Il passato che non passa

Pubblicato da Redazione il

Quando, per conto del CeMiSS, mi occupavo di Cina ed Estremo Oriente, c’era una cosa che mi colpiva sempre, e cioè il fatto che, tra i paesi della regione, che si erano combattuti durante la seconda Guerra Mondiale, il passato sembrava non essere mai passato. 
I lutti, gli orrori, i dolori della guerra continuavano a rimanere una ferita aperta, non rimarginata, anzi ancora sanguinante. Di qui le costanti tensioni tra Giappone e Cina e, la cosa era ancora più degna di nota, tra Giappone e Corea del Sud, che pure avevano adottato il modello occidentale fatto di democrazia ed economia di mercato ed erano dalla stessa parte nel corso della Guerra Fredda.
Una situazione del tutto diversa, mi sembrava allora, da quella occidentale dove il passato sembra essere ormai passato, grazie alla volontà politica (l’integrazione politica è all’origine di quella economica e non viceversa) di curare le ferite prodotte dalla guerra e avviare un processo di perdono. 
Ecco, mi dicevo, gli europei si sono perdonati gli uni con gli altri ed hanno abbandonato il moloch dello stato westafaliano, macchina da guerra e di conquista, per condividere gli strumenti della sovranità (confini, moneta etc) al fine di evitare di farsi la guerra come in passato, allo stesso modo con il quale si erano messi in comune quel carbone e quell’acciaio necessario ad alimentare gli arsenali. Era questa l’altra anima dell’Europa, l’Europa nata dal sangue versato, nata per impedire che il passato potesse ritornare.
Peccavo di ottimismo, dato ciò che sta succedendo. Mi pare sempre più evidente il fatto che ci sia qualche manina che tenta, e con successo, di far riaprire le vecchie ferite del passato suscitando nei paesi europei, che di più hanno patito per mano tedesca, il vecchio spettro dell’imperialismo germanico sul continente. 
Non è un caso che ci sia una così forte affinità tra Francia e Italia, tra la Le Pen e la Lega, con il risultato di far ritornare in voga parole d’ordine, slogan e politiche che sembravano ormai sepolti da una ragionata consapevolezza sui guasti prodotti nel passato. È per questo che i vecchi spettri del nazionalismo politico e del protezionismo economico ritornano ad essere invocati per proteggersi da una Europa che si dipinge come germanizzata. 
A ben guardare questi stessi elementi erano presenti nella campagna a favore della Brexit: via dall’Europa, per potersi sottrarre al dominio tedesco; ed è la stessa logica degli attacchi antisemiti a Soros.
Chi ha interesse a fare tutto ciò? Non ho alcun elemento per dirlo, se non un pò di ricordi storici e l’uso di un po’ di logica. 
A parere di chi scrive, qui è in azione la vecchia sindrome dell’accerchiamento che i russi hanno da secoli. Infatti, i russi quanto più si percepiscono deboli, tanto più sono aggressivi. 
A differenza del passato però, e data l’estrema debolezza russa attuale, tale aggressività non può mostrarsi flettendo i muscoli, ma attraverso operazioni indirette, o asimmetriche.
I primi risultati già si vedono. Il vecchio fronte euro-atlantico che aveva inglobato i paesi dell’ex blocco sovietico non esiste più e anche vecchi alleati storici, come la Turchia, sembrano stiano cambiando il loro orientamento strategico.
Ma l’obiettivo più grosso è un altro: il collasso dell’Unione europea da perseguire alimentando ad arte in alcuni paesi europei un sentimento anti-tedesco e suscitando i vecchi spettri del nazionalismo e del protezionismo, che hanno fatto del vecchio continente il più grande mattatoio della storia. 
La strategia dunque è semplice, mettere gli europei gli uni contro gli altri, perché, come in passato, si dividano, ritornino ad alimentarsi i vecchi stereotipi, ricomincino ad essere diffidenti gli uni con gli altri e riprendano a scannarsi come hanno fatto per secoli, così da far ripiombare le vecchie nazioni europee nella totale irrilevanza a livello globale. 
Il fine ultimo è una Europa divisa, debole, trasformata in una sorta di protettorato, dal quale l’economia russa possa attingere quella linfa vitale che solo le società aperte possono sviluppare, e che Mosca non sarà mai in grado di produrre finché continua a spingersi verso il dispotismo asiatico. 
Non è la Germania che ha realizzato i piani di Hitler come vanno farneticando alcuni, ma la Russia che è sul punto di ottenere ciò che non è riuscita ad avere durante la Guerra Fredda, vale a dire la finlandizzazione dell’Europa. 
Se ciò accadrà io non lo so, ma per ora ha già raggiunto un risultato enorme: distruggere quella fiducia tra i cittadini europei che con grande fatica negli ultimi sei decenni si era costruita nella convinzione, vera, di lavorare a una casa e a una causa comune.
Dunque, quando in futuro sentiremo parlare contro la Germania, contro l’Europa tedesca, contro i governi imposti dalla Merkel sarà forse utile ripensare a queste poche righe e ricordare che quelle parole hanno un fine ben preciso, non gli interessi degli italiani, ma una più ampia strategia elaborata da una potenza extra europea, tesa a distruggere decenni di pace e prosperità, nell’ottica di una politica di sottomissione e di razzia dei popoli europei.

Categorie: Analisi

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