa via perseguita dal Giappone della dinastia Meiji.

La via erodiana è solo un ibrido sterile e pericoloso, pertanto. Data la vigenza della legge di “una cosa tira l’altra” è solo un modo per rallentare il declino della società tradizionale e nel contempo, paradossalmente, di aumentarne le contraddizioni creando situazioni esplosive.

Basti pensare alla sorte dell’Impero cinese dopo la prima Guerra dell’Oppio. Lo shock culturale che l’Impero subì a seguito dell’impatto con la forza delle civiltà occidentale fu drammatico. L’Impero che solo qualche decennio prima aveva sdegnosamente respinto gli ambasciatori britannici fu costretto a prendere atto della propria debolezza e arretratezza, subendo ripetute sconfitte militari e venendo ridotto al rango di semi colonia. È in questo “contesto drammatico che la Cina ha dovuto «imitare» con grande urgenza ed in modo doloroso l’Occidente”, come scrive François in Pensare con la Cina.

Bisognava individuare le sorgenti della potenza europea ed imitarle: fu questo il compito che si pose il movimento dell’autorafforzamento, e cioè l’opzione erodiana. “Una delle idee base del movimento dell’autorafforzamento (…) era quella di apprendere e utilizzare la tecnica e la scienza dell’Occidente in modo strumentale, permettendo, così, alla Cina di resistere alle aggressioni delle potenze, pur mantenendo la cultura e i valori tradizionali. Vennero creati uffici di traduzione, moderni arsenali, cantieri navali, cotonifici ed altre industrie meccanizzate. Tuttavia l’ideologia dello Stato e della società rimaneva il Confucianesimo secondo la formula «il sapere occidentale come mezzo, il sapere cinese come fondamento»”, come scrivono Sabattini e Santangelo, in Storia della Cina.

Un esperimento che non poteva riuscire perché le tecniche occidentali sono il prodotto di una Weltanschauung che ha la sua peculiarità proprio nell’essere anti-tradizionale. Un esperimento che poteva condurre soltanto alla “schizofrenia del sistema” In breve: l’esperimento non poteva riuscire perché, per utilizzare la terminologia di Popper, si cercò di far convivere una società aperta all’interno di una società chiusa. I giovani che all’estero o in patria impararono le tecniche occidentali assorbivano con esse una visione del mondo allergica alla tradizione ed alla stasi e “ritornava in Cina e alla vita cinese dopo aver vissuto esperienze sconvolgenti, che trasformavano i giovani studiosi in rivoluzionari decisi a mutare completamente la situazione del Paese”, come scrive Piero Corradini.

Fu per questo che la Cina non ebbe le vele e i cannoni ma la rivoluzione, la fine dell’Impero, elezioni di tipo occidentale e la repubblica di Sun Yat-sen. La reazione tuttavia non si fece attendere e, come in Iran più tardi, la lunga marcia di Mao fu innanzitutto il tentativo di richiudere le porte del Celeste Impero all’Occidente e al mondo. Fu il tentativo, comune a tutti i totalitarismi del Novecento di ricreare una Gemeinschaft, retta dalla cogenza di una Tradizione vissuta come sacra: dal maoismo al Volk millenario.

La reazione identitaria

Quando nelle società che sono state incamminate sulla via erodiana ci si rende conto che quel percorso si concluderà con la perdita della propria anima culturale, con la riduzione della Tradizione (vissuta come cosa sacra) a folklore e la riduzione del sacro al foro interiore allora si genera una reazione di rigetto. Una reazione nel senso proprio della parola, con il volto rivolto all’indietro si va alla ricerca delle radici nel passato, poiché è precisamente il passato – la loro specifica tradizione culturale – ciò che definisce l’identità delle società tradizionali.

Di qui il fondamentalismo islamico, ed in particolare il sogno di far rinascere il Califfato che “cancelli le nazioni – come scrive Quirico – imposte dal colonialismo e possa affrontare, faccia a faccia, le potenze dell’Occidente infedele”, il neo zarismo di Putin, le ambizioni al sultanato di Erdogan, il ritorno a Confucio in Cina.

