Breve storia semplice dell’Occidente, con una appendice sui tempi presenti e i malanni della sinistra e dei moderati

Pubblicato da Redazione il


 

Libertà e ricchezza

In principio fu Sparta. Da intendere, sia chiaro, come archetipo delle società chiuse; ideal-tipo della società tradizionale in contrapposizione a quell’altro archetipo, Atene, progenitrice di ogni società aperta che verrà. Sia detto per inciso. In tutta franchezza chi scrive nutre qualche dubbio riguardo a questa generalizzazione. Se, infatti, Atene fu un primo esempio di società aperta, e se le società aperte superano le società chiusa per forza, creatività, prestigio, ricchezze, allora perché a vincere la guerra del Peloponneso non fu Atene, ma Sparta? Seconda questione: perché tutte le più brillanti menti di Atene, non uno escluso, guardarono sempre con ammirazione a Sparta e deplorarono lo stato in cui si era ridotta la propria città? Ma lasciamo perdere, per ora.

In principio, dunque, fu Sparta, esempio della libertà degli antichi, dell’assenza cioè di una sfera di autonomia per gli individui all’interno della quale poter dispiegare liberamente quell’universo che ciascuno porta dentro di sé senza gli occhiuti controlli di una collettività asfissiante, che governa in nome della sacra tradizione.

Poi però per le frammentazioni politiche, per l’apertura al mondo, ai commerci e agli stranieri, prende avvio il più importante dei fenomeni, che da solo è in grado di spiegare tanto della nostra storia e dirci perché è stata l’Europa a conquistare la Cina e non viceversa.

Il fenomeno in questione è il processo di modernizzazione, e cioè la costruzione di una serie di paletti, recinti, fortezze e casematte all’interno dei quali è stato rinchiuso il potere politico e quello delle occhiute collettività, la sacra Tradizione, il governo dei morti sui vivi. Due diverse forme di potere che da assolute vengono rese relative, depotenziandole.

Sia detto di passaggio, si noti che il processo di secolarizzazione altro non è che una sottocategoria del processo di modernizzazione. Soltanto che qui si limita il potere politico pubblico delle autorità religiose e così il sacro, da insieme di norme che regolano la condotta della persona in pubblico, si ritrae nel foro interiore di ciascuno e diventa una norma che regola la condotta individuale. Ciò vuol dire che al di là di quanto continuamente si continua a scrivere, per processo di secolarizzazione non può intendersi l’evaporazione del sacro e la comparsa di un mondo senza fede. E ciò d’altro canto significa che la modernità non è affatto un luogo dove il sacro non c’è. Ciò che manca è il potere dei sacerdoti ed è una cosa differente.

Si diceva che il processo di modernizzazione consiste nel mettere le briglie al potere assoluto, un po’ come fecero i lillipuziani con Gulliver. Nel contempo questo significa l’apertura di spazi sempre più grandi (il mercato e la società civile) all’interno dei quali gli individui possono liberamente esplorare il mondo dei possibili e godere pacificamente della propria libertà e dei frutti del proprio lavoro. E questo è quello che è capitato ad Atene prima di Pericle e nella Roma repubblicana. È la libertà dal potere assoluto, la limitazione dell’arbitrio del principe ciò che ha creato le condizioni perché l’Occidente costituisse un’eccezione rispetto al resto del mondo.

Ciò vuol dire che il miracolo occidentale è dovuto, capovolgendo la tesi marxiana, alla creazione di una struttura istituzionale e normativa che, imbrigliando il potere assoluto, ha sancito le più ampie libertà possibili per tutti gli individui e ha creato meccanismi e procedure per la difesa di quelle libertà (Stato di diritto, autonomia della società civile e del mercato) e per la loro durata nel tempo, facendo in modo che tutti potessero vigilare su quelle libertà e, nel contempo, consentendo che quelle libertà possano evolvere nel tempo in osmosi con il mutare delle necessità e sensibilità (democrazia). E questo vuol dire che la libertà come indipendenza dal potere si lega alla libertà intesa come partecipazione. In altre parole, libertà liberali e libertà politiche sono legate l’una all’altra e là dove non vi è partecipazione alla gestione della cosa pubblica la presto non vi saranno più libertà liberali e viceversa. Sono dunque le libertà liberali e le istituzioni necessarie a garantirle e difenderle la fonte dello sviluppo occidentale.

Data questa struttura istituzionale (Machiavelli e Guizot lo sapevano bene) lo sviluppo economico sgorga spontaneamente; chiamatelo pure laissez-faire se volete. È la libertà che produce la ricchezza, dando libero sfogo alla creatività, perché aveva ragione Julian Simon quando diceva che la risorse più importante di un paese (Ultimate Resources) sono le menti creative dei propri cittadini.

