Il nuovo ordine mondiale cinese e l’AIIB

Pubblicato da Redazione il

Analisi e proposta di uno schema interpretativo per inquadrare la Asian Ifrastructure Investment Bank in una più ampia politica cinese. Una Grand Strategy le cui radici risalgono a quell’impatto traumatico che la Cina ebbe con l’Occidente e le potenze coloniali.

A marzo del 2015 Francia, Germania ed Italia[1] (insieme a Londra, che aveva ufficializzato per prima la propria adesione, e insieme al Lussemburgo e alla Svizzera) hanno annunciato il proprio ingresso nella Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), in qualità di paesi fondatori: la deadline era stata fissata da Pechino al 31 marzo[2]. La banca voluta e finanziata in massima parte (almeno al momento) dalla Cina è il braccio finanziario di una più ampia strategia cinese che si compone di più elementi, i più importanti dei quali sono le due nuove vie della seta, quella terrestre che deve collegare la Cina all’Europa via Asia centrale e quella marittima che deve collegare la Cina, via Oceano Indiano, all’Europa e all’Africa. Le due iniziative (la Silk Road Economic Belt e la 21st Century Maritime Silk Road) definite anche la “One Belt, One Road Strategy” e la AIIB sono di fatto la vera risposta cinese alla Trans Pacific Partnership americana, che è a sua volta il braccio economico del ri-bilaciamento strategico di Washington in Asia[3].

Si tratta di due grandiosi progetti infrastrutturali con i quali Pechino intende – per dirla in breve – connettersi all’Europa via terra e via mare e in questo percorso stringere più solidi rapporti economici, commerciali e politici con i paesi che si trovano nel cammino tra la Pechino e Bruxelles. In altre parole, si tratta per la Cina di guidare e plasmare, secondo i propri interessi, un immenso progetto di interconnessione di un intero continente con infrastrutture che farebbero da volano per la crescita economica, i commerci, ma anche per poter estendere l’influenza politica cinese nell’area. In questo senso, si può dire che le due iniziative sono funzionali a permettere a Pechino di ricostruire un’area ad egemonia cinese, l’antico ordine sino-centrico distrutto dalle potenze coloniali nel XIX secolo. Un’area ad egemonia cinese, dunque, dalla quale sarebbero esclusi gli Stati Uniti[4].

Se si guarda alla questione da questo punto di vista, appare giustificato lo stupore suscitato in America dall’adesione al progetto della AIIB da parte dei maggiori paesi europei, che sono anche i più importanti alleati degli Stati Uniti, nonostante le pressioni anche pubbliche da parte di Washington perché non compissero quel passo.

Le parole di Washington tuttavia sarebbero andate inascoltate[5] (frizioni ci sarebbero state anche con Londra[6]) e, attratti dalle apparentemente immense possibilità di lucro, i paesi europei potrebbero ora lavorare, scientemente o meno, alla costruzione di un’area ad egemonia cinese, che si porrebbe in competizione con la leadership globale americana. Il che avrebbe indotto Washington ad esprimere pubblicamente il proprio scontento per la venalità degli alleati europei. Cosa che ha spinto più di un osservatore a sostenere che la questione della AIIB, con il voltafaccia europeo, potrebbe quasi simboleggiare il definitivo passaggio di testimone tra Washington e Pechino nel ruolo di potenza globale. Sarebbe questo, secondo tali osservatori, il segnale che la transizione egemonica si avvia al compimento: Pechino andrà via via sostituendosi sempre più agli Stati Uniti alla guida del mondo[7]. Il China Daily, a tale proposito, consiglia a Washington di rassegnarsi e cercare di adattarsi all’ormai inarrestabile ascesa cinese[8]. A riprova di ciò il fatto che anche Australia, Corea del Sud, Taiwan e Giappone, dapprima assai scettiche, potrebbero rivedere la propria posizione ed entrare nella AIIB. Sin qui la ricostruzione dei fatti

In effetti, se realmente, come sembrerebbe nelle intenzioni dei decisori cinesi, la AIIB dovesse, anche grazie al contributo europeo, trasformarsi in una sorta di Banca mondiale a matrice cinese, cui potrebbe affiancarsi a breve un fondo monetario asiatico, le conseguenze potrebbero essere assai serie. Si tratterebbe, infatti, di porre la parola fine a quell’ordine liberal-democratico costruito dagli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale.

Se il XXI secolo è destinato ad essere, potrebbe argomentare qualcuno, il secolo cinese, è naturale che la Cina, che ormai ambisce alla leadership economica globale, plasmi a sua piacimento il suo nuovo ordine globale.

Eppure si commetterebbe un grosso errore a ragionare in questi termini. Perché, per dirla in maniera un po’ brusca, quello costruito dagli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale era un ordine americano solo di nome. Infatti, quell’ordine post bellico nasceva dall’esigenza di estirpare alla radice le logiche che avevano, per ben due volte, nel giro di pochi anni, gettato il mondo nelle due grandi guerre mondiali. E tali logiche erano per i “costruttori” americani quei blocchi economici, commerciali, politici e militari, sorti dopo il collasso della Pax britannica. Dalla competizione tra quei blocchi erano sorte le guerre del XX secolo[9].

