The post-modern state

Pubblicato da Redazione il

Nel 2000 Robert Cooper, ex diplomatico britannico, scriveva un libro prezioso, almeno per me. In quello scritto l’autore faceva una distinzione tra i diversi tipi di Stati presenti sulla scena internazionale.
Il primo è lo Stato pre-moderno, là dove cioè nessuno detiene il monopolio legittimo della violenza e il territorio è conteso da bande rivali. Cooper faceva l’esempio della Somalia di allora.
Il secondo tipo è lo Stato moderno, lo Stato monade wesfaliano nato nel 1648 dopo le guerre di religione, che vive della retorica dei sacri confini, che va in guerra per le terre irredente e per l’onore della patria e che, sulla base del principio del “cuius regio, eius religio”, non accetta nessuna ingerenza negli affari interni da parte di altri stati. Il che vuol dire che il territorio e i cittadini sono di proprietà delle forze politiche che hanno il monopolio della violenza, le quali possono far di loro quello che vogliono nel bene e nel male. Robert Cooper porta l’esempio della Cina. Si leggano le dichiarazioni dei leader cinesi quando la comunità internazionale critica il trattamento riservato agli uiguri, il mancato rispetto dei diritti umani o affronta la questione di Taiwan. La risposta è sempre la stessa: sono questioni interne cinesi e se qualcuno si intromette infrange il principio della non ingerenza negli affari interni di uno stato. Quindi, raus!
È inutile dire che un simile Stato non solo non riconosce di fatto l’universalità e l’inviolabilità dei diritti umani, siano essi di prima, seconda o terza generazione (è lo stato che decide di volta in volta se “concedere” questi diritti), ma c’è di più, non riconoscendo altra autorità al di fuori o al di sopra di sè, questi Stati sono il motore di quell’anarchia nella relazioni internazionali e di quel feticcio della sacralità statuale da cui scaturiscono le guerre, che altro non sono che sconti tra tribù allargate che si definiscono Stati.
Il terzo tipo di Stato è quello che dà il titolo al libro “The post-Modern State”, lo Stato post-moderno. I confini spariscono, i poteri che un tempo erano ritenuti il cuore della statualità (esercito, moneta) sono devoluti ad autorità sovrannazionali e sopratutto si getta alle ortiche il principio della non ingerenza negli affari interni e si riconosce il diritto agli altri Stati, che partecipano a questo processo, e alle organizzazioni internazionali, alle quali si aderisce, di mettere il becco all’interno degli Stati per i motivi più svariati, dal consiglio all’osservazione, dalla critica alla sanzione se violano diritti ritenuti universali e connessi all’essenza di ogni essere umano o in violazione di accordi sottoscritti. Come è facile immaginare l’autore porta l’esempio dell’Unione Europea, che per tirarsi fuori da quel pericoloso ring che era l’anarchia internazionale ha avviato un percorso che ha portato, sinora, al superamento del vecchio stato monade westafaliano che aveva ridotto il vecchio continente ad un unico campo di macerie.
Ora, quando Di Maio in risposta a osservazioni, critiche, ammonimenti delle organizzazioni internazionali di cui facciamo parte o degli altri Stati nostri partner risponde con un “non si permettano”, “non si intromettano”, “non sono affari loro” o quando Salvini, tra un selfie e l’altro, con improvvisata solennità parla di “difesa dei confini” contro lo straniero, non fanno altro che riportare in vita la vecchia logica tribale con il feticcio del territorio, i sacri confini e via declamando, trascinandoci così di nuovo in un passato pericoloso dal quale a fatica ci eravamo tirati fuori. Una ulteriore dimostrazione del carattere reazionario di questo governo, che più che del cambiamento può dirsi, sotto ogni punto di vista, della regressione.

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