Votare con i piedi

Pubblicato da Redazione il

“Patres et Conscripti” era la formula che descriveva l’antico senato romano prima delle riforme in senso democratico. I “conscripti” erano i senatori di origine non patrizia. Erano cioè plebei e anche se entravano in senato non per questo diventavano senatori a tutti gli effetti: non si potevano fregiare del titolo di “padri” ma si dovevo accontentare di quello di “coscritti” e non avevano alcun diritto al distintivo della dignità senatoriale, cioè alla scarpa rossa (quella di Ratzinger, per capirci). 
C’è di più: non avevano diritto di parola, ma potevano far conoscere il loro parere solo allontanandosi o avvicinandosi al senatore di cui condividevano l’opinione. Cosa che la superba nobiltà romana chiamava “votare con i piedi” (pedibus in sententiam ire, o pedarii)
Nei tempi moderni hanno votato in silenzio con i piedi quanti sono passati da Berlino Est a Berlino Ovest, i boat-people che hanno lasciato il Vietnam del Sud dopo la vittoria del Nord. E votano con i piedi quanti in silenzio in massa si muovono verso questa Europa della cui grandezza noi europei, a differenza degli altri, non siamo in grado di rendercene conto.
Votano con i piedi anche i capitali, che senza fare troppo clamore lasciano un paese che reputano pericoloso, come sta accadendo nel caso italiano, dove il flusso in uscita ha raggiunto i 100 miliardi di euro l’anno, in aumento, rispetto ai mesi scorsi, grazie alle parole irresponsabili e in libertà dei massimi leader politici dell’esecutivo.
In autunno, quando il delirio di promesse e ipotesi strampalate sarà massimo in vista della corsa all’approvazione della finanziaria, questo flusso potrebbe aumentare e anzi potrebbe sommarsi a un altro fenomeno: la vendita del debito pubblico italiano. Man mano che i dubbi sull’Italia aumentano chi ha in tasca debito pubblico italiano se ne libera (lo stanno facendo anche le banche italiane).
Il 7 settembre Moody’s esprimerà il suo giudizio sul nostro debito, il declassamento è possibile, l’outlook è negativo. A partire da maggio infatti le agenzie di rating hanno rimesso, dopo una fase di bel tempo, l’Italia tra i paesi a rischio. 
Un downgrade del debito italiano di un solo scalino lo porterebbe sull’ultimo livello giudicato ‘investment grade’, al di sotto del quale non vi è che la spazzatura. A quel punto la BCE non potrà più acquistare titoli di Stato e l’Italia non riuscirà a collocare il proprio debito. Chi è che si comprerebbe la spazzatura? Così non ci saranno i soldi per pagare gli stipendi e le pensioni, tanto per iniziare. Urleranno che è tutta colpa della Merkel, dei mercati, dell’Europa, dell’euro e di ET, ma gli unici responsabili saranno gli avventurieri che ci governano e gli elettori che li hanno votati.
Di fronte a questo scenario si aprono due ipotesi, la prima è una riedizione di quanto accadde in Francia nei primi mesi della presidenza Mittenrand, che dovette abbandonare i disastrosi programmi di nazionalizzazione dell’economia francese e abbracciare un socialismo più liberale. In questo caso, la maggioranza di governo sarà costretta a rimangiarsi la cavolate dette e promesse e il bel tempo potrebbe ritornare.
Il secondo è il famigerato piano B di Paolo Savona, vale a dire provocare un incidente, creare ad arte sconquasso, così da essere “costretti” ad uscire dall’euro. 
A quel punto i capitali voteranno fuggendo a gambe levate dall’Italia e noi ci ritroveremo Di Maio e Salvini che fieri e orgogliosi continueranno a combattere da soli contro i mulini a vento mentre il paese si dispera.

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