Di qui la logica sulla quale doveva essere riedificato l’ordine internazionale, vale a dire impedire che tale frammentazione si potesse generare nuovamente. In questo senso l’ordine liberal-democratico doveva essere costruito facendo l’esatto contrario rispetto a quanto era stato fatto in passato.

Se allora gli Stati per far fronte alla crisi del Ventinove, si erano chiusi dietro imponenti barriere tariffarie, ora si trattava di abbatterle e di aprire i mercati in maniera concordata, tenendo d’occhio la stabilità interna dei singoli paesi, di qui i grandi Roud negoziali sotto l’egida del Gatt; se allora si era agito in maniera unilaterale per cercare per sé una via di salvezza, senza tenere conto delle conseguenze che tali azioni avrebbero avuto a livello internazionale, ora le nazioni libere di impegnavano a una gestione congiunta e concordata, attraverso le grandi istituzioni globali pensate a Bretton Woods, dalla Banca Mondiale al Fondo monetario internazionale. In questo modo la salute economica dei singoli paesi diventava una preoccupazione di tutti gli altri. E non per uno slancio altruistico, ma perché “dei vicini prosperi sono i migliori vicini”, come sosteneva Harry Dexter White, economista e uno degli architetti insieme a Keynes dell’ordine economico internazionale; mentre a Bretton Woods così si espresse Roosevelt “il benessere economico di ogni nazione è interesse di tutti i suoi confinanti, vicini e lontani”; lo stesso concetto, inoltre, è presente in Truman quando afferma: “i semi del totalitarismo trovano alimento nella misera e nel bisogno. Essi si diffondono e crescono nella terra cattive della povertà e della conflittualità. Essi raggiungono la massima crescita quando le speranze di un popolo in una vita migliore cessano di esistere. Dobbiamo tenere viva questa speranza. I popoli liberi del mondo guardano a noi per cercare appoggio nella difesa della loro libertà”.

In sintesi, tutti dovevano cooperare, in particolare Stati Uniti, Europa e Giappone a governare l’ordine post-bellico sia a livello internazionale che a livello interno. E questo perché le regole e le istituzioni dell’economia mondiale erano state concepite, in chiave keynesiana, per supportare la stabilità e la prosperità delle economie nazionali e la sicurezza sociale[10].

C’è un ultimo elemento che caratterizza quest’ordine post-bellico, vale a dire la sua istituzionalizzazione. Se il governo politico di questo ordine è nel concerto delle grandi potenze all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, gli aspetti economici sono governati attraverso istituzioni globali: Banca Mondiale, Fondo monetario internazionale, Gatt, poi Organizzazione mondiale del commercio; a cui si affiancavano in ambito militare una serie di alleanza che legavano (e legano) Washington ai maggiori paesi alleati (dalla NATO alla SEATO).

Se così stanno le cose appare evidente che con tale ordine internazionale gli Stati Uniti non hanno inteso eternare la propria posizione di assoluta supremazia economica, politica, militare che essi avevano conquistato con la vittoria dopo la seconda guerra mondiale. Ma hanno inteso creare un ordine nel quale il potere fosse condiviso e nel quale integrare i nemici di un tempo: non escludere né umiliare, ma includere e rendere compartecipi dei benefici dell’economia di mercato e di un sistema commerciale aperto a livello globale gli ex avversari perché non nutrissero più aspirazioni anti-sistema.

Se quanto si è detto sinora è corretto, allora vuol dire che istituzioni come la Banca mondiale, il Fondo monetario e il WTO non sono in senso stretto istituzioni americane, né servono al mantenimento del ruolo egemonico di Washington; esse hanno un fine differente, e cioè impedire che il mondo precipiti in quelle logiche che hanno generato la guerra e fare in modo di favorire i sogni di benessere e prosperità dei paesi emergenti.

Pertanto l’idea che, come nel caso della AIIE, possano sorgere istituzioni regionali che di fatto indeboliscono o frantumano quell’ordine liberal-democratico internazionale è qualcosa che potrebbe essere assai preoccupante. Soprattutto se si considera che tali fenomeni stanno venendo alla luce mentre quelle grandi istituzioni globali (FMI, WTO, BM) appaiono in ombra e balbettanti. In breve, l’ordine post-bellico plasmato dagli Stati Uniti, dall’Europa e dal Giappone sta vivendo realmente una fase di difficoltà.

Il discorso sulle cause di tali difficoltà è lungo e complesso. Ma qualche accenno è necessario farlo, pure a costo di semplificare eccessivamente la questione.

Una prima causa può essere così riassunta, anche se in maniera un po’ grossolana. Agli Stati Uniti (e ai partner europei e al Giappone) del XXI secolo è mancato il coraggio che gli stessi Stati Uniti ebbero nel XX secolo. Una delle stesse polari della politica estera americana nel dopoguerra fu, infatti, quella di rimettere al più preso in piedi l’Europa e il Giappone e di includerli, in un ruolo di quasi parità, all’interno delle istituzioni globali. E questo sia perché, per riprendere l’espressone di  Dexter White, dei vicini prosperi (a cui vendere e da cui acquistare) sono i migliori vicini, sia perché fare in modo che Berlino e Tokyo si arricchissero grazie all’ordine liberal-democratico americano, era una ottima assicurazione contro la possibilità che Germania e Giappone potessero un giorno attentare alla leadership americana.