L’obiettivo è sempre lo stesso: aggrapparsi alle radici e tentare di sigillare (sul modello nordcoreano o sul modello dell’Iran di Komeini) le proprie società impedendo che pezzi di Occidente possano penetrare all’interno. Si tratta, in altre parole, di una strategia chiaramente zelota. Una chiusura che poi si traduce nella ri-sacralizzazione della tradizione, nell’assolutismo di una élite e, volente o nolente, nella stagnazione economica.

Tale reazione si fa tanto più radicale ed integralista quanto maggiore è la forza con la quale l’Occidente diffonde i propri valori. Pertanto la fiammata identitaria che si è avuta in questi anni è il frutto, da una parte, del fallimento dei percorsi erodiani, su cui alcuni paesi si erano incamminati. Con le élite locali che da forza di modernizzazione e secolarizzazione si erano trasformate in regimi autoritari. Dall’altra è il prodotto dei grandi successi dell’Occidente e delle società aperte nel generare (nonostante la crisi) ricchezza, benessere, sviluppo scientifico e tecnologico.

In un globo nel quale non vi è un angolo nel quale non si senta l’influenza degli ideali e dei principi occidentali, e nella quale è abissale la sproporzione di forze tra società aperte e società chiuse, i custodi delle società chiuse reagiscono con la violenza e erigendo muri, nel tentativo di separare la propria società dal resto del mondo. A tale riguardo Toynbee scrive: “L’improvviso «annientamento delle distanze», dovuto alle conquiste della tecnologia occidentale, ha portato faccia a faccia a bruciapelo mezza dozzina di società, ognuna delle quali, fino a ieri, viveva la sua vita a modo suo con un’indipendenza quasi assoluta dalle vicine, come se ciascuna società fosse arenata sua un pianeta suo proprio anziché vivere in uno stesso mondo con le altre rappresentanti della specie”.

L’occidente è diventato così per la prima volta nella storia “una civiltà – le parole sono di Pellicani –  a carattere planetario. Tutte le civiltà del passato hanno operato su un’area geografica delimitata. Alla rovescia la nostra civiltà non conosce confini. La sua potenza espansiva è praticamente illimitata. Nata attraverso una travagliata gestazione in quel promontorio dell’Asia chiamato Europa, a partire dalla fine del XV secolo ha cominciato a straripare e a inondare di sé, per tappe successive, il mondo intero”.

È pertanto da questo duplice processo, il fallimento storico e non solo teorico degli erodiani, di coloro cioè che tentano di fare convivere sapere occidentale e sapere tradizionale e dall’espansione dell’occidente e dei suoi ideali che nasce la reazione. Ed è da qui che nascono le ambizioni neo-ottomane di Erdogan, neo imperiali di Xi Jinping e neo zarista di Putin.

Fukuyama aveva ragione e Montesquieu aveva torto

Il carattere universale della cultura occidentale di cui parla Toynbee e sul quale già Marx aveva riflettuto, a ben guardare altro non è che la fine della storia di Fukuyama, vale a dire il venire meno di una alternativa credibile al liberismo occidentale.

Sono passati venticinque anni dalla pubblicazione di The End of History. Forse a pochi autori, come a Francis Fukuyama, è capitata la sorte di passare in breve tempo dagli altari della celebrazione globale alle polveri delle quasi derisione. Per i suoi critici, le guerre balcaniche, i genocidi del Rwanda, l’11 settembre e le guerre al terrorismo, fino a giungere alle primavere arabe, erano lì a testimoniare il fatto che la storia non fosse finita, ma che anzi il suo cammino, rispetto agli anni della Guerra Fredda, avesse subito una accelerazione. Anzi, per Robert Kagan si assisteva al Ritorno della storia.