Sia consentito a questo punto sintetizzare in maniera anche un po’ brutale. Sono le società aperte che producono ricchezze e benessere; mentre sono le società chiuse, là dove cioè il potere, sia quello dei molti, dei pochi o anche di uno solo, non trova di fronte a sé alcun limite e viene esercitato in maniera arbitraria, libero di tiranneggiare chi vuole e come vuole, che si generano stagnazione e sottosviluppo. Ciò del resto vuol dire che un paese che rifiuta la struttura istituzionale e normativa delle società aperte, non può pensare poi di avere crescita economica e progresso sociale, a tale riguardo le prove addotte da Acemoglu e Robinson in Why Nations Fail sono inconfutabili. Si pensi a Nogales il paesino messicano diviso in due dalla frontiera con gli Stati Uniti: la parte messicana è povera, quella americana è ricca. Eppure identico è il clima, le zanzare e anche le persone, ciò che cambia è il regime politico che li governa. Stesso discorso vale per la Corea del Nord e la Corea del Sud: la prima è un buco nero sul mappamondo, la seconda una delle più ricche e avanzate democrazie del pianeta.

Data dunque una particolare struttura istituzionale e normativa, che ha il compito di garantire a tutti le più ampie libertà liberali, si avvia una grande fase di sviluppo economico o, per dirla con Polanyi, una Grande trasformazione in grado di generare ricchezze delle meraviglie, visto che ognuno è libero di perseguire la propria idea di felicità e ha la consapevolezza di poter godere dei frutti del proprio lavoro.

Tuttavia la Grande trasformazione, accanto alle ricchezze delle meraviglie, produce polarizzazioni e disuguaglianze: non tutti hanno gli strumenti e le capacità per poter prosperare nel libero mercato; la libera concorrenza se non corretta, come sapevano i grandi liberali, tende al monopolio; e la ricchezza ha il brutto vizio di tendere alla concentrazione.

Così le società si spaccato in due nazioni, come scriveva Disraeli, da una parte coloro che sono riusciti a cogliere i frutti migliori del libero mercato e della concorrenza e dall’altra quelli che hanno difficoltà a mettere in tavola due fichi secchi. In sintesi, non solo non è detto che lo sviluppo economico sia per tutti, ma sviluppo economico e progresso sociale non sono affatto sinonimi. E questo significa anche che lo sviluppo economico non produce automaticamente quella ricca e prospera classe media che, da Aristotele in poi, è ritenuta un perno essenziale delle società libere. Il che equivale a dire che perché ci sia una ricca e prospera classe media e che le società aperte siano stabili e non diventino una fucina di tirannidi è necessario un intervento riequilibratore della mano pubblica, fosse anche solo di una uguale distribuzione delle possibilità.

Le questioni sociali

Prima di procedere, vale forse la pena chiarire cosa si intende per questione sociale. In un primo momento avevo dato questo definizione: si ha una questione sociale quando ad una forte polarizzazione economica (alto indice di Gini) si affianca l’assenza di strumenti di assistenza per chi non ce la fa o canali funzionanti che garantiscano la mobilità sociale.

Era un modo per dire che il problema era sì legato al fatto che una parte più o meno ampia della popolazione potesse impoverirsi, ma non solo. C’è anche un altro aspetto e cioè l’esistenza o meno della possibilità per gli sconfitti della Grande trasformazione di frenare la loro caduta verso il basso e riscattare la propria sorte e quella dei propri figli. Se quest’ultima possibilità non c’è, si ha la produzione di quel rancore sociale e di quella paura, anzi disperazione, nel senso di perdita della speranza nel futuro, che per una democrazia possono essere fatali. Questo perché se le società chiuse vivono nel culto del passato, della sacra Tradizione che ne legittima e sorregge la propria strutture, le società aperte vivono costantemente proiettate nel futuro. Hanno tirato giù dagli altari della fede pubblica il sacro tradizionale e ci hanno messo su l’uomo e la sua capacità di fare in modo che il domani possa essere migliore rispetto a ieri. In altre parole, tutte le società aperte celebrano se stesse e l’uomo come creatore di futuri migliori rispetto al passato. Questo vuol dire che umanesimo e società aperta coincidono e che pertanto non vi può essere società aperta senza fede nel progresso e fiducia nel futuro.

D’altro canto questo significa che quando le aspettative collettive si oscurano, quando la fede nel progresso crolla, le società aperte collassano, come una trottale che smette di girare (Grande trasformazione) e perde il perno della sua fede laica nell’uomo e nel futuro.

Ora io non credo che quella mia vecchia definizione che risale al 2011 sia sbagliata. Ma mi pare che sia più importante porre con maggiore enfasi l’accento sui fattori immateriali più che sul deterioramento delle condizioni materiali di un individuo o di una fetta più o meno ampia della popolazione.