Washington, da Nixon in poi, ha certamente adottato tale politica anche nei confronti di Pechino, ma non con la stessa determinazione. Per fare un esempio, Washington si è spesa molto perché Pechino entrasse nel WTO; eppure il peso che ha oggi, all’interno del FMI e della Banca Mondiale la seconda economia globale è lo stesso che aveva la Cina in via di sviluppo di trent’anni fa. Le riforme che avrebbero, infatti, dovuto mettere queste istituzioni al passa con i tempi e con i profondi mutamenti che si sono avuti a livello internazionale giacciono da anni davanti al Congresso degli Stati Uniti[11]. In breve, si può dire che la mancata riforma di tali istituzioni ha creato un blocco che i paesi emergenti ed emersi, in primo luogo la Cina, avrebbero aggirato fondando delle proprie istituzioni regionali, con aspirazioni globali[12].

Il secondo ordine di cause attiene al cambio della filosofia che avrebbe dovuto ispirare queste istituzioni. Per dirla in poche parole, quelle istituzioni sono nate come strumenti di una politica economica internazionale keynesiana (o di sostegno alla domanda) e sono state trasformate[13], a partire dagli anni Ottanta, in strumenti di una politica economica internazionale hayekiana (o neoliberista, vale a dire di sostegno all’offerta). Per fare un esempio, si prenda il ruolo che era stato attribuito al Fondo monetario a Bretton Woods: “esercitando pressioni sui paesi affinché mantenessero la piena occupazione e fornendo liquidità alle nazioni che, afflitte da un periodo di rallentamento dell’economia, non potevano permettersi di sostenere l’aumento espansivo della spesa pubblica, il Fondo monetario sarebbe riuscito a sostenere la domanda aggregata globale”[14].

Con l’avvento del paradigma hayekiano il Fondo monetario è cambiato profondamente “nato sul presupposto che i mercati – le parole sono di Stiglitz – spesso funzionano male, ora sostiene con fervore ideologico la supremazia dei mercati (…). Costruito sul convincimento che occorra esercitare una pressione internazionale sugli Stati affinché adottino politiche economiche più espansive – aumentano per esempio le spese, riducendo le imposte oppure abbassando i tassi di interesse per stimolare l’economia – oggi l’FMI tende a fornire i fondi solo ai paesi che si impegnano a condurre politiche volte a contenere il deficit, ad aumentare le tasse oppure ad alzare i tassi di interesse e che pertanto conducono ad una contrazione dell’economia”, e conclude “Keynes si rivolterebbe nella tomba se vedesse che ne è stato fatto della sua creatura”[15].

La Banca mondiale ha subito una stessa “mutazione genetica”: nata con l’obiettivo di finanziare (senza specularci su) prima la ricostruzione europea e giapponese, e poi la infrastrutturazione dei paesi in via di sviluppo, si è trasformata con il tempo in uno dei veicoli per imporre ai paesi in difficoltà politiche di stampo neoliberista. In altre parole, per poter avere accesso ai fondi della Banca mondiale i paesi in difficoltà dovevano passare sotto le forche caudine di riforme economiche (privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica, etc…) che spesso hanno avuto dolorose conseguenze sociali (di breve e di lungo periodo). In sintesi, negli anni in cui l’Occidente è stato abbacinato dal mito del mercato autoregolato, e in preda al paradigma neoliberista, attraverso le istituzioni finanziari internazionali (facendole deviare dalla funzione per la quale erano state concepite[16]) si sono promosse (in buona fede o meno[17]) programmi economici di aggiustamento strutturale che hanno duramente provato i paesi che li hanno dovuti adottare[18].

Un approccio economicistico (perfettamente in linea con i dogmi del neoliberismo) che non solo non ha prodotto i risultati promessi ma ha anche scalzato l’approccio politico istituzionale (le clausole di condizionalità democratica), che aveva l’obiettivo di creare quelle condizioni istituzionali funzionali allo sviluppo economico[19].

Costruendo delle istituzioni che hanno l’ambizione (più o meno velata) di porsi come alternativa ad istituzioni globali come la Banca Mondiale, il Fondo monetario internazionale o anche la Banca asiatica per lo sviluppo (a matrice nippo-americana), Pechino sta fornendo ai paesi in via di sviluppo della regione una alternativa a tali istituzioni.

A ciò si aggiunga un ulteriore elemento, Pechino negli ultimi anni ha testato in Africa una sua politica di approccio ai paesi in via di sviluppo, ai quali ha fornito finanziamenti ed aiuti allo sviluppo senza porre quelle condizionalità economiche che invece i paesi occidentali ponevano, attraverso i programmi di aggiustamento strutturale. Condizionalità che apparivano come una forma moderna di paternalismo e quasi di spirito neo-coloniale. Al contrario la Cina si è avvicinata all’Africa presentandosi (con un’abile campagna di public diplomacy) come il più grande paese in via di sviluppo che tende la mano al continente con il più grande numero di paesi in via di sviluppo. Pechino, dunque, non ha nessuna presunzione paternalistica di imporre un modello, ma si pone come testimone vivente dell’esistenza di altre vie, oltre a quella occidentale, per riscattarsi dalle umiliazioni del passato e poter conquistare il rango di grande potenza[20].

