Il paese del melodramma

Pubblicato da Redazione il

Qualche giorno fa qui su Facebook Fabio Martini, notando come il meglio (stiamo messi bene) dell’intellighenzia italiana sponsorizzi un’alleanza tra PD e M5S, metteva in evidenza, del tutto a ragione, “una certa tendenza degli intellettuali nostrani al conformismo”.
Ora questo conformismo è, almeno a parere di chi scrive, sufficiente a togliere ai suddetti la patente di intellettuale, che per statuto dovrebbe essere contrario alla vulgata, avverso al mainstream, (la cosa era chiarissima a Bertrand Russell) vox clamantis in deserto. Ogni intellettuale ha il dovere di essere paradossale, per l’appunto. Chi cerca l’applauso, faccia altro. 
Detto ciò mi fermo, non voglio infilarmi in un ginepraio.
Alla riflessione di Martini aggiungo un elemento e cioè la costante vocazione della maggioranza dell’intellighenzia di questo paese al massimalismo sconclusionato, a innamorarsi e compiacersi di frasi senza senso (“vogliamo l’impossibile”), ad affermazioni non documentate, senza prove.
Sono anni che batto sul concetto, ripescato in Polibio, dell’oclocrazia, della degenerazione cioè del popolo in folla e sul carattere reazionario e irrazionale di quest’ultima, le cui azioni sono mosse, come lo fu per l’Atene dopo Pericle, solo da alcune passioni, una su tutte: la paura del futuro.
Eppure la folla, nelle società aperte del passato, compare solo in particolari momenti, quando cioè eventi traumatici spaccano quel nucleo di valori su cui quelle società si basano e rompono la fiducia nel futuro.
In questo senso, a occhio, mi pare che il caso italiano rappresenti una particolarità. C’è una dose costante di massimalisti, di acchiappamosche totalmente disgustati dal presente che sognano una totale palingenesi della realtà. 
Dagli anarchici romagnoli, ai Cinque Stelle, passando per repubblicani, socialisti massimalisti, e comunisti dai pensieri lunghi e dalla vista presbite (non a caso i miglioristi furono sempre minoranza, anche disprezzata). 
Vivono nel culto di rivoluzioni abortite, vittorie tradite, resistenze mutilate, costituzioni inattuate. Il copione è sempre lo stesso: il sogno di una palingenesi totale che purifichi ogni cosa, e ponga fine allo scandalo di un presente che li disgusta. 
Qui sta tutta la follia, e cioè il rifiuto di vedere che, con tutti i limiti dovuti alle cose umane, in questo paese sono stati fatti progressi straordinari e ancora se ne potrebbero fare se la si smettesse di abbaiare alla luna. 
Che una minoranza di intellettuali, possa immaginare un realtà totalmente altra, può starci. Così come può starci che la società aperta produca una certa percentuale di anomia (quanti non si riconoscono nei suoi valori e priorità).
Ma il fatto che in Italia ci sia quasi costante nella sua storia una sorta di massimalismo di massa, è una cosa le cui ragioni io non riesco a comprendere. L’unica spiegazione che posso darmi è che siamo il paese del melodramma.

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