Ecco allora che mi pare che si possa dire meglio così: in una questione sociale ci sono due elementi. Il primo sono le aspettative collettive. Il secondo sono le condizioni materiali dei più, ma quest’ultimo elemento è secondario rispetto al primo.

Ciò che conta non è, di per sé, il peggioramento materiale di una parte più o meno ampia della popolazione, ma l’idea che questa massa di persone si fa della propria condizione futura. Se pensa che le cose nel futuro andranno bene, anche peggioramenti significativi delle condizioni di vita possono essere irrilevanti; se invece si convince che il futuro è nero, allora anche l’abbondanza può essere percepita come segno della fine dei tempi.

Vale la pena ripeterlo, qui non è solo questione di condizioni materiali più o meno agiate. Qui contano le aspettative collettive. Chi faceva parte del ceto medio e sente la propria condizione peggiorare, se si convince che ci sono gli strumenti per poter migliorare e riscattare la propria sorte, è un conto. Tutto cambia se, al contrario, si convince che non c’è modo di cambiare la propria nuova e peggiore condizione.

Se così stanno le cose allora si può sintetizzare così: si ha una questione sociale quando una massa di individui ha paura del futuro, perché teme di poter perdere quello che ha o dispera di poter ragionevolmente migliorare la propria sorte; o teme l’emergere di un futuro svantaggioso per sé e la propria famiglia. E quando ciò accade, quando i più perdono la fede nella propria capacità di poter migliore la propria sorte con il proprio lavoro e la propria intelligenza, allora le società aperte collassano.

Questo è quanto è successo nella Atene dei Teti; è la sorte che è toccata ai piccoli proprietari terrieri a Roma con la Grande trasformazione che seguì alla sconfitta di Cartagine; è la sorte dei Ciompi e di tutto il proletariato urbano, nato nella straordinaria fase di sviluppo di quel primo vero Rinascimento, quello che va dal XI al XIV secolo.

Questioni sociali risolte e questioni sociali non risolte

E siamo al passaggio decisivo. Le questioni sociali possono essere risolte oppure no, e anzi ci sono modi giusti e sbagliati di risolverli.

Per dire… Solone ridistribuì le terre e annullò i debiti (i piccoli proprietari terrieri in difficoltà sono sempre pieni di debiti), stessa cosa si fece a Roma dopo la secessione del Monte Sacro, segno della prima importante questione sociale a Roma e parte di quel grande processo che ha il nome di rivoluzione della plebe, che si risolse non con il conservatorismo di Menenio Agrippa (che evidentemente non ci aveva capito nulla) ma con la redistribuzione delle terre (le Leggi Licinie Sestie del 377 a.C.) e l’istituzione del tribunato della plebe.

In sintesi, agli sconfitti della Grande trasformazione furono dati gli strumenti (la terra e l’annullamento dei debiti) e le leve istituzionali (un sindacato e una rappresentanza politica: tribunato della plebe e apertura di tutte le cariche anche ai plebei) per poter riscattare la propria sorte. Furono cioè garantiti dei diritti sociali (la terra), diritti liberali (la tutela di quella proprietà), diritti politici (la partecipazione alla cosa pubblica). Stessa cosa accadde dopo la seconda guerra mondiale quando i diritti sociali furono iscritti nella Costituzione, come nel caso italiano o all’interno di una possente struttura normativa.

Dunque, lo strumento migliore per risolvere le questioni sociali sono i diritti sociali e quindi la creazione di una macchina istituzionale che fa per i diritti sociali quello che lo Stato di diritto fa per i diritti liberali, ne garantisce l’applicazione e il rispetto. Sto parlando dello Stato sociale. Ovviamente, diritti liberali e diritti sociali, perché possano perdurare nel tempo, devono essere affiancati dai diritti politici, strumento di garanzia e di tutela dei primi due.

I moderni diritti sociali da chi sono stati pensati, rivendicati e conquistati? Sono il prodotto dei grandi movimenti sindacali e dei grandi partiti operai che, a partire dalla seconda metà dell’ 800 hanno iniziato a denunciare l’esistenza di una questione sociale che stava facendo diventare disumana la vita dei più. In sintesi, si può dire che diritti sociali e sinistra e quindi socialismo coincidono.

Dunque l’imposizione dei diritti sociali e la creazione del Welfare State sono gli strumenti più efficaci per risolvere una questione sociale e rappresentano il core business delle sinistre a livello globale. Ma attenzione perché diritti sociali e Stato sociale sono condizioni importanti ma non sufficienti.

Che cosa serve ancora allora? È necessario che i diritti sociali e lo stato sociale non scalfiscano di un ette i diritti liberali e lo Stato di diritto e che anzi si pongano come la naturale prosecuzione di quei diritti e cioè il modo per rendere le libertà liberali come libertà di cui tutti possono effettivamente godere.

