L’annacquamento inglese

Pubblicato da Redazione il

Uno degli assi storici della politica estera inglese (e in parte anche americana) è quello di impedire che il continente sia unito e politicamente coeso (in passato si sarebbe detto dominato da una sola potenza). Per far questo ha da sempre lavorato per una politica di annacquamento (widening) dell’Unione europea, in opposizione a chi invece voleva rafforzare il processo di integrazione (deepening).
Nasce di qui l’allargamento ad Est degli anni passati (ironia della sorte si è fatto condurre quel processo a un italiano che avrebbe invece avuto interesse ad un rafforzamento del fianco sud dell’Europa). 
Quel processo, salutato allora come una conquista storica, ora inizia ad apparire in una luce diversa. 
Le conseguenze negative di un eccessivo allargamento ad Est, infatti, le si vedono chiaramente ora: abbiamo fatto entrare paesi anti-europei, illiberali e nazionalisti che nulla sembrano avere in comune con lo spirito europeo.
Le cose sono andate – ne sono convinto – oltre le previsioni inglesi. O per dirla diversamente, gli inglesi hanno fatto una fesseria: volevano un annacquamento, non la dissoluzione dell’Europa, volevano continuare ad avere un piede sul continente pur mantenendo ampi margini di manovra, non andarsene alla deriva nell’Atlantico. Quell’allargamento, infatti, si sta rivelando distruttivo per l’Europa, e nel contempo per la Gran Bretagna che si andrà a schiantare sul disastro della Brexit (agli sprovveduti che dicono che Londra, nonostante tutto, se la passa bene, faccio notare che la Brexit ancora non è avvenuta).
Se si vuole invertire la rotta che ci sta portando nel gorgo del ritorno della guerra civile europea, si dovrebbero, tanto per iniziare, sanzionare i paesi dell’Est illiberali e irresponsabili e far pagare cara all’Inghilterra la Brexit.
Eppure le forze europeiste sono in ritirata, la Merkel è fragile e Salvini è la più grande minaccia alla pace europea.
Si dovrebbe… ma forse è troppo tardi.

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