In una prima risposta a queste critiche Fukuyama solleva un dubbio, e si domanda se i suoi critici avessero realmente letto le ventisei pagine del suo articolo. Dubbio più che legittimo, visto che egli non aveva certo annunciato l’avvento di una kantiana pace perpetua, ma aveva semplicemente fatto notare che dopo il tonfo planetario del comunismo, all’orizzonte non si intravedeva nessun modello politico che si ponesse come alternativo e superiore a quello elaborato nei secoli dalla tradizione liberal-democratica occidentale (fondato sul sui concetti di liberalismo, democrazia, capitalismo), in grado di offrire al consesso umano una più piena libertà e un maggior livello di benessere materiale; un sol d’avvenire in grado di scaldare i cuori e catalizzare le speranze di milioni di cittadini, anche nelle democrazie occidentali (le quinte colonne interne), così come il comunismo aveva fatto. 

Vale la pena precisare che il modello comunista era alternativo nei mezzi ma non nei fini, che restavano quelli della libertà e del benessere economico. Anzi, la promessa era quella di conquistare una libertà superiore, sostanziale, rispetto alle libertà formali delle democrazie borghesi, ed un livello maggiore e più diffuso di benessere economico, cui si sarebbe pervenuti utilizzando strumenti alternativi a quelli del capitalismo (individualismo, proprietà privata, mercato), e cioè collettivizzazione dei mezzi di produzione ed economia di piano. Una via, un percorso diverso per giungere però alla medesima meta: mai si negarono i fini della libertà e del benessere economico e mai si esaltò la tirannide e il pauperismo come fini a se stessi, anche se poi è questo che si è costruito nei paesi del socialismo reale.

In breve, a tutt’oggi, la tesi di Fukuyama resta ancora valida e non confutata. 

Se Fukuyama aveva ragione, ad avere torto sono Montesquieu e Kant. Non sono i liberi commerci che possono aprire la strada alle libertà politiche, al contrario è la volontà politica che può creare le condizioni perché ci sia una maggiore o minore apertura economica e, quando tale volontà politica non trova di fronte a sé nessun potere in grado di contrastarla, può in qualsiasi momento porre fine a questo processo di apertura.

Questa idea è evidente nel caso europeo. Non è stato il mercato unico a creare l’Europa unita, ma al contrario una comune volontà politica di porre fine agli orrori del passato ha dato vita a una delle più grandi potenze economiche del pianeta. Il che vale anche al contrario: il fatto che il mercato unico funzioni perfettamente e che l’Europa continui ad essere un colosso economico, uno dei tre poli dell’economia globale, insieme a Stati Uniti e Cina-Giappone dall’altra, non ha impedito il sorgere di visioni politiche anti-europeiste che rischiano di fa crollare uno dei più grandi esperimenti politici dell’umanità. È la politica, il potere, che può recidere anche i più floridi legami commerciali tra due paesi che proprio per questo, sulla carta dovrebbero avere tutti l’interesse a cooperare e non a combattersi.

Questo vuole dire che anche se i liberi commerci creano nei paesi coinvolti dei gruppi di pressione (poteri dormienti) che, in caso di tensioni politiche tra i paesi, possono attivarsi in nome dell’interesse economico comune per frenare i conflitti, è altrettanto vero che quei poteri possono essere ridotti al silenzio là dove non esiste una struttura istituzionale di tipo liberale.

Ciò pertanto vuole dire che né i libri commerci possono essere il veicolo attraverso il quale possono passare quei diritti liberali in grado di trasformare dall’interno i sistemi politici autocratici; ne sono in grado di mantenere la pace legando i paesi in una fitta trama di interessi economici reciproci. La forza della politica e del potere è tale da recidere quei contratti tanto più facilmente quanto più è debole lo stato di diritti in quei paesi.

Anche a tale riguardo il caso cinese è emblematico. Tutti gli occhi che era possibile chiudere sono stati chiusi pur di far entrare quanto prima la Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, anche se Pechino non aveva praticamente nessuno dei requisiti richiesti, né era una economia di mercato. Quegli occhi sono stati chiusi nella convinzione che gli svantaggi di breve periodo (dumping sociale, commercio illegale, dumping monetario) fossero niente in confronto ai vantaggi di lungo periodo.