E, infatti, se ci si sofferma sui casi precedentemente riportati (la risoluzione della prima questione sociale a Roma e quanto accaduto in Europa dopo la seconda guerra mondiale) ci si accorge che l’imposizione dei diritti sociali e la creazione dello Stato di sociale non danneggiarono le libertà liberali e quella macchina istituzionale e normativa che serve a garantirli e perpetuali, vale a dire lo Stato di diritto. Diritti liberali e diritti sociali, Stato di diritto e Stato sociale, così si integrano perfettamente e si completano.

Il risultato non è solo che in questo modo la questione sociale si risolve, ma le stesse istituzioni liberali, la struttura istituzionale di una società aperta, ne escono rafforzate, perché tutti a quel punto sentono che quelle istituzioni, alla riforma delle quali essi stessi hanno partecipato senza dover ricorrere alla violenza, hanno la funzione di curare davvero gli interessi collettivi, sono davvero Res pubblica. E non è allora un caso se, quando una società riesce a curare pacificamente la questione sociale che rischia di dilaniarla, conciliando libertà liberali e diritti sociali, dopo si registra una immensa esplosione di vitalità, come accadde a Roma, che nei due secoli che seguirono la risoluzione di quella prima questione sociale, riuscì a conquistare tutto il bacino del Mediterraneo, e come accadde ai paesi europei dopo la seconda guerra mondiale, quando alla più grande fase di sviluppo economico dell’umanità si affiancò una altrettanto strabiliante fase di progresso sociale.

Ma le questioni sociali possono anche non essere risolte o risolte male. I Gracchi che non volevano fare altro che riproporre una riforma agraria sullo stile di quella fatta con le leggi Licinie-Sestie furono uccisi a bastonate, i Ciompi che chiedevano migliori condizioni di lavoro e di “aver parte al reggimento della città” furono macellati dai beccai.

In quei casi, i vincitori del processo della Grande trasformazione si mostrarono sordi alle istanze di chi meno aveva ottenuto dal processo di sviluppo economico e respinsero con la forza e le violenze le richieste degli sconfitti della grande trasformazione, credendo di poter soffocare così le richieste di una maggiore giustizia sociale. Ma sbagliavano, dato che nessuna struttura istituzionale può sopravvivere senza il consenso dei più.

Infatti, quando le questioni sociali non vengono risolte si verificano due fenomeni. Il primo, le vittime della questione sociale si convincono che le istituzioni liberale e i diritti liberali sono truccati, servono cioè a far vincere sempre gli stessi e a far perdere sempre gli altri. Si convincono, in altre parole, non solo che sono le stesse istituzioni liberali la causa dei propri mali; ma anche che, visto il modo in cui le loro istanza sono state respinte, quelle istituzioni non sono riformabili.

Dal che ne consegue che le vittime della questione sociale, i più, si convincono che le libertà liberali e le libertà sociali non sono conciliabili, sono anzi antitetiche e che pertanto, per poter riscattare la propria sorte, sono costretti ad abbattere con la forza quelle istituzioni che preservano quelle libertà che vengono percepite come privilegio dei pochi a danno dei molti. Il risultato drammatico è lo scollamento tra diritti liberali e diritti sociali, e quindi lo scollamento tra libertà individuale e giustizia sociale e quindi lo scollamento tra liberalismo e democrazia. Così la partecipazione democratica, da strumento necessario a tutelare e rendere vive nel tempo le libertà, diviene strumento di tirannide.

Infatti, a quel punto le masse sono disposte a prestare il proprio braccio e il proprio consenso a chiunque garantisca loro di liberarli dalla paura del futuro, garantendo con la forza quei diritti sociali che loro non sono riusciti a conquistare con le riforme.

Così i Teti ad Atene prendono il potere e iniziano a tiranneggiare non solo sugli altri cittadini, ma anche sugli alleati ai quali spetta di pagare il reddito di cittadinanza dei nullatenenti; a Roma i nullatenenti vengono arruolati negli eserciti privati degli oligarchi che si combattono nelle guerre civili, finché uno solo di essi vince. Ottaviano impone un potere assoluto, manomette la costituzione, ma garantisce il pane alla plebe urbana. C’è di più, gli eserciti imperiali saranno eserciti di nullatenenti, che combattono per avere quelle terre che in passato ebbero con le riforme politiche. Le fedeltà di quegli eserciti dunque si paga con la guerra continua e la razzia, il che avviamo Roma su un cammino infernale. E ancora, quando la folla cittadina sbranerà i congiurati della Rivolta de’ Pazzi, che avevano attentano alla vita del despota mediceo, lo farà al grido di “Viva Lorenzo che ci dà il pane”. Stessa cosa faranno il fascismo e il comunismo: un tozzo di pane per tutti, cure sanitarie per tutti, istruzione per tutti, ma il soffocamento di tutte le libertà liberali.