Tuttavia è proprio questo approccio che ha spalancato alla Cina le porte dell’Africa (oltre ovviamente alle proprie disponibilità finanziarie).  Ndubisi Obiorah sul punto è chiarissimo “For some among Africa’s contemporary rulers, China is living proof of ‘successful’ alternatives to Western political and economic models… For many of Africa’s ruled, who are physically and intellectually exhausted by two decades of economic ‘reforms’ supposedly adopted by African governments but driven by Western governments, donors and IFIs (international financial institutions), China represents the hope that another world is possible, in which bread comes before the freedom to vote[21]. Così la Cina non solo è diventata un modello da seguire ma anche una fonte alternativa di investimenti “non avvelenati”, senza cioè condizionalità politiche né economiche.

Detto ciò resta da spiegare perchè Francia, Germania, Inghilterra e Italia avrebbero aderito ad una istituzione come la AIIB, che appare come uno strumento necessario a Pechino a costruire una sua area di influenza e che potenzialmente rischia di indebolire quell’ordine post-bellico cui debbono tanto e perchè avrebbero così platealmente lasciato inascoltati gli appelli americani.

La spiegazione, detta in maniera più o meno esplicita, che va per la maggiore è l’avidità, o meglio: i governi di Londra, Parigi, Roma e Berlino non avrebbero resistito all’odore dei soldi che diffonde nell’aria la prospettiva di infrastrutturare tutto un continente che di infrastrutture è carente. In altre parole, i governi europei, e probabilmente anche quelli di Canberra e Tokyo, si sarebbero mostrati molto più sensibili alle ragioni del denaro, sostenute da Pechino, rispetto a quelle della sicurezza internazionale in senso lato sostenute da Washington. Pecunia non olet, dunque, e la Cina in questo caso pare poter procacciare ottimi affari. Tuttavia, una tale spiegazione, che pure ha il pregio di essere assai chiara, suscita comunque qualche perplessità.

Infatti, se quanto si è detto sinora è corretto, allora vuol dire che il fine della AIIB non è economico. Nonostante il nome, non si tratta di una banca d’investimento nel senso classico del termine. In altre parole, il fine della AIIB non è quello del lucro, ma è il braccio finanziario di una strategia che ha prima di tutto finalità politiche (costruire un’area ad egemonia cinese) e poi, in via residuale, economiche. In breve, con la AIIB ci dovrebbero essere poche possibilità di far quattrini nel breve periodo.

Diverso è il caso se si guarda alla partecipazione alla AIIB da un punto di vista delle imprese nazionali. Partecipare ai progetti cinesi potrebbe essere un modo, per i paesi europei, per poter accedere liberalmente (in un modo in cui il WTO sembra latitare) al potenzialmente immenso mercato interno cinese. In breve, partecipando al progetto dell’AIIB i governi europei comprerebbero un biglietto d’ingresso per le imprese dei paesi europei al mercato cinese, nel caso in cui a Pechino iniziasse a spirare il vento del protezionismo economico.

Un’altra ipotesi potrebbe essere la seguente: partecipando al capitale della AIIB i paesi europei garantirebbero alle imprese nazionali la partecipazione al lavoro di infrastrutturazione. In alte parole, ai cantieri parteciperebbero anche le imprese di Germania, Italia, Francia ed Inghilterra.

In entrambe queste ipotesi stanno in piedi, tuttavia i “se” sono maggiori rispetto ai dati certi e soprattutto resta assai difficile da calcolare quale potrebbe essere il rendimento in termini di sistema-paese sul capitale investito nella AIIB. In sintesi, i soldi da dover investire nella AIIB per poter accedere come soci sono tanti (visto anche il clima di austerity che si continua a respirare in Europa), mentre i ricavi di un tale investimento sono assai incerti per le casse pubbliche. Se così stanno le cose allora l’accusa di avidità rivolta ai governi di Londra, Parigi, Roma e Berlino potrebbe essere ingiusta.

Se il ragionamento fatto sinora è corretto allora si può fare un’ipotesi. Una ipotesi di cui ci si scusa in anticipo per l’impertinenza. Vediamo: Londra, dopo una serie di fitti colloqui tra il cancelliere dello Scacchiere Osborne e Jack Lew, segretario dal Tesoro USA, rompe ogni indugio e decide all’improvviso l’ingresso nella banca cinese. A ruota seguono Francia, Germania, Italia. All’improvviso anche Canberra annuncia che potrebbe cambiare idea ed anche l’altro alleato americano nella regione, la Corea del Sud. E anche Tokyo si mostra tentata. Nel frattempo a Washington platealmente si tracciano le vesti.