Quali? I liberi commerci, la condivisione con la Cina delle meraviglie prodotte dalle società liberali e dal capitalismo , avrebbero tramutato dall’interno quel paese trasformandolo un po’ alla volta in una liberal-democrazia, rispettosa dei diritti umani, dei brevetti e delle norme commerciali; avrebbe creato una ricca e prospera classe media, che avrebbe messo il turbo ai consumi internazionali e nel contempo, una Cina convertita alla democrazia e al liberalismo si sarebbe tramutata in un affidabile e utilissimo guardiano dell’ordine liberal-democratico globale costruito dall’Occidente dopo la seconda guerra mondiale.

In Cina, il processo di trasfusione descritto da Toynbee si era attivato e dopo la garanzia dei diritti economici e commerciali prima nelle zone economiche esclusive, poi al resto del paese, la richiesta di diritti civili e politici di tipo occidentale si era fatta sempre più forte tanto che studenti e operai scesero in piazza Tienanmen, dove non a caso avevano fatto risuonare le note della Marsigliese in cinese e costruirono una copia in carta pesta della Statua della Libertà. 

Le autorità cinesi sono riuscite a stoppare con la forza quel salto di livello – dalle libertà economiche alla libertà civili e politiche – e da allora, se si esclude la parentesi dell’amministrazione di Hu Jintao, il partito ha continuamente rafforzato la propria presa sul paese, di fatto soffocando ogni spazio di libertà e di dissenso.

E qui si pone un problema non da poco. A Pechino hanno compreso che perché la Cina possa ritornare davvero al vertice delle grandi potenze deve modificare la struttura economica del paese, abbandonare le produzioni a più basso valore aggiunto e dedicarsi a quelle a più alto valore aggiunto. Di qui il progetto di passare dal “made in China” all’ “invented in China”, investendo in ricerca scientifica e innovazione tecnologica. 

Eppure nonostante la forza con la quale la leadership politica sta spingendo in questo settore e la quantità di soldi che vengono immessi i risultati appaiono modesti: i cinesi registrano tanti nuovi brevetti, ma quelli realmente innovativi sono pochi. 

La ragione è semplice: l’innovazione è il frutto delle libertà Occidentali, la ricerca scientifica è il prodotto di quella tradizione dell’anti-tradizione che mal si concilia con sistemi politici immobili e autoritari. Appare allora evidente che se si soffocano le libertà liberali si soffoca anche la fonte della creatività e dunque della ricchezza.

Se così stanno le cose, la domanda sorge spontanea, come ha fatto la Cina a stare in piedi sino ad ora? La risposta, anche in questo caso, è abbastanza semplice, in primo luogo perché sono le imprese straniere che hanno contribuito in maniera rilevante allo sviluppo cinese (non si dimentichi mai che il miracolo economico cinese è dovuto alla pioggia di investimenti internazionali caduta nel paese negli ultimi 40 anni e alla tecnologia che si portavano dietro); e in secondo luogo al fatto che la Cina sino ad ora, si è riuscita ad appropriarsi in maniera più o meno lecita dall’esterno di quella tecnologia che non era in grado di produrre in patria.

La cosa, per le ragioni che si dicevano poc’anzi, è stata tollerata fino ad ora, nella speranza che quelle schegge di Occidente che di volta in volta si conficcavano nel corpo del dispotismo asiatico potessero generare una mutazione del sistema politico cinese. Ma questo non è accaduto.

La mutazione della strategia americana

Di qui il cambio di approccio da parte americana. Gli Stati Uniti infatti per oltre quarant’anni hanno applicato alla Cina una duplice strategia, da una parte il containment, dall’altra l’engagement, vale a dire il coinvolgimento di Pechino all’interno dell’ordine liberal-democratico per condividerne i frutti economici, nella convinzione che ciò avrebbe prodotto, come si è detto. una mutazione politica del paese.

