Il non senso di una sinistra conservatrice

Pubblicato da Redazione il

Gli editoriali di Galli della Loggia sono sempre più sorprendenti. In senso negativo, sia chiaro. Quello di ieri poi è un accrocco di vecchie argomentazioni e di veri e propri errori.
Sul Corriere di ieri (“Una sinistra fuori dal tempo”) Galli della Loggia cerca di capire le ragioni del silenzio e l’inazione della sinistra di fronte al rullo compressore dei nazional-populisti e prova a individuare i modi per poter rinascere; ma sbagliando il punto di partenza, sbaglia il punto di arrivo e si va a schiantare contro un muro e nemmeno se ne accorge.
Scrive, infatti, che la vera identità storica della sinistra consiste nell’ “affermazione del primato della politica sull’economia” e il suo scopo principale è stato quello di “correggere i meccanismi dell’economia di mercato”. Come? “proteggendo i più deboli mediante la redistribuzione delle risorse, cercando di tenere sotto controllo l’equilibrio complessivo della società e non esitando a tale scopo a stabilire regole e correttivi ai meccanismi economici. Ma spesso proteggere vuol dire conservare”. Ecco perchè la sinistra, scrive Galli della Loggia, ha avuto “una funzione conservatrice rispetto alla modernità astrattamente considerata”.
La crisi della sinistra, dunque, consisterebbe nell’aver abbandonato tale sua identità storia e quelle sue finalità. E perché lo ha fatto? Per due motivi. Il primo: “mentre la politica democratica ha conservato una base nazionale, viceversa lo sviluppo economico-finanziario è uscito pressoché interamente dal quadro nazionale”. Il secondo attiene al concetto di progresso. Visto che la sinistra, scrive Galli della Loggia, così anche contraddicendosi con quanto detto prima, si è basata su una lettura progressiva dello sviluppo economico non capisce che “proprio tale sviluppo, arrivato a una certa fase, può eventualmente perdere il proprio carattere progressivo”: “la sinistra non riesce neppure a pensare che la tecno-scienza e le ragioni del capitale possano perdere quello che a lungo è stato il loro antico carattere di veicoli di un futuro migliore”. 
In conclusione, la sinistra, per ritrovare se stessa, deve ritornare a svolgere quella “funzione oggettiva di freno” rispetto al capitalismo e alla modernità che è l’essenza della sua identità. La colpa della sinistra è quella dunque di aver smesso di essere una forza conservatrice, anzi reazionaria e aver lasciato ai nazional-populisti questa funziona. Di qui la sconfitta elettorale.
Se queste sono le basi teoriche su cui costruire una opposizione allora è meglio fare le valige e scappare quanto prima da questo paese.
Ma prima provo a smontare il principe degli editorialisti del Corriere della Sera. Partiamo dal primato della politica. Primato della politica (o delle istituzioni) (con le precisazioni fatte qualche giorno fa) vuole dire che le buone istituzioni creano le condizioni perché il mercato e la società civile possano fare il proprio lavoro, e cioè garantire agli individui la libertà di essere se stessi. Ma non vuol dire che la politica può fare e disfare a proprio piacimento infischiandosene delle leggi dell’economia. O meglio, si può fare, ma ne paghi le conseguenze. 
Uno stato può partire con le nazionalizzazione selvagge, confiscare i beni degli imprenditori che non piegano la testa (come fanno in Cina), o può gestire la moneta come se fosse un simbolo di prestigio e non uno strumento economico (come fa quel genio di Erdogan), ma poi ne paghi le conseguenze. Non c’è stato al mondo che agisca contro le regole dell’economia e sia sviluppato e prospero. Una ragione dovrà pur esserci o no?
Le regole e le logiche economiche hanno dunque una loro oggettività che non può essere stravolta. Per dire, a me può stare fortemente antipatica la dittatura delle forza di gravità, ma se mi butto da un balcone è difficile che riesca a volare.
Di qui discende il secondo grossolano errore di Galli della Loggia, quello cioè di credere che la funziona della sinistra sia stata quella di “correggere i meccanismi dell’economia capitalista”. E quali sarebbero questi meccanismi che sono stati corretti? L’economia capitalista è mossa dal profitto (oggi e sempre sia benedetto) e dalla concorrenza (oggi e sempre sia lodata). A me non risulta che nessuna sinistra al mondo sia riuscita con successo a intervenire su questi due punti senza creare disastri.
I sindacati, le leghe operaie, per fare un esempio, hanno imposto il divieto di manodopera minorile e la riduzione dell’orario di lavoro. Il capitalismo ha reagito investendo nella macchine. La politica ha risposto con la scuola pubblica, per formare persone che quelle macchine le sapessero usare o ne sapessero anche costruire di nuove.
Ciò vuol dire, e di esempi se ne potrebbero fare altri, che la sinistra non ha affatto modificato i meccanismi dell’economia capitalista, al contrario, ha posto sì dei vincoli alle imprese (divieto di lavoro minorile) ma poi ha agito sulla società perchè fosse in grado di rispondere alle sfide poste da un sistema economico dinamico (le continue rivoluzioni distruttrici di Schumpeter). Se la sinistra avesse voluto essere conservatrice, non avrebbe mosso un dito contro il lavoro minorile, che era la norma nell’Europa di allora.
Questo significa che la sinistra storicamente non ha in alcun modo svolto una funzione di freno, conservatrice, al contrario, è stata forza di progresso. Lo stesso Marx era uno che il progresso voleva accelerarlo, mica frenarlo, anche per questo sfotteva i luddisti.
Ciò vuol dire che la crisi della sinistra inizia nel momento in cui smette di lavorare sulla società in modo da aumentarne lo sviluppo in termini di istruzione, sanità, infrastrutture e si mette a sbraitare sterilmente contro il capitalismo o, al contrario, quando inizia a lavorare sulla società sotto dettatura di un capitalismo che ha smesso di essere dinamico e di avanzare in termini di prodotti nuovi e ad alto contenuto di conoscenza.
Dire dunque che i guai nascono dalla globalizzazione dell’economia a fronte del permanere su basi nazionali della politica, non significa niente. Il guaio è quello di non aver formato la società così da metterla in grado nel nuovo capitalismo globale di posizionarsi in alto nella catena del valore così da prendere i posti di lavoro a più alto salario. In altri termini, il guaio non è la globalizzazione in sè, ma l’incapacità di un paese rimasto fermo per decenni e che ha perso il suo vantaggio competitivo: i lavori ad alto contenuto di manodopera se ne vanno nei paesi emergenti e quelli ad altro contenuto di conoscenza se ne vanno nei paesi sviluppati che in questi anni non sono stati fermi e noi in mezzo prendiamo schiaffi da tutte e due le parti.
Allo stesso modo, dire che il problema della sinistra è quello di non aver capito che il progresso può anche creare problemi non significa nulla. È evidente che il progresso può generare effetti negativi, anzi è naturale che sia così, compito della politica è quello di agire sulla società perchè quel progresso possa portare benefici al più alto numero possibile di persone.
In conclusione, il consiglio, scritto tra le righe, di Galli della Loggia è quello di dare vita a una sinistra conservatrice, anzi reazionaria che si opponga con la stessa forza dei nazional-populisti a globalizzazione, progresso e capitalismo, ma che lo faccia senza sbagliare i congiuntivi, in maniera un pò più gentile, meno truce, e con qualche “r” moscia in più. Un Salvini con il Loden e un Di Maio con gli occhiali a tartaruga, per capirci. Fatelo e il RIS dovrà ricorrere all’analisi del DNA per capire che fine hanno fatto le forze liberali e progressiste in Italia.

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