L’ipotesi che si è tentati di fare è la seguente: e se si fosse trattato di un grande gioco delle parti? Se Washington e i più importanti paesi occidentali alleati avessero concordato una tale linea? L’obiettivo? Entrare tutti in massa come soci fondatori della nuova banca e annacquare, snaturare e controllare dall’interno un progetto potenzialmente eversivo per l’ordine liberal-democratico internazionale, come quello della AIIB. Si tratterebbe in altri termini della “strategia del paguro”: svuotare dall’interno la nuova istituzione lasciando inalterato il profilo esterno. Così facendo la AIIB perderebbe tutto la sua carica politica e si trasformerebbe in un’utile strumento multilaterale per finanziare utili progetti.

La prova la si avrà a breve: se entro il 31 marzo dovessero entrare nel capitale della AIIB, in qualità di paesi fondatori anche Australia, Corea del Sud, Taiwan o addirittura il Giappone, che pure rischierebbe di vedere la propria banca, la ADB, messa in ombra dalla AIIB, allora potrebbe significare che è in atto una strategia coordinata per svuotare l’iniziativa cinese. Pechino potrebbe allora reagire rifiutando l’ingresso di questi paesi. Eppure si sa che anche per la Cina vale il detto: pecunia non olet.

Questo era quanto si ipotizzava prima della scadenza del 31 marzo. Il 15 aprile le autorità cinesi hanno ufficializzato la lista dei paesi ammessi come soci fondatori della AIIB e gli elementi a sostegno della tesi qui sostenuta non mancano[22].

In primo luogo l’esclusione di Taiwan: a Pechino hanno respinto la richiesta di Taipei di entrare nel capitale della AIIB come fondatore. Il che significa che in quella banca più che il denaro conta la politica: la AIIB è una istituzione politica e ammettere Taiwan avrebbe significato per Pechino riconoscere una entità statuale indipendente all’isola.

In secondo luogo, per quanto interessa il ragionamento che qui si sta facendo, entrano come soci fondatori della AIIB Corea del Sud e Australia. A rimanere fuori così è solo il Giappone, insieme agli Stati Uniti, vale a dire la prima e la terza economia del pianeta. Assenze di peso, non compensate certo dalla fitta presenza di piccole e medi paesi sparsi in ogni parte del globo (nel complesso sono 57).

In conclusione, visti anche i più recenti sviluppi, pare di poter ribadire che la AIIB è prima di tutto uno strumento politico a servizio di un progetto politico cinese, vale a dire la creazione di aree di influenza e di istituzioni regionali e globali che si pongono come alternative (per ora) alle istituzioni create dagli Stati Uniti, dall’Europa e dal Giappone dopo la seconda guerra mondiale. In altre parole, istituzioni come la AIIB servono a Pechino per poter assumere un profilo globale e giocare un ruolo globale.

L’ingresso dei più importanti partner degli Stati Uniti nella AIIB con lo status di soci fondatori è una mossa politica (e non economica) che ha il fine di sfrondare la AIIB di ogni valenza politica, trasformandola così da uno strumento politico al servizio di una strategia concepita a Pechino in uno strumento economico al servizio dello sviluppo economico dell’intera regione asiatica, con possibili rendimenti economici per i paesi finanziatori.

Una lettura controcorrente

Intorno ai fatti relativi alla nascita della Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) si sta sviluppando una lettura che, a parere di chi scrive, è errata. La lettura è più o meno la seguente: affetti da egocentrismo e miopia gli Stati Uniti hanno rimandato alle calende greche le proposte approvate dal G-20 per riformare necessarie per garantire maggiore spazio alle potenze emergenti, nelle istituzioni internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale. Gli Stati Uniti, dunque, si sarebbero ostinatamente opposti alla naturale evoluzione delle cose, incaponendosi a non prendere atto che il “momento unipolare” fosse solo un piacevole ricordo di un passato ormai svanito e rifiutandosi di aprire gli occhi sul nuovo mondo multipolare delle relazioni internazionali.

Questa opposizione americana avrebbe, così, impedito che il FMI e la BM potessero operare a pieno regime, mancando, per giunta, dei fondi aggiuntivi che i paesi in via di sviluppo avrebbero potuto apportare.

La creazione da parte della Cina della AIIB avrebbe pertanto provvidenzialmente colmato un vuoto, creato dalla miopia americana. In questo senso, la creazione di nuove istituzioni regionali, con vocazione globale, non sarebbe la prova della volontà di Pechino di alterare lo status quo, ma una semplice e salutare reazione alla riluttanza del Congresso americano ad approvare il piano di riforme del’Fondo Monetario internazionale adottato dal G-20 in Corea nel 2010[23].

Il secondo pilastro di tale lettura, oltre alla miopia e all’egocentrismo americano, europeo e giapponese, è che l’Asia ha bisogno di infrastrutture, stando infatti alle stime della Asian Development Bank, i paesi in via di sviluppo in Asia “require financing of US$776 billion per year for national (US$747 billion) and regional (US$29 billion) infrastructure during 2010-2020 to meet growing demand”[24].

Sulla base di questi due pilastri si va così formando un consenso ad ampio spettro tra i più importanti commentatori economici globali.

