Il piano egemonico cinese

Pubblicato da Redazione il


Francamente mi sembra che il fatto che Di Maio abbia storpiato il nome di Xi Jinping sia un peccato veniale. Ben più grave sono i tanti tappeti rossi che vengono srotolati davanti agli investitori cinesi, senza nemmeno chiedersi chi sono (vedi il caso del Milan) e se quegli investimenti siano parte di una più ampia strategia oppure no.

Qualche tempo fa scrissi per il Foglio un articoletto in cui chiedevo se poteva definirsi privatizzazione la cessione di una azienda di Stato italiana a una azienda di Stato cinese (Ansaldo Energia) o se fosse salutare per l’economia italiana il fatto che delle importanti aziende italiane venissero acquisiste da aziende di Stato cinesi, come nel caso di ChemChina che acquista Pirelli. Le reazioni furono minime.

Ma non finisce qua. Un mesetto fa Le Monde informava degli entusiasmi di Michele Geraci, sottosegretario allo Sviluppo economico, molto vicino a Salvini che in passato lo aveva addirittura proposto come premier. Geraci appare al settimo cielo al giornalista di Le Monde: è felice perchè quest’anno verranno firmati dei Memorandum tra noi e la Cina per fare dell’Italia “la pointe avancée en Europe du projet de Pékin d’infrastructure géante (« One Belt One Road ») reliant l’Extrême-Orient à l’Europe.”

Stesso entusiasmo ha il presidente ceco Milos Zeman che all’Economist confessa di sognare che il proprio paese diventi “China’s ‘unsinkable aircraft-carrier’ in Europe”. Contento lui.

Più che la sciatteria di Di Maio, dunque, è grave questo sgomitare che l’Italia fa, insieme ad altri paesi europei, per potersi candidare al ruolo di cavalier servente dei cinesi.

C’era una volta la Strategia del Filo di Perle

In questo senso il caso più emblematico è quello legato alla nuova via della seta. In un primo momento si chiamava “New Silk Road Iniziative”, poi con X Jinping è diventata la “One Belt, One Road Strategy”, dove la “Belt” è la rotta marittima che collega la Cina all’Europa e all’Africa passando per l’Oceano Indiano, mentre la “Road” è la via di terra che collega l’Europa alla Cina, passando per l’Asia Centrale.

Qualche riflessione dunque politica su queste iniziative che gli italiani leggono come puramente economiche va fatta. Partendo dalla Strategia del Filo di Perle. Cos’è? Ora lo spiego.

Poco più di dieci anni fa era ad un incontro con un alto funzionario dell’Esercito di Liberazione Nazionale cinese e ad un certo punto, citando un articolo che qualche mese prima era apparto sul Washington Times, gli chiesi maggiori informazioni su quella che allora si chiamava la “Strategia del Filo di Perle”, in inglese “String of Pearl Strategy”.

Non feci in tempo a finire la domanda che mi accorsi che l’interprete si agitava molto e disorientato iniziava a chiedere qualcosa agli altri membri della delegazione. In sostanza non sapeva come tradurre dall’inglese al cinese “String of Pearl”. Nè io avevo la minima idea di come si potesse fare. 

Finché non intervenne il pragmatismo di una collega che si tolse la collana di perle che aveva al collo e la diede al generale.

Risolta la questione, tirai un sospiro di sollievo. Ma il peggio doveva ancora arrivare. Il generale iniziò ad inveire contro di me. La mia colpa? Quella di dare credito a quel giornalaccio del Washington Times. Non esisteva nessuna strategia del filo di perle e chiunque ne parlava voleva il male della Cina.

La reazione del generale ovviamente mi incuriosì molto e nei mesi successivi mi buttai a capofitto su tutta quella questione. Una prima sintesi di quegli studi finì su Limes e altre in successive ricerche per il CeMiSS.

In estrema sintesi, la Strategia del Filo di Perle consisteva in una serie di investimenti in punti lungo la costa dell’Oceano Indiano così da poter controllare le linee marittime che collegano il Medio Oriente e l’Africa alla Cina e attraverso cui passano materie prime e approvvigionamenti energetici necessari a tenere in moto la macchina cinese e che nel contempo legano la Cina all’Europa, il più importante mercato di sbocco per le merci cinesi. Questi punti lungo la cosa si dovrebbero combinare con le nuove ambizioni navali che Pechino sta sviluppando. Dopo che a partire dalla prima metà del XIV secolo la Cina si chiuse al mare, intende ora ritornarci in forza.

È chiaro che, nonostante gli improperi del generale, quella strategia esisteva. 

Forse è utile sapere che come George Washington per un bel pò di tempo ha influenzato (e per certi versi continua a farlo) la politica estera americana (non immischiatevi nelle guerre europee) così continua a farlo Deng Xiaoping, o Ping per Di Maio. Deng consigliava, infatti, di tenere un basso profilo, non mostrare le proprie intenzioni, ma nel frattempo in silenzio acquisire forza e potenza.

Il secolo delle umiliazioni

Negli ultimi anni, soprattutto con Xi Jinping, o Ping per Di Maio, le cose sono cambiate e la Cina ha iniziato a parlare apertamente della proprie ambizioni e delle proprie iniziative strategiche.

