La fine della prima repubblica

Pubblicato da Redazione il

Per chi scrive restano ancora un mistero i perchè che hanno portato al crollo della prima repubblica; al conseguente allontanamento – data la scomparsa di partiti che si rifacevano alle grandi famiglie politiche europee (socialismo e popolarismo) – dell’Italia dal cuore dell’Europa; e al suo avviarsi su un futuro eterodiretto.
Mi pare però evidente un fatto e cioè che l’incriminazione di Craxi a Milano e Andreotti a Palermo hanno portato alla criminalizzazione dell’intera storia repubblicana. Così come il fascismo portò allo svilimento di tutta la storia gloriosa dell’Italia liberale.
Le conseguenze sono enormi. L’Italia, infatti, è stata l’unico paese in cui i partiti, dopo l’8 settembre, hanno rifondato lo Stato, di qui la bella espressione di “Repubblica dei partiti” di Piero Scoppola. Così la scomparsa dei partiti sotto la mannaia di Tangentopoli ha di fatto trasformato l’Italia in una repubblica senza radici.
Per chi scrive, dicevo, le cause e le ragioni di quel crollo restano un mistero. Eppure a volte dei bagliori di verità arrivano.
Nella prefazione a “Un ambasciatore a Regina Coeli” di Claudio Moreno, Vitaliano Esposito, già procuratore generale della Corte di cassazione, scrive: “Una parte della magistratura – non importa se ideologicamente connotata e operativamente imbeccata – animata da un sacro furore, profittò del rinvigorito fuoco inquisitorio , che il nuovo strumento ben alimentava, per cercare di stroncare quell’intollerabile sistema di corruzione eretto a strumento di sopravvivenza dall’arena politica e determinò l’epilogo traumatico della cosiddetta Prima Repubblica. Ed è in questo quadro processuale e in un clima di populismo giudiziario che l’ambasciatore Moreno – amico e a volte consulente a titolo personale di Bettino Craxi per la politica internazionale pur non avendo egli mai svolto funzioni di collaborazione istituzionale (erano, infatti, solo legati da reciproca stima) – si ritrovò, agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso, coinvolto nel turbine di quel giustizialismo più feroce e scatenato, basato sulla cultura del sospetto che aveva trovato le sue origini in quella che sta passando alla storia come rivoluzione giudiziaria milanese e che oramai solo alla storia spetterà giudicare”. 
Non mi pare sia necessario aggiungere altro, se non sottolineare due cose. La prima quel “ideologicamente connotata e operativamente imbeccata”, che mi pare uno degli aspetti più importanti di quello che scrive Vitaliano Esposito. Sulla connotazione ideologica sorvolo. Ma “operativamente imbeccata”? Non so perchè ma mi viene in mente un passaggio di “L’affaire Moro” di Leonardo Sciascia, in cui Moro si chiede, richiuso nel carcere del popolo, se nella sua vicenda vi fossero mani straniere.
La seconda. È vero, saranno gli storici a giudicare. Eppure la ricerca storica è sempre mossa da esigenze contemporanee, di qui la necessità impellente di riscrivere (con buona pace di Travaglio) la storia degli ultimi decenni per tentare di porre fine a quel furore giustizialista e populista, a quel giacobinismo di risulta che nel M5S vede i suoi più miopi alfieri e che rischia di sfasciare le fondamenta della Repubblica.

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