I toni duri di Trump nei confronti della Corea del Nord e le sanzioni commerciali non sono solo il segnale che l’approccio americano è cambiato, dopo la presa d’atto che il potere assoluto del partito si è andato rafforzando invece di indebolirsi; ma anche un primo passo per chiudere i canali attraverso i quali la Cina può procurarsi quella tecnologia che da sé non riesce a produrre (il senso della guerra commerciale tra USA e Cina è tutto qui), necessaria ad alimentare la propria macchina economica, ponendo così fine al paradosso cinese.

Quale paradosso? È presto detto: se le libertà è la sorgente della ricchezza, ne consegue che là dove le libertà liberali non sono garantite si produce stagnazione e sottosviluppo. A Pechino pretendono di avere un sistema politico illiberale e nel contempo una prodigiosa crescita economica. Possono farlo perché riescono a prendere dall’Occidente il più importante strumento utile a garantire la crescita economica, vale a dire l’innovazione tecnologica.

Chiudere quel rubinetto come sta facendo Trump significa mettere la Cina di fronte a un bivio: mantenere un sistema politico autoritario dove all’arbitrio del partito non si pone nessun freno, e pagare pertanto il prezzo in termini di decrescita economica, oppure adottare una struttura istituzionale e normativa di tipo liberale, espellendo il PCC dal potere, e godere di tutti i frutti di una società aperta e di una crescita economica autopropulsiva, potendo così accedere a quei settori ad alto valore aggiunto a cui la Cina ambisce.

Appare sempre più evidente che il potere politico in Cina stia scegliendo la prima strada, il che ha senso se si immagina che per scegliere la seconda il PCC, detentore del potere assoluto, dovrebbe lavorare duramente e alacremente per uccidere se stesso.

Il potere del partito infatti si va rafforzando, scrollandosi di dosso anche quelle procedure e norme interne che a partire da Deng erano state poste per cercare di risolvere uno dei più grandi problemi che un regime che sorge da una rivoluzione deve affrontare, la successione del potere senza incorre nella lotta per bande o nella guerra civile. Una di queste procedure e norme intere era il limite dei due mandati. Xi Jinping ha abolito questa norma con un tratto di penna e ha trasformato la sua presidenza in una carica a vita. Sembra un dettaglio, ma le conseguenze saranno drammatiche per due ordini di motivi.

Il primo: la questione della legittimità. Che cos’è? La legittimità è quel principio che spiega e giustifica agli occhi dell’opinione pubblica perché alcuni hanno il diritto di comandare e altri il dovere di ubbidire. I principi che giustificano la legittimità di un regime politico sono rimasti solo due: quello monarchico-ereditario e quello democratico-elettivo. 

Senza nessuno di questi due principi, un potere politico resterà illegittimo agli occhi dei suoi cittadini, che gli negheranno pertanto il consenso. Ora il punto è che nessun governo, nemmeno il più dispotico, può governare senza il consenso popolare, nemmeno facendo ricorso all’uso più spietato della forza, dato che, come Talleyrand amava ripetere a Napoleone, con le baionette si possono fare tante utili cose, tranne sedervisi sopra.

Ciò significa che tutti i governi nati da una rivoluzione (comunista nel caso specifico) sono del tutto illegittimi. Di qui il tentativo dei nordcoreani di creare una successione dinastica e di Deng Xiaoping di tentare di creare un insieme di regole (tra cui il limite dei due mandati) per regolare la successione al potere. 

Infatti, per i governi illegittimi non si pone soltanto un problema di consenso (visto che le baionette servono a poco). C’è anche un secondo, enorme problema: se manca un principio di legittimazione, mancano anche le norme che regolano la successione del potere. 

Senza la legge salica dei regimi monarchici e le libere elezioni dei regimi democratici, come fare per stabilire chi ha il diritto di comandare e chi ha il dovere di ubbidire? 

La risposta è una sola: la forza. Il che significa che i cambi di potere, nei regimi illegittimi verranno regolati con la violenza e dunque potenzialmente con la guerra civile. 