Il risultato? Senza le libertà liberali si spegne il motore della creatività, si soffoca ogni intraprendenza e le società muoiono per interna consunzione, come l’Unione Sovietica ha dimostrato. Questo vuol dire che il dispotismo e la manomissione della Stato di diritto porta con sé la perdita delle libertà e della prosperità economica e pensare di migliorare la propria sorte svendendo le proprie libertà liberali e i propri diritti in cambio di un tozzo di giustizia sociale, significa creare le condizioni per la futura schiavitù in una miseria ancora più grande.

L’importanza dello Stato sociale

Ora se le libertà liberali e lo Stato di diritto sono il frutto del liberalismo e i diritti sociali e lo Stato sociale sono il prodotto del pensiero socialista, ne consegue che è legittimo dire che, perché le società aperte possano godere di lunga vita, è necessaria una integrazione tra liberalismo e socialismo. Anzi la cosa la si potrebbe dire anche diversamente.

Si è detto che il mercato produce naturalmente questioni sociali e che l’essenza di una questione sociale è l’apparire di una massa di individui che ha paura del futuro, che teme per la propria sorte e dispera di poter migliorare la propria condizione. È la folla un attore irrazionale che reso cieco dalla paura.

Ora tale massa di persone non ha nulla a che fare con il popolo, che può essere inteso come un attore razionale che non dispera del futuro, gode di un minimo di indipendenza economica o ha una ragionevole certezza di non morire di fame, e ha gli strumenti intellettuali per poter giudicare quali sono i suoi reali interessi e quali le condizioni in cui vive il proprio paese.

Come si è detto, a questo risultato non si perviene attraverso il libero corso delle solo forze di mercato. Serve un correttivo politico in grado di curare la paura del futuro, di tutelare i più dai colpi avversi della sorte (assistenza), di dare un minimo di indipendenza economica e autonomia (tutela del lavoro), e fornire quegli strumenti intellettuali che consentano alle persone di ragionare con la propria testa (scuola pubblica).

In questo senso si può dire che il compito del socialismo, attraverso la garanzia dei diritti sociali, è quello di trasformare la folla, attore irrazionale e illiberale, in popolo, attore razionale e liberale. Se tale trasformazione non avviene allora la folla rischia di distruggere la cittadella liberale e trasformarsi essa stessa in una tirannide o in uno strumento di tirannide.

Alla luce di ciò, dunque, appare del tutto logico e giustificato l’atteggiamento dei grandi liberali da Kant e a Constant che escludevano dalla cittadella liberale, negando i diritti politici a coloro che non fossero possidenti o a chiunque non fosse padrone di sé, a chiunque cioè non avesse i mezzi necessari per vivere del proprio lavoro autonomamente, condizione dalla quale Kant esclude i salariati: “in fatto di legislazione, tutti quelli che sono liberi ed uguali sotto leggi pubbliche già esistenti non sono tuttavia da considerarsi uguali per ciò che riguarda il diritto di dare leggi”. Sul punto Constant è ancora più chiaro: “la proprietà sola – scrive Constant – rende gli uomini capaci di esercitare i diritti politici. Solo i proprietari possono essere cittadini. (…) quando i non proprietari hanno dei diritti politici accade una di queste tre cose: o non traggono impulso che da se stessi e allora distruggono la società, o lo traggono dall’uomo o dagli uomini al potere e sono strumento di tirannide, o lo traggono da coloro che aspirano al potere e sono strumento di una fazione”. E aveva ragione.

Eppure la soluzione del liberalismo classico, evitare che la folla distrugga con la sua irrazionalità, dovuta alla paura di morire di fame nel futuro, che la spinge a trasformarsi in strumento di tirannide a vantaggio di chiunque prometta un tozzo di pane, non è la sola soluzione.

Ne esiste un’altra, trasformare la folla in popolo e consentirle di gestire la cosa pubblica.

Siamo dunque di fronte a un binomio, da una parte il popolo, dall’altra la folla. E se la folla è il naturale prodotto delle forze di mercato e del libero gioco della concorrenza, e se questa forza è incompatibile con il perdurare delle libertà liberali, allora è necessario convenire che perché la democrazia, strumento utile a perpetuare le libertà liberali, possa vedere la luce è necessario che lo stato sociale la concili con il liberalismo.

In questo senso può dirsi che fine ultimo dello stato sociale è quello di, in un’ottica kantiana, fare in modo che tutti possano essere padroni di sè, sia che abbiano gli strumenti di che vivere autonomamente, sia che siano salariati. Di qui le norme a tutela del lavoro, di qui l’assistenza sanitaria, e la scuola pubblica. Così solo chi è padrone di sè, non teme il futuro, ha di che vivere e sa ragionare con la propria testa può essere considerato cittadino de pleno iure.

