La trappola istituzionale

Pubblicato da Redazione il

Ieri sera era ad Ascea ad ascoltare i miei amici Antonluca Cuoco e Corrado Ocone che hanno presentato “Troppi diritti” di Alessandro Barbano, il direttore che aveva fatto del Mattino uno dei più bei giornali d’Italia, se non il più bello.
Avevo letto il libro appena era uscito e penso che lì Barbano abbia detto cose importanti, utili a creare un visione politica alternativa agli sbraiti e muggiti del grosso bestione, la folla. Ho qualche dubbio che il problema siano i troppi diritti (semplifico), ed ho il sospetto che il problema sia chi quei diritti accampa pur non avendone, per l’appunto, diritto. Ma non voglio parlare di questo.
Ascoltando il dibattito mi girava in testa un concetto, che là per là mi sembrava non c’entrasse proprio niente con la serata e quindi cercavo di scacciarlo ma senza successo.
Il concetto è quello di “trappola del reddito medio”. È un concetto elaborato dagli economisti e che in passato ho criticato perchè miope. 
In sintesi con “trappola del reddito medio” gli economisti individuano le cause che hanno impedito ad alcuni paesi in via di sviluppo di fare il salto da produttori di giocattoli e magliette (quindi prodotti labour-intensive a tecnologica matura) a prodotti ad altro contenuto di conoscenza e tecnologia nuova e quindi ad alto valore aggiunto. 
Dicono gli economisti: un paese si avvia sulla strada dello sviluppo sfruttando spesso quello che è il suo solo vantaggio comparato dopo essersi aperto al mercato internazionale e cioè il basso costo della manodopera agganciata a tecnologie mature che arrivano attraverso gli investimenti diretti esteri. 
Quel paese, si conquista così uno spazio nella divisione internazionale del lavoro e inizia a crescere. Cresce anche il reddito medio, fino al punto in cui il costo della manodopera di quel paese non diventa più tanto conveniente come un tempo.
Se nel frattempo quel paese non si è creato una nuova competitività passando dai prodotti labour-intensive a quelli ad alto contenuto tecnologico, le imprese lasceranno il paese e andranno alla ricerca di altre aree del globo dove più basso è il costo della manodopera.
Si prenda il caso di Taiwan, Giappone e Corea del Sud. Quando ero piccolo, non so perchè ma andavo sempre a guardare dove erano fatte le cose che avevo a portata di mano, e mi ricordo che tutte le macchinine erano “Made in Taiwan”. Ora l’isola ribelle non fa giocattoli ma solo prodotti ad alto contenuto tecnologico. 
In questo senso è spettacolare il caso della Corea del Sud che si è arricchita con i suoi prodotti High-Tech che hanno invaso il mondo. I paesi che non fanno questo salto restano intrappolati nell’aumento del reddito medio, perdono il loro vecchio vantaggio comparato e non riescono a crearsene uno nuovo e così vedono svanire i propri sogni di benessere e iniziano a declinare.
Perchè ho detto che in passato ho criticato il concetto di “trappola del reddito medio”? Perchè il fenomeno è economico, ma le cause sono politiche. Nello specifico i paesi che sono riusciti ad evitare la trappola del reddito medio sono quelli che sono riusciti a compiere la transizione politica da regime autocratici a regimi pienamente liberal-democratici. In sintesi, la transizione economica da prodotti a tecnologia matura a prodotti a tecnologia nuova (prodotta in loco) è possibile se si è prima compiuta una transizione politica dall’autoritarismo alla liberal-democrazia, perchè solo istituzioni libere, e in grado di rendere concreta tale libertà per tutti, possono produrre quell’innovazione che è il motore della crescita economica. Proprio come è successo nel caso di Taiwan e della Corea del Sud.
L’idea che mi girava in testa, l’ho capito dopo, ascoltando Barbano che indicava nell’assenza dell’etica dei doveri una delle cause del declino nazionale, era questa: e se la trappola del reddito medio si applicasse anche all’Italia e non solo ai paesi in via di sviluppo?