Così sono state abbattute le dinastie in Cina e così è stato dopo la morte di Mao.

Senza saperlo, Xi Jinping, violando quell’insieme di norme poste da Deng per regolare in qualche modo la successione del potere, ha aperto il vaso di pandora e spalancato le porte della guerra civile in Cina.

Il secondo motivo: la transizione politica è fallita. O per usare la terminologia di Toynbee (si veda “Civiltà al paragone”) gli erodiani hanno perso e hanno trionfato gli zeloti. 

Mi spiego. Se ci si guarda intorno, ci sono alcuni paesi che sono riusciti a passare dal sottosviluppo allo sviluppo economico e altri che si sono fermati per strada. Gli economisti sostengono, non a torto, che questi ultimi sono incappati nella cosiddetta “trappola del reddito medio”. Eppure se è vero che questo fenomeno economico è reale, le sue cause non sono affatto economiche, ma del tutto politiche.

Infatti, i paesi che sono riusciti a costruire al loro interno una macchina dello sviluppo economico autopropulsivo, come Giappone, Taiwan e Corea del Sud, sono quelli che sono riusciti a portare a termine la transizione politica e a saldare il binomio economia di mercato e democrazia politica. O, per dirla diversamente, a completare il passaggio dalla società aperta alla società chiusa.

Il fatto che Xi Jinping abbia tolto ogni limite al suo potere è il segnale che la transizione politica cinese è fallita. Pechino ha invertito la rotta che, con molte titubanze, aveva imboccato verso la società aperta e si dirige ora a vele spiegate verso la società chiusa, vale a dire la tradizione del dispotismo orientale.

Il punto è che senza quell’insieme di istituzioni politiche e strutture giuridiche (nomocrazia, indipendenza della magistratura, laicità dello Stato, tutela dei diritti di proprietà e delle libertà liberali etc…) che sono proprie della società aperta, né il mercato né la società civile potranno godere di quell’autonomia e protezione dall’arbitrio del potere necessarie a dare vita a quella innovazione, creatività, intraprendenza che sono il vero motore della crescita economica. 

Niente democrazia, niente Stato di diritto, niente sviluppo e nessuna prosperità.

In conclusione, la sfida del futuro non sarà, come tanti entusiasti e sprovveduti analisti negli ultimi anni hanno scritto, dovuta all’avvento di Cindia e del secolo cinese. Al contrario, la sfida sarà quella di gestire una Cina sempre più povera, sempre più chiusa e sempre più rancorosa, convinta che l’Occidente sia la causa dei suoi mali e non, come di fatto è, se stessa.

Niente secolo cinese, dunque. Il che è un bene. Però attenzione. È vero che Fukuyama continua ad aver ragione: non ci sono più due paradigmi che si pongono come il modo migliore per offrire uno stile di vita superiore all’umana famiglia, così come facevano capitalismo e comunismo. Il più acceso di putiniani italiani non prenderebbe la cittadinanza russa nemmeno se lo pagassero e questo vale per tutti gli altri paesi che si sono avviati sulla via del revival nazionalista.

Eppure è anche vero che la diffusione e l’adozione a livello globale di quei principi del liberalismo politico ed economico non è un processo piano e lineare ed il motivo è che gli erodiani avevano torto e gli zeloti avevano ragione, per i paesi che scelgono di aprire le porte all’Occidente non vi è altra strada che quella di diventare occidentali, trasformando la propria tradizione, quella tradizione che prima era vissuta come sacra e immutabile, in un folklore ad uso e consumo dei turisti. C’è di più.

Se tale tutela non ci fosse, se solo la maggioranza dovesse essere considerata il ‘vero’ popolo, e gli altri dei nemici della patria, allora il governo, espressione di quella maggioranza che detiene la verità, avrebbe il dovere di impedire che gli altri possano un giorno prendere il potere, avrebbe quindi il dovere di cacciarli o annientarli.

Allo stesso modo quella minoranza, per provare a salvare la propria pelle e i propri averi, avrebbe il diritto di sabotare il governo e uccidere i capi della maggioranza.