C’è un’ultima considerazione da fare. I diritti sociali sono necessari a conciliare liberalismo e democrazia, dando vita al “popolo”, che è cosa diversa dalla folla, ed è un prodotto di una precisa azione politica, che è essenziale per la stabilità e la prosperità di una società aperta. Ma c’è anche altro. Come si è detto, la folla è una massa di individui che ha paura del futuro, perché teme di perdere ciò che ha, perché teme di non poter riscattare la propria sorte o perché teme di sentirsi estranea in un futuro che non è in grado di comprendere e nel quale potrebbe non avere gli strumenti per poter sopravvivere.

Quest’ultimo aspetto sta assumendo un ruolo preponderante nella situazione attuale. Lo straordinario progresso tecnologico che si è avuto negli ultimi trent’anni sta trasformando a una velocità impressionante il mondo del lavoro, con occupazioni tradizionali che vengono soppiantate da macchine e algoritmi e con i lavori del futuro che ancora non si intravedono. Di qui ansie e angosce di chi teme di essere fuori posto nel futuro che si intravede. E di qui le richieste dal carattere reazionario ma pur sempre comprensibile, di rallentare la corsa o anche di tornare indietro.

La causa principale di tale sfasamento tra i prodigi della tecnica, il mondo del lavoro del futuro e la realtà del mondo del lavoro attuale è, per chi scrive, da individuarsi nella sclerosi del sistema scolastico (si veda J.S. Mill) e quindi nella sclerosi di uno stato sociale che non ha saputo aggiornarsi, continuando a formare i propri cittadini per lavori, occupazioni, professioni che non esistono più. È per questo che la maggioranza dei cittadini si sente straniera nel proprio stesso tempo, perché parla orami una lingua morta e nessuno gli ha insegnato la lingua dei tempi moderni.

In questo senso, può dirsi che la più grave colpa di chi ha avuto responsabilità di governo è stata quella di aver distrutto la scuola pubblica. E così facendo hanno provocato un danno immenso sia al sistema economico (non si contano le richieste delle imprese di specializzazioni che non si riescono a trovare) sia alla tenuta del sistema politica, dato che l’angoscia nei confronti di un futuro per comprendere non si posseggono gli strumenti, genera rancore e quando il rancore e la rabbia si tramutano a livello politico possono avere ripercussioni assai pericolose.

Questo significa anche un’altra cosa. Julian Simon (già citato in precedenza) ha scritto che la più importante risorsa di un paese non è la sua collocazione geografica, né la sua dotazione di materie prime, ma le menti creative dei suoi cittadini. In sintesi, la ricchezza delle nazioni dipende dalla materia grigia nelle teste dei propri cittadini. Ciò vuol dire che vinceranno la competizione delle nazioni per garantire il migliore livello possibile di vita ai propri cittadini quei paesi che saranno in grado di garantire i più ampi spazi possibili di libertà così che tutti possono esplorare liberamente le proprie potenzialità e perseguire la propria personale idea di libertà. E qui stiamo parlando di Stato di diritto. Ma non basta. Serve altro. E cioè uno Stato sociale in grado di formare, nutrire e allenare il maggiore numero possibile di intelligenze fornendo realmente a tutti gli strumenti per poter cogliere quelle libertà che lo Stato di diritto garantisce.

Senza Stato sociale (istruzione e sanità) non ci sarà produzione di materia grigia e senza materia grigia non c’è ricchezza.

Appendice sui guasti attuali e i travagli della sinistra

A che punto siamo ora? Come nel caso di Atene quando, dopo la sconfitta dei Persiani, divenne la più importante città dell’Ellade e diede vita a una prima Grande trasformazione, che produsse ricchezze delle meraviglie; come nel caso di Roma che, dopo la sconfitta di Cartagine nella seconda guerra punica, divenne la più importante potenza politica, militare ed economica nel Mediterraneo, dando vita a un seconda immensa fase di sviluppo economico, così l’Occidente, dopo la sconfitta dell’Unione Sovietica, ha sperimentato uno straordinaria fase di sviluppo economico ed ha giustamente innalzato ai massimi livelli possibili quei diritti liberali che nel mondo sovietico erano calpestati e che sono serviti per scardinare quel sistema.

Qualcuno però, preso ancora dalla foga della grande battaglia ideologica della Guerra fredda, ha esagerato e a quei diritti ha attribuito un carattere taumaturgico, convincendosi che il mercato e la concorrenza sarebbero stati in grado di produrre ricchezze delle meraviglie (il che è vero) per tutti (il che è falso); che sarebbero stati in grado di produrre un grande sviluppo economico (il che è vero) e un grande progresso sociale (il che è falso), che sarebbero stati in grado di produrre ricchezza (il che è vero) e stabilità politica attraverso una ricca e prospera classe media (il che è falso). Tutto ciò i grandi li sapevano bene, basta leggere con attenzione Einaudi per rendersene conto. Il liberismo ha raggiunto così un livello dogmatico tale da trasformarsi in un vero e proprio atto di fede, tanto da obnubilare la vista di alcuni suoi sacerdoti.

