Il governo contro la legge

Pubblicato da Redazione il

Quando i padri fondatori americani andarono alla ricerca nella storia antica di un modello che potesse aiutarli a costruire gli Stati Uniti non seguirono il modello di Atene, ma quello di Roma e il fatto che a Washington ci sia un Campidoglio e un Senato e non la Pnice o l’Areopago ne è la prova.
Tale scelta fu dettata da una constatazione (nel Federalista è scritto a chiare lettere): il popolo ateniese, senza il contrappeso dell’Areopago e per mezzo della democrazia diretta, governava lo stato sull’onda delle passioni del momento. È l’oclocrazia, come dirà Polibio, il governo irrazionale della folla, che decide la disastrosa spedizione in Sicilia e uccide Socrate, “il più giusto degli uomini” (evento shock per un intera generazione di intellettuali ateniesi).
La cosa era chiarissima a Platone, che (e qui Popper prende una enorme cantonata) criticava l’oclocrazia (il governo senza legge) e non la democrazia (il governo secondo la legge). Nel Politico è scritto chiaramente. 
Di qui tutta una serie di contrappesi che Platone concepisce nelle Leggi (Il Consiglio Notturno) e di filtri (una sorta di democrazia rappresentativa) che potessero dare equilibrio alla volontà popolare.
È da qui che nascono i nostri sistemi politici. Che, per fortuna, non sono affatto delle democrazie, ma delle liberal-democrazie, vale a dire dei sistemi nel quali la volontà popolare ha l’obbligo di muoversi all’interno di una cornice di leggi immodificabili, quale è una costituzione, che è una costruzione razionale e scientifica.
Con buona pace di Rousseau, dunque, non solo la volontà popolare non può tutto. C’è di più, in un sistema parlamentare come il nostro (oggi e sempre sia benedetto) con più partiti che si contendono il governo del paese, nessun può rappresentare da solo la volontà popolare. Tutti coloro che siedono in parlamento, pro quota, rappresentano la volontà popolare e tutti i partiti, anche se hanno un solo deputato, hanno pari legittimità ad esprimere quella volontà popolare, con buona pace di Toninelli.
Questo per dire che in una democrazia rappresentativa, con un sistema di voto proporzionale, la volontà popolare risiede nel Parlamento, anzi in ogni parlamentare, che è libero (divieto di mandato imperativo) di rappresentare la nazione come meglio crede. Questo per dire che è una bestemmia quanto vanno dicendo i grillini: non ci sono partiti che in Parlamento hanno vinto o perso, e pertanto non si può dire che alcuni partiti (M5S e Lega) sono più legittimati di altri (FI e PD) a fare il governo, perchè alcuni incarnerebbero il cambiamento altri la conservazione. Così non solo si infanga il sistema parlamentare, ma si minano le fondamenta delle nostre società aperte, vale a dire la tutela delle minoranze, che è il perno su cui tutte le nostre società aperte si reggono.
Giusto per fare un cenno. Se la minoranza deve essere protetta, ed ha il diritto di diventare un domani maggioranza senza spargimento di sangue, significa che la maggioranza non è portatrice di alcuna verità, ma esprime una semplice opinione che ha momentaneamente il favore dei più. Ciò implica la tolleranza di tutte le opinioni, tutte, se non contrarie alla legge, ugualmente legittime. Il che implica la libertà di poterle esprimere quelle opinioni (libertà di stampa, di parola, di voto, di associazione etc etc). Per questo, dire che una maggioranza, o alcuni partiti sono qualitativamente migliori di altri significa scardinare barbaramente ogni struttura delle nostre società aperte. 
Due parole sulle altre epressioni che girano incontrollate in questi giorni tra accordi programmatici da mettere nero su bianco e notai di fronte ai quali sottoscrivere l’accordo. 
Partiamo da un punto, in Costituzione non si parla di programma, ma di indirizzo politico. Conviene dunque leggere gli atti preparatori della Costituente.
Mortati (3 settembre 1946): “le Camere (…) devono discutere, appena il Governo si presenti ad esse, l’indirizzo politico di cui il Governo stesso è l’espressione e che deve rendere esplicito attraverso l’enunciazione di un programma preciso; e devono esprimere un voto di fiducia”
Perassi (7 gennaio 1947): “Il programma politico governativo non può essere fissato che con l’accordo tra i vari partiti chiamati a far parte del Governo e dev’essere poi approvato dal Parlamento”.
Questo per dire, che non serve nè invocare il caso tedesco (voto degli iscritti ai partiti), nè andare alla ricerca di un notaio, nè di scrivanie da Bruno Vespa. È il Parlamento il sovrano che dà mandato al governo di eseguire (non si chiama potere esecutivo a caso) quel programma che il Presidente del Consiglio espone alle Camere nel momento in cui chiede la fiducia. L’unico programma che conta è quello che il Presidente del Consiglio espone in Parlamento nel momento della votazione della fiducia. Tutto il resto non conta, sono – per dirla con Ezio Franceschini – parole come sabbia.

Categorie: Analisi

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