Totalitarismo grillino

Pubblicato da Redazione il

(6 dicembre 2017)

Mi dispiace scontentare tanti amici che li sostengono o simpatizzano per loro, ma secondo me nel M5S ci sono i germi del totalitarismo.
Il primo è (ne parlavo qualche tempo fa) il manicheismo. I grillini si percepiscono come l’unica incarnazione del bene, i puri in un mondo di infettati, i sani in un mondo di contagiati, gli unici a volere il bene pubblico, in un mondo di approfittatori e avidi farabutti. Per inciso, ci può essere un salto di qualità: chi è detentore del bene ha il dovere di convertire chi vaga nelle tenebre… anche con la forza, come il medico che ti apre la testa per curare una emorragia celebrale; o eliminare chi non vuole farsi convertire, per non infettare la comunità degli eletti, così come il dentista estirpa con la forza il dente cariato per non lasciare che rovini gli altri.
In questo senso, il rifiuto di qualsiasi alleanza non è una scelta tattica, ma ideologica, anzi morale: non allearsi significa non essere contagiati dal virus che infetta tutti gli altri.
Poco conta far notare che tutti coloro che siedono in parlamento sono la legittima espressione di quella stessa volontà popolare che ha eletto i grillini. Quella sovranità popolare è lungimirante quando vota per il M5S e connivente, corrotta, miope, marcia, quando vota per gli altri o, nella migliore delle ipotesi, ingenua e poco esperta del mondo e delle forze occulte che lo muovono. (È questo un altro classico: quando il discorso razionale salta si passa al complottismo e alla dietrologie).
Il secondo aspetto, di cui avevo parlato qualche tempo fa, è la disumanizzazione dell’avversario, che viene ridotto, nella migliore delle ipotesi, ad una caricatura, come nel caso di Bersani/Gargamella o Berlusconi/Psiconano, nella peggiore delle ipotesi ad uno scarafaggio, un morto che cammina, un insetto. 
Così facendo si mette da parte la necessità di ribattere razionalmente alle critiche dell’avversario, illegittimo ed indegno per definizione, e si apre la porta allo sberleffo, alla pernacchia (chi si metterebbe a ragionare seriamente con Gargamella?) o alla violenza: uccidere lo scarafaggio per pulire il mondo.
C’è un altro aspetto da mettere in evidenza e che pare intrecciare gli articoli di Galli della Loggia e le critiche di Angelo Panebianco e Biagio De Giovanni di questi giorni.
Qual è il discrimine tra la sana critica alla cattiva politica e un movimento anti democratico ed eversivo? Per dirla in altri termini, esiste una “anti-politica” buona e una cattiva?
Tanti anni fa, era il 1993, ero con mio zio, il sacerdote don Antonio Cipollaro, e guardavamo insieme il TG2, che dava la notizia della fine dell’assedio al Ranch di Waco, in Texas, dove i “davidiani”, seguaci di David Koresh, si erano rinchiusi. L’assedio era durato 50 giorni e i morti furono 76. Guardando le immagini dell’assalto della polizia chiesi a mio zio: chi ci dice che questo Koresh non era una brava persona, anzi, un nuovo Messia? E i suoi seguaci dei nuovi apostoli? In fin dei conti, anche con il Nazareno avevano usato la mano pesante…
La riposta di mio zio fu immediata. Il buon albero dà buoni frutti. Il cattivo no. 
Ci pensai su e in effetti quel mezzo santone segregava i suoi seguaci, violentava le donne e picchiava tutti… Quelli non erano certo buoni frutti e io mi ritenni soddisfatto della risposta.
Ora, quello stesso criterio può essere applicato anche ai movimenti politici. In politica non sono buoni alberi quelli che producono odio, diffamazione, che produce persone che sanno fare i forti con i deboli, e gli ingiusti con i bisognosi, che soffiano incautamente sulla rabbia e la frustrazione stuzzicando solo i sentimenti più bassi dell’invidia, del rancore, della vendetta, e non si curano di trovare risposte razionali e praticabili a problemi concreti.
Dunque, per rispondere alla domanda posta in precedenza, mi pare si possa dire quanto segue: se l’anti-politica è critica alla cattiva politica, vale a dire critica a particolari pratiche, usi o anche a iniziative politiche che non hanno funzionato, questa “anti-politica” sia la benvenuta. Anzi ce n’è pochissima, mentre prospera l’opportunismo e il “familismo amorale” che è proprio di chi ragiona così: che mi importa se l’amministrazione di un comune o provincia o regione produce disastri se io posso trarne vantaggio come singolo o come famiglia?
Al contrario mi pare pericolosa e quindi da combattere ed estirpare quell’anti-politica che si traduce in critica alla istituzioni repubblicane, siano esse l’istituto parlamentare, la democrazia rappresentativa, il divieto di mandato imperativo. 
Queste istituzioni, frutto di secoli di riflessioni, non si toccano. Si può aggiornare il software, ma non l’hardware. La repubblica collasserebbe come una casa a cui hanno tolto le fondamenta.
Pertanto, la critica grillina al parlamento in quanto tale, alla democrazia rappresentativa, al divieto di mandato imperativo a cui si aggiungono gli elementi di cui sopra, tutto ciò fa del M5S una forza politica mossa da forze totalitarie e da pulsioni anti-democratiche, illiberali ed eversive.

Categorie: Analisi

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