Sul Financil Times, Martin Wolf scrive: “Developing countries in Asia are in desperate need of such investment. Private funding of risky and long-term projects is often either expensive or non-existent. The resources of the World Bank and Asian Development Bank are grossly deficient, relative to the needs”[25].

Javier Solana ritiene che “China’s new initiatives are not revisionist, but reactive. If new powers are not given access to the existing global governance structures, they will create structures of their own”[26].

Una iniziativa quella cinese la cui necessità, del resto, è testimoniata dalla “ressa” che vi è stata anche tra i principali alleati americani a partecipare come soci fondatori a tale istituzione. Per inciso si noti che è parte di questa lettura anche un altro elemento: gli Stati Uniti non solo non sono riusciti ad impedire che Pechino fondasse la AIIB, ma non sono riusciti neppure ad impedire che i propri maggiori alleati vi prendessero parte. Tutte cose che – stando a questa lettura –  starebbero lì a testimoniare dell’ormai acclarato declino americano[27].

Secondo Javier Solana: “the West has failed to accord China – not to mention the other major emerging economies – the degree of influence in today’s global governance structures that it merits”[28].

Anche Joseph E. Stiglitz ritiene che gli Stati Uniti abbiano peccato di vanità e narcisismo: “In an increasingly multipolar world, it wanted to remain the G-1”[29].

Secondo Jim O’Neil, colui che ha dato una unità politica ed economica ad un insieme eterogeneo e diviso di paesi coniando l’acronimo BRCIS, “gli Stati Uniti farebbero bene a smettere di opporsi al fatto che il mondo sta cambiando. Il Congresso statunitense deve ancora ratificare l’accordo del 2010 che garantisce alla Cina e ad altre economie emergenti maggior peso elettorale all’interno della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale”. Di qui la assoluta necessità di – come si intitola l’articolo di O’Neil su Project Syndicate – “fare spazio alla Cina”[30].

“Lasciare la ribalta non è mai facile – scrive Paola Subacchi Research Director of International Economics at Chatham House. Gli Stati Uniti, come molte celebrità sulla via del tramonto, faticano a dividere la scena mondiale con altri paesi, e soprattutto con la Cina (…). Gli Stati Uniti devono accettare il fatto che il mondo è cambiato. Negarlo non cambia le cose. Anzi, più a lungo gli Stati Uniti rimangono in uno stato di diniego, maggiore è il rischio di danneggiare gli interessi americani e l’influenza che l’America ancora esercita, seppure in misura limitata che in passato, sul resto del mondo (…). Il rifiuto di sostenere gli sforzi della Cina per espandere la sua influenza nel sistema di governance globale rappresenta una reazione sterile e persino puerile. Allo stesso modo gli Stati Uniti dovrebbe frenarsi dal fare pressione sui paesi nella loro sfera di influenza perché non sostengano le istanze cinesi, come è successo di recente quando la Gran Bretagna ha annunciato l’intenzione di aderire all’Asian Infrastructure Investment Bank, la nuova banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali promossa dalla Cina. Sembra quasi che gli Stati Uniti siano rimasti fermi all’ordine economico mondiale sancito dalla conferenza di Bretton Woods e emerso dopo la seconda guerra mondiale – un ordine sostenuto dal Fondo e dal Banca mondiale e facente perno attorno al dollaro”[31].

Martin Wolf, rispondendo alle preoccupazioni di quanti temono che l’iniziativa cinese possa lesionare l’ordine internazionale e il ruolo occidentale, scrive: “First, the US, Europeans and Japanese treasure a degree of influence on global financial institutions that is increasingly out of line with their position in the world. Moreover, they have failed to exercise that stewardship as well as they ought to have done. Not least, they have insisted on the right to appoint leaders who have been far from consistently excellent. Second, it is five years since the Group of 20 leading economies agreed on new quotas that would moderate their outsized influence at the International Monetary Fund. The world is still waiting for the US Congress to ratify the changes. This is an abdication of responsibility. Third, the world economy would benefit from larger flows of long-term capital to developing countries as well as from a bigger insurance fund than the IMF can offer to countries exposed to ‘sudden stops’ in capital flows”[32].

Una delle pochissime voci fuori dal coro è quella di Bhaskar Chakravorti, che definisce la AIIB: “a new and potentially disruptive player in the development banking landscape”[33].

Ora, che i paesi in via di sviluppo hanno bisogno di capitali è cosa ovvia. E dire che gli Stati Uniti, l’Europa e il Giappone non intendono farsi da parte e per alterigia, miopia o vanità e non vogliono accettare di essere ormai giunti all’età della pensione, è semplificare un po’ troppo le cose.

C’è da dire innanzi tutto che la questione è politica prima ancora che economica, nel senso che a contare non sono solo le grandezze economiche delle varie potenze del nascente ordine multipolare. A contare sono anche gli obiettivi politici che questi attori perseguono e i valori e i principi che professano.

E’ certamente vero che, come scrive Wolf, gli Stati Uniti, gli Europei e il Giappone continuano ad avere un’influenza sull’economia globale che va al di là della loro posizione del mondo, ma è altrettanto vero che tale influenza è dovuta al fatto che quei tre poli dell’economia globale sono anche i tutori di un ordine internazionale fatto di precisi principi e valori: i valori propri delle liberal-democrazie.

