Migrazioni nel tempo e nello spazio

Pubblicato da Redazione il

L’Europa tutta, per una ragione o per l’altra, rischia di spaccarsi sulla questione migratoria. L’elemento più destabilizzante per l’opinione pubblica continentale è l’idea che queste migrazioni possano assumere un carattere permanente, il che, intrecciato con il boom demografico in Africa e il calo della nascita in Europa, porterebbe, temono i più, ad un cambiamento profondo dell’Europa così com’è ora.
Ma siamo proprio sicuri che queste siano delle vere e proprie migrazioni di popoli a carattere permanente? Prima di procedere oltre sgombriamo il campo da due stupidaggini che molta presa hanno in Italia. La prima è l’idea balorda della sostituzione etnica, l’idea cioè che ci sia una strategia “deliberata, pianificata e finanziata”, alla realizzazione del quale molti lavorano, per sostituire la popolazione europea con altre. È l’idea del piano Kalergi alla quale solo dei dementi possono credere.
A tale riguardo, una sottocategoria di questa idea è quella di quella mente finissima (scherzo ovviamente) di Diego Fusaro, il quale teorizza che il capitalismo internazionale porta in Europa manodopera per abbassare i salari. Un discorso che avrebbe potuto avere un senso nella Roma della tarda età repubblicana quando la manodopera servile sostituì i piccoli proprietari terrieri, ma non ora quando le attività ad alta intensità di lavoro non qualificato sono state già robotizzate. In sintesi, a fregarvi il posto di bancario non sarà un immigrato ma un algoritmo. Per dirla meglio, non saranno i robot a rubare i posti di lavoro, ma una cattiva istruzione (si veda l’ultimo “The future of Jobs” del WEF).
Detto ciò procediamo. Dunque, la domanda era: e se queste migrazioni non fossero permanenti? Giuseppe Sacco, nel suo “L’invasione scalza”, che ho già segnalato, distingue tra migrazioni nel tempo e migrazioni nello spazio. 
Nel primo caso con un solo viaggio si passa, semplifico, dall’età della pietra all’età della quarta rivoluzione industriale. Tale passaggio implica un tale shock culturale per il migrante il quale, dopo aver trascorso un lungo periodo dei paesi di accoglienza, non sarebbe più in grado di tornare indietro e integrarsi nuovamente nell’ambiente dal quale è partito. In questo senso si può dire che le migrazioni nel tempo sono irreversibili.
Del tutto diverso è il caso delle migrazioni nello spazio dove il salto da una cultura all’altra è minimo, e dove il ritorno quindi è possibile. Le migrazioni nello spazio sono dunque reversibili.
Ora, escludiamo da questo ragionamento le migrazioni dovute alla fuga da situazioni di guerra, come nel caso siriano, reversibili per definizione. I dati ci dicono che a migrare sono i figli di una protoborghesia che sentono il richiamo delle luci delle città europee che vedono attraverso i loro telefonini. È come nel caso di FriedrichStrasse a Berlino Ovest dove c’era il Check Point Charlie. Una strada che era un manifesto politico sulla superiorità del modello occidentale sventolato sotto il naso della Berlino Sovietica, una Statua della Libertà tedesca che diceva a chi era rimasto al di là della cortina dell’esistenza di un modo dove si poteva vivere meglio.
Ecco, ogni santo giorno sui telefonini dei figli della protoborghesia africana compare una FriedrichStrasse che racconta di posti dove si può vivere meglio. 
Ciò vuol dire che è lo sviluppo africano che sta creando le condizioni perchè sia desiderabile partire e sia possibile fare quel viaggio. E questo vuol dire che, sebbene su piani diversi, i paesi di origine e quelli di arrivo vivono all’interno di uno stesso sistema culturale, tanto che i genitori si adoperano per trovare i soldi per pagare il viaggio dei figli. È la globalizzazione di quel modello occidentale che provoca da una parte reazioni di rigetto (i fondamentalismi) dall’altro di attrazione (le migrazioni). Il che significa che questo tipo di migrazioni sono migrazioni nello spazio e sono pertanto reversibili.
Ora, quand’è che l’impulso di partire cessa? Per le migrazioni non vale il principio dei vasi comunicanti: non è che in Europa c’è poca gente mentre in Africa ce n’è tanta e quindi tutti si trasferiscono a casa nostra. Non funziona così. Quello che conta qui, come in tante altre cose, sono le aspettative collettive. Quindi l’impulso migratorio si arresta, quando le possibilità di vivere una vita decente nei paesi di origine sono uguali o superiori a quelle dei paesi d’arrivo. 
Il che vuol dire che solo se il processo di sviluppo già in atto continua i flussi migratori potranno cessare. E come si fa per aiutare questi paesi a continuare a svilupparsi?
No, i piani Marshall non servono. Più si hanno le idee confuse più si sparano piani Marshall di qua e di là. Qualche giorno fa ho sentito qualcuno invocare un piano Marshall per la lotta alle zanzare. E neppure servono piogge di investimenti o donazioni un tanto al chilo.
Due cose servono come il pane per poter favorire lo sviluppo in questi paesi: Stato di diritto e Stato sociale, tutto il resto viene dopo. Non ha alcun senso favorire gli investimenti là dove la certezza del diritto e della proprietà privata non esistono; così come non ha alcuno senso spingere le imprese a delocalizzare in Africa se non esiste un mercato degno di questo nome.
Nei decenni passati l’Unione europea aveva messo in piedi un intelligente meccanismo di condizionalità: ti dò i soldi se mi dimostri che rispetti i diritti umani, se il governo è trasparente e via dicendo. In questo modo qualche seme di liberalismo era stato piantato. Quei semi sono stati lasciati morire, perchè l’Europa ha smesso di pensarsi come attore globale e ha ricominciato ad essere l’arena dove sono ritornati a sfidarsi quei vecchi spettri del nazionalismo politico e del protezionismo economico che per due volte ci hanno portato all’autodistruzione.
Se ne ricordino i leader attuali, i quali non sanno altre che pensare in termini di muri e filo spinato, che i loro miti della razza e del primato nazionale hanno trasformato questo continente in un mattatoio e lo hanno ridotto, forse per sempre, alla irrilevanza politica.

Categorie: Analisi

Lascia un commento