La cittadella liberale

Pubblicato da Redazione il

Nel maggio del 2001 ero a Roma e dopo la sconfitta di Rutelli alle elezioni politiche partecipai a un incontro nella storica sezione del PCI in via dei Marsi, dove allora abitavo, al 19.
Il tema dell’incontro era capire le ragioni della sconfitta. Per ore si susseguirono una serie di interventi. L’impostazione era sempre la stessa: abbiamo perso perchè non abbiamo intercettato il voto dei giovani, degli operai, delle casalinghe, delle partite Iva e via elencando.
L’idea, insomma, era che ci si era dimenticati di corteggiare qualcuno o lo si era fatto male; erano mancati elementi da sommare e tutto, in futuro, avrebbe dovuto essere finalizzato ad intercettare altri pezzi di società e semplicemente sommarli al nucleo duro della sinistra, anche sottraendoli al centro-destra così da replicare quanto fatto da D’Alema con la Lega di Bossi.
Tale impostazione tattica avrà il suo culmine nell’Unione, ma i risultati più concreti li darà dopo, quando Letta riuscirà a sottrarre dei pezzi al centro-destra e costituire quella che vorrei battezzare la “maggioranza Vedrò”, con Alfano e Lupi. Una operazione non da poco, tanto che su questa maggioranza si reggeranno tutti gli ultimi tre governi del centro-sinistra (Letta, Renzi, Gentiloni). 
Eppure un difetto tale impostazione ce lo aveva: la totale assenza di una riflessione politica di lungo periodo di tipo strategico. Tutto era appiattito sulla tattica e sul tentativo di avvicinare e conquistare pezzi di elettorato da sommare al proprio. E paradossalmente, il fatto che una tale soluzione abbia funzionato per un pò è stato un guaio, perché ha esonerato i partiti in questione dal porsi il problema di produrre una riflessione politica e quindi una offerta politica degna di questo nome.
Si dimenticava che in politica i voti non si sommano, ma si attraggono elaborando una precisa e organica visione politica da proporre agli elettori; se si campa solo di tattica e di questa logica sommatoria il risultato è quello di perdere di identità e diventare un collage di ogni cosa che alla fine si rivela senz’anima.
Così quando qualcuno ha elaborato una (pessima) visione politica, una chiara proposta ideologica (i buoni, i cattivi, il male da sconfiggerlo e come farlo) quel mondo è stato ridotto in macerie.
Nonostante ciò quella mentalità continua a essere viva; basta leggere le analisi (secondo me del tutto sballate) di Bersani quando continua a proporre sommatorie: rompere il fronte Lega-M5S, agganciare questi ultimi e sommarli a quel che resta delle sinistra, cosicché il vecchio ceto politico, sconfitto nelle urne, possa rinascere facendo da sofisticati ufficiali alla rozza truppa grillina.
Una idea folle di per sé, perché si continua a ragionare in termini tattici e non strategici, senza cioè l’elaborazione di una seria proposta politica; perché non si comprende che Lega e Cinque Stelle sono la stessa cosa in quanto espressione dello stesso elettorato: non a caso, maggioranza bulgare di elettori grillini applaudono a Salvini, e non ci si rende conto che non un solo elettore grillino tornerà a votare PD; una idea folle, infine, perché si continua a considerare il M5S come un partito normale che navigati uomini politici possono normalizzare, depotenziandone la carica eversiva e anti-sistema. Anche Giolitti pensava di poter fare lo stesso nel 1922

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