In fin dei conti, il boom economico è avvenuto grazie all’arrivo di tecnologie mature di cui il paese era privo a causa della chiusura fascista. Certo, ci sono state e ci sono ancora meravigliose storia di innovazione tecnologica (si guardi quello che imprese italiane fanno per il progetto ITER), ma il nostro paese a differenza della Corea del Sud non è una potenza tecnologica, il che vuol dire che nei decenni passati, l’Italia non ha costruito per sè un nuovo vantaggio competitivo che le consentisse di non incappare nella trappola del reddito medio, convinta di avere un diritto divino a continuare a crescere come aveva fatto negli anni ’50 vendendo Lambrette.
E qui si inserisce il discorso sui troppi diritti, con un paese che ha preteso il diritto ad alti salari senza che a questi corrispondessero alte competenze; che ha preteso il diritto ad un alto tenore di vita, senza pensare di creare prodotti nuovi con cui arricchirsi, che ha preteso di essere trattato come una grande potenza, senza averne le capacità.
Le colpe sono individuali, certo, ma anche politiche. Sotto due punti di vista. 
Il primo quello della ricerca e sviluppo. Il pubblico in Italia fa quel che può per finanziare la ricerca, il guaio è l’assenza di colossi privati che si possano permettere seri programmi di ricerca. Il secondo: se la trappola del reddito medio si evita con delle funzionanti istituzioni liberal-democratiche in grado di garantire a tutti il massimo delle libertà e il massimo delle uguali possibilità a tutti per perseguire le proprie ambizioni, allora se l’Italia è incappata nella trappola del reddito medio, il motivo è da individuare nel mancato funzionamento delle istituzioni politiche.
Dunque, la tagliola della trappola del reddito medio è scattata intorno allo stivale italico causandone il declino. 
Tale declino è stato lento sia perchè un nucleo importante di aziende è riuscito comunque ad essere competitivo (si parla del 20% del totale) e a continuare a esportare tenendo in piedi il paese, sia perchè con la stupida furbata delle svalutazioni competitive abbiamo mascherato per un pò la perdita di competitività dei prodotti nazionali. In questo senso può dirsi che le svalutazioni competitive erano il sintomo e non la causa dei mali italiani.
È su questo sfondo che è nata la paura della maggioranza degli italiani di fronte ad un futuro che non capiscono e non sanno affrontare perché non hanno i mezzi per farlo. Così invece di trarre vabtaggio d cambio di paradigma che si sta affermano, rifiutano la modernità, voltano le spalle al futuro e invicano la protezione dello Stato, in nome dei bei vecchi temli andati.
In conclusione, si illudono quanti pensano che con una furbata italica, con un colpo di genio si possano recuperare anni di errori e di inutili ciarle. E si illudono quanti pensano che lo stato attuale di declino sia dovuto al complotto di qualche paese o potere straniero. 
Ha una funziona sommamente catartica l’idea di individuare nell’euro o nella Germania ogni colpa. E invece no, le colpe sono nostre, perchè abbiamo studiato poco e male (siamo il paese che il minor numero di laureati e tra i paesi che leggono meno), abbiamo lavorato peggio (la produttività è ferma da decenni) e, mentre il mondo procedeva in avanti con balzi impressionanti, noi ne ce siamo stati a rimirarci orgogliosi l’ombelico pensando che fosse un inderogabile dovere del mondo acquistare la “Duna”, l’ “Arna” o una fiammante “Panda” ultimo modello.
Ora al governo abbiamo dei ciarlatori di professione, convinti che basti un guizzo (l’uscita dall’euro) o un gesto (alzare la voce) per risollevare le sorti di un paese vittima di qualche complotto dei cattivi.
Una idea non solo chiaramente infantile ma anche dannosa: così facendo non fanno altro che accelerare il declino anestetizzando le coscienze dei più, impedendo che si rendano conto delle colpe che tutti abbiamo.

Categorie: Analisi

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