In una parola, dire che il popolo è solo quello che sostiene il governo significa aprire le porte alla guerra civile e al terrore giacobino.

Al contrario, tutelare la minoranza significa garantirle il diritto di diventare un domani maggioranza senza spargimento di sangue; e ciò significa, e questo è uno degli aspetti più importanti, che la maggioranza non è portatrice di alcuna verità, non è qualitativamente superiore a nessuno, ma esprime una semplice opinione che raccoglie momentaneamente il favore dei più.

Ciò implica la tolleranza di tutte le opinioni (pluralismo), tutte, se non contrarie alla legge, ugualmente legittime. Se ciò non accadesse si cadrebbe in un attimo nelle guerre di religione.

Il pluralismo implica la libertà di poterle esprimere quelle opinioni e quindi libertà di stampa, di parola, di voto, di associazione etc etc e si ha quindi bisogno di qualcuno che quelle libertà le tuteli, anche contro gli abusi del potere, e quindi è necessaria una magistratura autonoma e indipendente.

Dunque, pluralismo significa l’assenza di verità assolute, il che significa che è compito di ogni cittadino scegliersi da sé, con la sola forza della propria ragione, tra più sistemi di valori che liberamente convivono in una società aperta quello a cui conformare la propria esistenza. Si chiama azione elettive ed è l’antitesi dell’azione prescrittiva imposta dai detentori del potere politico o spirituale, due figure che spesso coincidano.

Aprirsi dunque al liberalismo occidentale non solo scardina la forza della sacra tradizione, ma manda a gambe all’aria anche ogni struttura di potere che su una data visione del mondo era stata costruita. Per dire, aprirsi alla società aperta significa che il Partito comunista cinese non può più presentarsi come unico e solo interprete degli interessi dei cinesi, che Putin non può più presentarsi come unico e solo interprete degli interessi della madre Russia, e che Erdogan non può più presentarsi come colui che difende l’anima turca profonda dei venti universalizzanti dell’Occidente.

Il che spiega perché quando XI Jinping, Putin, Erdogan e vari altri, hanno capito che il processo di apertura all’Occidente si sarebbe tradotto nella perdita totale del proprio potere hanno avviato una risolta identitaria plasmando un consenso in nome di quella sacra tradizione che rischiava di essere spazzata via, e che per molti era una soluzione allo stress della civiltà, vale a dire all’azione elettiva, e cioè allo sforzo sovraumano di dare da sé un senso alla propri esistenza, scegliendo liberamente tra più sistemi di valore. È di qui che nascono queste involuzione identitarie.

Il punto è che invertire la marcia, ritornare tra le braccia delle società chiuse dove la sacra e immutabile tradizione conforma, in maniera totalitaria, ogni cosa, significa negare qualsiasi autonomia al mercato e alla società civile, il che, per le ragioni che si sono dette in precedenza vuol dire assenza di sviluppo economico e, visto il fallimento della transizione politica dalla società chiusa alla società aperta, lo scattare di quella trappola del reddito medio che ha azzoppato tanti sogni di gloria e benessere.

La grande incognita del futuro è dunque quella di gestire dei colossi come Russia, Cina, Turchia falliti o sull’orlo del fallimento e che, per di più, non consapevoli dei meccanismi su descritti, danno la colpa dei propri mali alle trame e alle invidie dell’Occidente. È forse un caso che a tirare fuori il concetto di “trappola di Tucidide”, stravolgendolo del tutto, sia stato Xi Jinping? E quel è l’essenza di quel concetto: la potenza dominante, che vede il proprio ruolo e il proprio potere minacciato da una potenza emergente, le dichiara una guerra preventiva per impedire che possa soppiantarla. Tradotto, sono le invide americane nei confronti dello straordinario sviluppo in potenza e ricchezza cinese, che rischiano di uccidente una Cina che invece si pone come paladina dei liberi commerci (si tace ovviamente dell’atteggiamento predatori cinese di cui si diceva prima).