Inoltre, di per sé il fatto che sulla scena internazionale vi siano nuovi giocatori non è un elemento sufficiente perché essi acquistino automaticamente peso all’interno di quelle istituzioni fondate a Bretton Woods. Certo, è un elemento necessario, ma non sufficiente. C’è infatti un’altro elemento da tenere in considerazione: bisogna cioè sapere a quale gioco i nuovi attori stanno giocando. Fuori di metafora, perchè la Cina possa vedere accresciuto il proprio ruolo all’interno delle istituzioni internazionali è necessario sapere se a Pechino perseguano un’agenda politica che è in contrasto con i principi e i valori di quelle istituzioni.

L’ordine internazionale creato dopo la seconda guerra mondiale ha una caratteristica unica nella storia: è un ordine liberal-democratico quasi costituzionalmente strutturato[34]. Ora, in ogni costituzione vi sono dei principi che non possono essere modificati, se si vuole rimanere all’interno della legalità costituzionale. Ciò significa che se le democrazie occidentali e il Giappone ritengono che Pechino possa, ricorrendo alla “strategia del paguro”, utilizzare il proprio crescente ruolo all’interno di quelle istituzioni per svuotarle dall’interno allora è loro dovere impedire che ciò avvenga.

C’è dell’altro. Paola Subacchi scrive: “Stando così le cose, non sorprende che la Cina stia usando la sua crescente influenza economica per costruire un nuovo ordine economico che limiti la supremazia del dollaro – e degli Stati Uniti”. In questo senso, continua l’economista della Chatam House, sia i passi compiuti da Pechino per l’internazionalizzazione dello yuan, insieme alle nuove istituzioni (dalla AIIB alla Nuova Banca per lo Sviluppo dei Brics[35]) hanno l’intento di costruire: “un ordine economico mondiale multipolare”. Non ci sarebbe nulla da temere se questi vari poli fossero tutti concordi sulle regole del gioco e sui principi e valori. Per dirla in altre parole, sei a costituire questi poli sono solo democrazie liberali fedeli all’economia di mercato non ci sarebbe da preoccuparsi.

Il timore però (timore del resto condiviso dalla stessa Subacchi) è che tali poli dell’economia mondiale possano trasformarsi in dei blocchi commerciali in cui protezionismo economico e nazionalismo politico, alimentandosi a vicenda, rischiano di trasformarli in blocchi politici e militari, che a loro volta alimentano una politica di potenza. Vale la pena ricordare che l’ordine internazionale post bellico è stato costruito dagli Stati Uniti, insieme agli alleati europei e al Giappone, proprio per aprire tali blocchi chiusi ed impedirne nuovamente il sorgere.

Javier Solana implicitamente riconosce che vi è il rischio di una rottura e frammentazione dell’ordine economico internazionale, tuttavia ritiene che se ciò dovesse accadere le maggiori responsabilità andrebbero attribuite proprio a Stati Uniti, Europa e Giappone, che con la loro miopia avrebbero creato le condizioni perchè ciò accadesse: “This means – scrive Solana – that the advanced countries have the power to prevent the international order’s fragmentation into ideological and economic blocs – but only if they can overcome their strategic mistrust of China”[36].

Eppure questa “sfiducia strategica” nei confronti della Cina qualche fondamento ce l’ha. Basti considerare quanto segue: le istituzioni non sono delle scatole vuole, ma si fanno portatrici di un sistema di valori e di ideali che, nel caso delle istituzioni sorte dopo la seconda guerra mondiale, sono i valori delle democrazie liberali, propri della tradizione occidentale. Sono anzi degli strumenti concepiti per strutturare quell’ordine e dare concreta attuazione a quei principi e valori.

Valori e principi che a Pechino hanno sempre meno diritto di cittadinanza, dato che il Partito comunista cinese li vede come una minaccia alla propria leadership e contro di essi ha ingaggiato una vera e propria guerra culturale.

Alla luce di ciò pare legittimo porsi la domanda: come può Pechino preservare questi valori all’interno di quelle istituzioni globali, come il Fondo Monetario internazionale e la Banca Mondiale, se nella stessa Cina quei diritti sono banditi?

In conclusione, è certamente necessaria una revisione dell’ordine economico internazionale, il quale era stato concepito a Bretton Woods come “un tutto” in cui ogni parte aveva un senso, in cui i compiti demandati ai singoli stati e i compiti attribuiti alle istituzioni internazionali si completavano armoniosamente. A partire dagli anni Ottanta queste istituzioni internazionali sono state sottoposte ad una disastrosa ristrutturazione secondo i dettami del neoliberismo. Una ristrutturazione che ha spezzato quell’ “armonia” concepita a Bretton Woods

[37].

La necessità di una riforma è dunque evidente ma a patto che quelle istituzioni non siano stravolte dalle fondamenta, ponendo la loro governance nelle mani di paesi la cui fedeltà ai principi dell’ordine liberal-democratico non è – quanto meno – certa.


[1]          “AIIB, Francia, Germania e Italia aderiscono alla Banca Mondiale ‘d’Oriente a guida cinese e sfidano gli Usa”, L’Huffington Post, 13 marzo 2015. 