Si è formato così un vero e proprio paradigma dominante la cui forza radioattiva ha condizionato sia le destre che le sinistre a livello globale e per almeno tre decenni. Così anche le sinistre la cui essenza coincide con i diritti sociali e la cui ragione d’essere dovrebbe consistere nel rafforzamento e ammodernamento dello Stato sociale, hanno abbandonato questa loro missione storica per farsi esclusivamente alfieri dei diritti liberali e dando una connotazione progressista a “lotte” che di progressista hanno bene poco (lo scrive giustamente Mark Lilla), come nel caso dei diritti di minoranze più o meno ampie.

Ciò vuol dire che non solo le sinistre non si sono preoccupate di ammodernare lo Stato sociale per metterlo al passo con i tempi, ma significa anche che non si sono accorte che, come è naturale che fosse, a fianco al grande sviluppo economico si stava formando un’altrettanta grande questione sociale. Ricchezze immense e altrettanto immense paure; tecnologie delle meraviglie e profondo ansie per il futuro. Si è così formata una massa di individui, timorosi per la propria sorte e spaventati del futuro, che per lenire queste paure (un sentimento per tutti insopportabile) non chiedevano altro che protezione sotto forma di diritti sociali.

Il guaio è che coloro che avrebbero dovuto occuparsi di diritti sociali, vale a dire la sinistra, aveva abbracciato un paradigma nel quale la giustizia sociale era considerata alla stregua dell’invidia sociale e i diritti sociali un relitto dei secoli passati. Così quando le vittime della questione sociale del XXI secolo si sono fatte avanti per chiedere una maggiore giustizia sociale e la conciliazione dei diritti sociali nati dalle lotte operaie e sindacali del ‘800 alle nuove libertà liberali (la globalizzazione), la reazione è stata violenta: dalla guardia nazionale inviata da Clinton a Seattle, agli sberleffi di Renzi contro i sindacati incapaci di comprendere i tempi moderni (il gettone nell’iPhone).

Per la sinistra del XXI secolo semplicemente i diritti sociali e lo Stato sociale erano il lamento inutile di un mondo che doveva morire se si volevano spalancare le porte al mondo nuovo che stava arrivando. Stato sociale e giustizia sociale semplicemente non avevano alcun diritto di cittadinanza in quel futuro delle meraviglie che sembrava a portata di mano e chi non era in grado di capirlo o di adattarvisi non era un problema di cui la politica dovesse.

Così, senza diritti sociali e senza Stato sociale liberalismo e democrazia sono ritornati ad essere due mondi antitetici, con il popolo che si è trasformato in quell’attore irrazionale e illiberale, la folla che tutto può travolgere perché resa cieca dalla paura del futuro e disponibile ad affidarsi anima e corpo a chi promette di liberarla da quella paura.

L’odio per i moderati e i malanni della sinistra

Ma c’è qualcosa di più inquietante. Quando la maggioranza delle persone che temeva il futuro si è resa conto che la politica tutta colpevolmente li sbeffeggiava o si voltava dall’altra parte; quando le vittime della questione sociale, si sono accorte che anche la sinistra, che dei diritti sociali avrebbe dovuto fare la sua principale occupazione e preoccupazione, preferiva andare a braccetto con chi era uscito vincitore dalla grande trasformazione del XXI secolo, allora hanno iniziato a pensare una cosa.

Hanno iniziato a convincersi che tutta la struttura istituzionale, tutto il sistema liberale in sé, e quindi anche il mercato e il capitalismo, fossero truccati e fossero strutturati in modo da far vincere sempre gli stessi e chiusi a qualsiasi rivendicazione da parte di chi non riusciva, o temeva di riuscire, a vivere in quel mondo.

Così, come nel passato, le masse non solo hanno prestato il loro braccio e il loro consenso a chiunque promettesse di lenire le loro ansie e le loro paure del futuro e di garantire i diritti sociali, anche con il ricorso alla forza, anche se ciò dovesse significare compromettere le libertà liberali. Anzi, visto che il sistema liberale appariva sordo alle istanze di una maggiore giustizia sociale, i più si sono convinti che per poter migliorare la propria sorte, per poter lenire le proprie paure, per poter vedersi riconosciuti quei diritti sociali che pure la Costituzione pone al vertice dell’ordinamento italiano, avrebbero dovuto abbattere quel sistema liberale e quelle libertà di cui solo pochi potevano godere.