È infatti con Xi che la Strategia del Filo di Perle viene ufficializzata e ampliata ed è diventata la “One Belt, One Road Strategy” di cui sopra.

Questa iniziativa strategica è parte di un preciso progetto politico, su cui bisognerebbe riflettere prima di correre in Cina con le chiavi dei propri paesi in mano per farne dono a Xi Jinping.

Quando, come accennavo prima, la autorità imperiali posero fine alle campagne di esplorazione navale dell’ammiraglio Zeng He (le immense navi dei gioielli) di fatto sigillarono i confini marittimi della Cina chiudendola completamente al mondo esterno. 

Nel 1792 gli inglesi provarono a coinvolgere la Cina nel commercio internazionale con una missione diplomatica comandata da Lord Macartenry ma senza alcun successo. Anzi nella lettera che il vecchio imperatore Qialong scrisse a Giorgio III si disprezzavano gli ultimi ritrovati della tecnica, (cannoni, astrolabi, cannocchiali) di cui gli inglesi avevano dono all’imperatore come giocattoli utili a far divertire i bambini.

La Cina continuava a percepirsi come la più alta evoluzione dell’umana famiglia, il fulcro di un Impero intorno al quale ruotavano, come dei satelliti intorno al sole, una serie di stati vassalli che dalla Cina, come dal sole, ricevevano ogni cosa, dal calendario alla scrittura. Proprio per questo i cinesi non riconoscevano nessun valore a qualsiasi cosa venisse dai barbari d’oltremare, vale a dire gli Occidentali.

Per ben due volte gli inglesi bussarono pacificamente alla porte della Cina (nel 1812 Lord Ahmest non fu nemmeno ricevuto, a differenza di Lord Macartnery, dall’Imperatore). La terza volta quelle porte le abbatterono a colpi di cannonate e fu la prima guerra dell’Oppio, nel corso della quale le potenze occidentali ebbero gioco facile a sconfiggere le forze imperiali cinesi.

Così la Cina, che si pensava al vertice della gerarchia delle grandi potenze, e come la più evoluta espressione tra i popoli, in pochi anni si vide ridotta al rango di semicolonia. Iniziava così quel Secolo delle Umiliazione che ha plasmato e continua a plasmare la mentalità delle elites politiche del paese che da allora sono alla continua ricerca di un riscatto, per riportare il Paese al vertice delle grandi potenze e rimediare ai guasti causati dalle potenze occidentali.

Di qui la affannosa corsa ad acquisire tecnologie, forza economica per poterle tramutare in forza politica e militare così da non dover temere di poter di nuovo subire le antiche umiliazione e rischiare di essere ancora ridotti al rango di semi colonia.

Per questo si può dire che i cinesi corrono avanti per poter ritornare indietro e ricostruire quell’ordine imperiale sinocentrico, così che la Cina possa ritornare ad essere il sole intorno al quale tutti ruotano.

Il piano egemonico cinese  e la miopia dei sovranisti

Ecco la strategia delle due vie della seta, quella terrestre e quella marittima, serve proprio a questo, creare un tessuto di infrastrutture così da legare i paesi coinvolti alla Cina, allettandoli con l’immenso potenziale del mercato interno cinese; e rendendoli così dipendenti dalla Cina, che a quel punto, con le minaccia di negare l’accesso al suo mercato interno, potrà condizionarne il comportamento dei vari paesi.

Del resto vale la pena ricordare che quella a cui ha partecipato Di Maio è la prima iniziativa in pompa magna dedicata all’Import e ai paesi interessati ad avere accesso al mercato cinese.

Le infrastrutture e gli investimenti cinesi servono a orientare in via esclusiva le economie dei vari paesi della regione verso la macchina economica cinese, renderle compatibili solo con la Cina e ridurle così ad un rapporto di dipendenza, proprio come accadeva gli antichi stati dell’età imperiale, costretti ogni anno a compiere atto di vassallaggio.

In sintesi, la Strategia della Via della Seta serve alle autorità cinesi per ottenere quell’obiettivo che da quasi due secoli perseguono, ritornare al vertice del potere mondiale, sottomettendo le altre grandi potenze.

E per farlo ha puntato al ventre molle dell’Occidente, vale a dire all’Europa, miope, litigiosa, divisa. Ed in modo particolare su quei paesi piccoli, come di alcuni paesi dell’Est, o particolarmente quelli inebetiti per ragioni di bisogno economico (Grecia) o per particolari scelte politiche (Italia). Per inciso, agli strateghi del governo che si affannano a correre in Cina per accaparrarsi i loro investimenti vorrei raccontare una cosa. I cinesi usano la loro immensa forza finanziaria come leva politica. Prestano soldi per creare opere infrastrutturali strategiche in un paese. Ma di solito, l’ammontare dei prestiti è così ingente che i paesi in questione non sono in grado di ripagarlo e così la Cina attraverso le sue imprese di Stato si appropria di quelle infrastrutture. Alcuni paesi hanno capito quali pericoli si annidano dietro la generosità cinese e stanno provando a reagire, come è il caso delle Maldive. 

Dunque dietro i progetti cinesi ci sono c’è un piano strategico di tipo egemonico che tende a creare un rapporto di vassallaggio tra le nazioni coinvolte e la Cina, paese autocratico e dove l’economia di mercato non sanno nemmeno cos’è. 

Categorie: Analisi

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