[2]          “Six Western economies apply to join AIIB”, China Daily, 21 marzo 2015.

[3]          “’One Belt, One Road’ initiatives offer opportunities for Eurasia, Xinhua, 24 marzo 2015. Si veda anche S. Tiezzi, “China’s ‘New Silk Road’ Vision Revealed”, The Diplomat, 9 marzo 2015.

[4]          “Superpowers circle each other in contest to control Asia’s future”, Financial Times, 13 marzo 2015.

[5]          “U.S. urges allies to think twice before joining China-led bank”, Reutes, 17 marzo 2015.

[6]          “US attacks UK’s ‘constant accommodation’ with China”, Financial Times, 12 marzo 2015; “US anger at Britain joining Chinese-led investment bank AIIB”, The guardian, 13 marzo 2015.

[7]          Cfr. Gideon Rachman, “China’s money magnet pulls in US allies”, Financial Times, 16 marzo 2015.

[8]          “US should adapt to changed geopolitics in Asia”, 2 febbraio 2015.

[9]          Cfr. J.G. Ikenberry, Dopo la vittoria, Vita e pensiero, Milano, 2003.

[10]        Cfr. J.G. Ikenberry, Liberal Leviathan, Princeton University Press, 2012.

[11]        “US warns of loss of influence over China bank”, Financial Times, 17 marzo 2015.

[12]        Cfr. “Failure to ratify IMF reforms to harm U.S. influence: Treasury Secretary”, Xinhua, 18 marzo 2015.

[13]        Cfr. R.S. Landes, Prometeo Liberato, Einaudi, Torino, 2000, pp. 665-666.

[14]        J.E. Stiglitz, La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, Torino, p. 200

[15]        Ivi, p. 11

[16]        J.E. Stiglitz, La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, Torino 2002, p. 11 e p. 79

[17]        J. Perkins, Confessioni di un sicario dell’economia, Minimum Fax, Roma, 2010.

[18]        G. Sivini, La resistenza dei vinti, Feltrinelli, Milano, 2006, p. 227

[19]        Si veda D. A. Rondinelli, Development Projects as Policy Experiments, Routledge, 2013, p. 29, 87; S. Shen, J. F. Blanchard, Multidimensional Diplomacy of Contemporary China, Lexingotn Books, Plymouth, 2010, p. 261.

[20]        Discordo di Wen Jiabao alla Second Conference of Chinese and African Entrepreneurs, Pechino 4 novembre 2006

[21]        Ndubisi Obiorah, Rise and Rights in China-Africa Relations, Sais Working Paper in African Studies, marzo 2008

[22]        Si veda “57 nations approved as founder members of China-led AIIB”, South China Morning Post, 16 aprile 2015.

[23]        Edwin M. Truman, “What Next for the IMF?”, Policy Brief, Number P B 1 5-1, Peterson Institute for Internazional Economcs, gennaio 2015.

[24]        Biswa Nath Bhattacharyay, “Estimating Demand for Infrastructure in Energy, Transport, Telecommunications, Water and Sanitation in Asia and the Pacific: 2010-2020”, ADBI Working Paper Series, No. 248 September 2010

[25]        Martin Wolf, “A rebuff of China’s Asian Infrastructure Investment Bank is folly”, Financial Times, 24 marzo 2015.

[26]        Javier Solana, “China and Global Governance”, Project Syndicate, 30 marzo 2015.

[27]        Philippe Le Corre, “Dividing the West: China’s new investment bank and America’s diplomatic failure”, Brookings Institution, 17 marzo 2015.

[28]        Javier Solana, “China and Global Governance”, Project Syndicate, 30 marzo 2015.

[29]        Joseph E. Stiglitz, “Why America Doesn’t Welcome China’s New Infrastructure Bank”, The Huffington Post, 13 aprile 2015.

[30]        Jim O’Neil, “Making Space for China”, Project Syndicate, 17 marzo 2015,

[31]        Paola Subacchi, “American Leadership in a Multipolar World”, Project Syndicate, 10 aprile 2015.

[32]        Martin Wolf, “A rebuff of China’s Asian Infrastructure Investment Bank is folly”, Financial Times, 24 marzo 2015.

[33]        Si veda Bhaskar Chakravorti, “China’s New Development Bank Is a Wake-Up Call for Washington”, Harvard Business Review, 20 aprile 2015. 

[34]        Si veda John G. Ikenberry. Dopo la vittoria,  Vita e Pensiero, Milano, 2003.

[35]        Si veda l’Agreement on the New Development Bank, VI Brics Summit, http://brics6.itamaraty.gov.br/media2/press-releases/219-agreement-on-the-new-development-bank-fortaleza-july-15

[36]        Si veda anche Ricardo Alcaro, “The West, multipolarity, and the liberal order”, 10 aprile 2015.

[37]        Si veda a tale proposito Martin Wolf, Perchè la globalizzazione funzione, Il Mulino, Bologna, 2006; Joseph E. Stiglitz, I ruggenti anni Novanta, Einaudi, Torino, 2004.

Categorie: Analisi

Lascia un commento