Le menzogne dei populisti

Se così stanno le cose, allora non è per nulla vero che il modello occidentale (Stato di diritto, democrazia e mercato) si è rivelato un fallimento. Al contrario proprio ora che alcune grandi potenze che avevano dato avvio al processo di transizione per passare dalla società chiusa alla società aperta, hanno invertito la rotta, si sta rivelando ancora più vero.

Là dove, infatti, non sono garantite le libertà liberali, la macchina dello sviluppo economico inizia ad incepparsi. E il motivo è semplice, il mercato e un coacervo di diritti e non può vivere senza di loro, nel contempo il vero motore della macchina economica è l’innovazione, la creatività, il carattere anarchico e irriverente della ricerca scientifica e tutto ciò mal si concilia con il soffocamento delle libertà liberali.

La cosa è molto istruttiva e vale anche per noi. Come si è detto i populisti tendono a curare la crisi sociale sostenendo che essa può essere risolta solo garantendo i diritti sociali a detrimento delle libertà liberali, in quanto quest’ultime sarebbero le libertà di cui sono i pochi possono godere e possono farlo poiché sfruttano i più. In sintesi, le libertà liberali sono il prodotto del privilegio e mantenerle in vita significa perpetuare tali privilegi e detrimento dei più, sul cui lavoro e sfruttamento quelle libertà si fondano. 

Così, tra gli applausi dei più, crolla tutto il sistema dello stato di diritto, la costruzione europea e i liberi mercati a livello globale. La priorità diventa quella di garantire prima di tutto e anzi in via esclusiva i diritti sociali.

Ora però noi sappiamo che senza le libertà liberali, i diritti sociali hanno vita breve, perché viene soffocata quella macchina economica necessaria per poterli alimentare. E del resto e quanto già sapevano i padri costituenti quando hanno costruito la Carta come una continua compensazione tra libertà liberali e libertà sociale. Basti a tale proposito rileggere gli articoli 41 e 42 della Costituzione, là dove sono esplicitamente riconosciute due delle libertà cardini della struttura liberale, vale e dire la libera impresa e la proprietà privata, le quali però devono essere conciliate con l’utilità sociale e la dignità umana.

Ciò vuole dire che due cose, la prima che le promesse dei populisti altro non sono che menzogne: i diritti sociali non possono essere garantiti tra le macerie delle finanze pubbliche. In questo senso dire, come ha fatto il premier Conte che la stabilità sociale conta più di quella finanziaria non ha alcun senso. Che succederà quando i risparmi di milioni di italiani andranno in fumo o verranno ridotti da patrimoniali più o meno esplicite?

C’è di più diritti sociali possono essere meglio garantiti su un livello continentale che non esclusivamente su base nazionale. Per dire, un reddito di cittadinanza europea è più sostenibile in una economia aperta se è fatto su scala europea. Di qui la miopia dell’anti-europeismo dei populisti.

E ancora i diritti sociali non possono essere garantiti a lungo all’interno di un paese chiuso ai commerci e agli investimenti internazionali. Di qui la miopia del protezionismo e nazionalismo dei populisti

Per giunta, non possono essere garantiti i diritti sociali, se, una volta che si è sfasciata l’Europa, si riportano in vita gli antichi spettri del protezionismo economico e del nazionalismo politico e quel gioco a somma zero che per ben due volte il secolo scorso ha portato nell’abisso un intero continente.

Forse di qui, tenendo ancora alta la bandiera della razione e del buonsenso, si può partire per provare a ricostruire una offerta politica che non risponda con le pernacchie alle paure dei più; che non insegua i populisti sul loro terreno; e che sia in grado di fare quello che i populisti non sanno fare, vale a dire conciliare, così come il dettato costituzionale prescrive, diritti liberali e diritti sociali; competizione e cooperazione; concorrenza e solidarietà; apertura all’Europa e al mondo e nel contempo protezione di chi è rimasto indietro. 

Categorie: Free

Lascia un commento