Così, venuto meno lo stato sociale e la garanzia dei diritti sociali, liberalismo e democrazia ritornano ad essere antitetici e la volontà della maggioranza si trasforma in una forza illiberale che distrugge ogni cosa comprese quelle strutture liberali che, garantendo diritti e libertà, avevano prodotto uno sviluppo senza precedenti.

Io credo che nasca da qui la sorgente di quel rancore, che sfiora l’odio, nei confronti dei partiti tradizionale di ispirazione liberale, siano essi di centro sinistra o di centro destra, quando cioè i più, nel momento del bisogno, quando maggiori erano le ansie nel futuro e l’angoscia di vedere un peggioramento delle prospettive di vita per sé e la propria famiglia, si sono visti abbandonati dalla politica e hanno iniziato a pensare che per loro non ci fosse più posto e che la res pubblica fosse diventata proprietà privata dei pochi che riescono a marciare al passo con i tempi.

Di qui l’odio e un certo furore pantoclastico, chiunque è meglio di quelli che ci sono stati, anche se l’economia non andava così male, anche se il sistema produttivo si stava ammodernando. Tutte queste sono considerazioni razionale che non alleviano quel senso di abbandono, disperazione e frustrazione che una parte importante dei cittadini hanno provato.

Le forze liberal-democratiche subiscono una serie di handicap: sono identificate come forze di un progresso che non era per tutti; di una globalizzazione che ha esposto i più alla dura prova dell’individualismo e all’abbandono delle piccole collettività con le loro sacre tradizioni; subiscono poi l’handicap da una parte di essere identificate con quel liberismo che aveva assunto caratteri dogmatici e che, non a torto, viene considerato tra le cause che hanno scatenato al crisi del 2008, dall’altro sono considerate parte costituente di quelle istituzioni liberali che le vittime della questione sociale vedono come strutturalmente orientate a far vincere solo pochi e perdere tutti gli altri.

Per le sinistre i problemi si moltiplicano. In primo luogo, perché si sono identificate con il paradigma neoliberista, così agli occhi delle vittime della Grande trasformazione, condividono le colpe delle forze liberal-democratiche. In secondo luogo, perchè si sono fatte scippare dai partiti populisti tutto il campo dei diritti sociali, per giunta tali movimenti sanno brandire quei diritti sociali con maggiore forza perché non devono tener conto dei limiti posti dallo Stato di diritto: i diritti sociali prima di tutto, anche se si dovesse sfasciare le libertà liberali e compromettere per i prossimi decenni la salute dei conti pubblici.

C’è un ultimo aspetto che ha contribuito al disastro delle sinistre, i partiti della tradizione socialista non si possono schierare apertamente in difesa delle libertà liberali e del mercato perché la loro coscienza politica, la cui matrice marxista resta forte, glielo impedisce: quelle libertà – come recitavano i testi sacri del marxismo – sono libertà borghesi, lo stato di diritto è il comitato d’affari della borghesia.

Così ora che le strutture liberali dei paesi occidentali sono in pericolo le sinistra non possono schierarsi con le forze liberali, per difendere quelle libertà che la loro tradizione marxista bolla come classiste, e d’altro canto non possono abbracciare la questione dei diritti sociali, che sono ormai ostaggio delle forze populiste.

Ecco, noi oggi siamo a questo punto, con partiti e movimenti che hanno preso a brandire la bandiera dei diritti sociali che la sinistra aveva abbandonato e si pongono un solo obiettivo: imporre i diritti sociali, garantire la giustizia sociale ad ogni costo, anche calpestando tutte le libertà liberali, anzi proprio per riformare (nella migliore della ipotesi) o abbattere (nella peggiore) quella struttura istituzionale fatta di Stato di diritto e mercato, che ha fatto il miracolo dell’Occidente.

Categorie: Analisi

2 commenti

m.castino · 9 Novembre, 2018 alle 11:55 pm

Ottima analisi. Le sx di governo negli scorsi anni e il PD renziano hanno applicato quelle riforme suggerite da FMI Ocse BCE che si sono rivelate ricette sbagliate, perché hanno cancellato diritti sociali (Jobs Act), indebolito il Welfare e non sono servite alla crescita. Il caso italiano poi è particolare, perché qui vigono ancora gli Ordini Professionali, le Caste che ingessano e burocratizzano il sistema e ne aumentano i costi. Troppo facile colpire i deboli, i lavoratori dipendenti e i piccoli imprenditori e commercianti e non intaccare il potere di lobbies e Caste.
L’odio verso il PD e le sx di governo nasce da qui, troppe Persone si sono sentite tradite e abbandonate

ivana · 9 Novembre, 2018 alle 1:42 pm

Un’interessante analisi, che risulta chiara anche ai non addetti ai lavori quale io sono. Sarebbe altrettanto interessante un’eventuale ipotesi di come potere uscire da un tale cul-de-sac.

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