Il collasso cinese prossimo venturo

Pubblicato da Redazione il

La notizia epocale di questi giorni è, infatti, l’abolizione del limite dei due mandati per il presidente cinese. 
Sembra un dettaglio, ma le conseguenze saranno drammatiche per due ordini di motivi.
Il primo: la questione della legittimità. Che cos’è? La legittimità è quel principio che spiega e giustifica agli occhi dell’opinione pubblica o, il che è lo stesso, dei più, perchè alcuni hanno il diritto di comandare e altri il dovere di ubbidire. I principi che giustificano la legittimità di un regime politico sono rimasti solo due: quello monarchico-ereditario e quello democratico-elettivo. 
Senza nessuno di questi due principi, un potere politico resterà illegittimo agli occhi dei suoi cittadini, che gli negheranno pertanto il consenso. Ora il punto è che nessun governo, nemmeno il più dispotico, può governare senza il consenso popolare, nemmeno facendo ricorso all’uso più spietato della forza, dato che, come Talleyrand amava ripetere a Napoleone, con le baionette si possono fare tante utili cose, tranne sedercisi sopra.
Ciò significa che tutti i governi nati da una rivoluzione (comunista nel caso specifico) sono del tutto illegittimi. Di qui il tentativo dei nordcoreani di creare una successione dinastica e di Deng Xiaoping di tentare di creare un insieme di regole (tra cui il limite dei due mandati) per regolare la successione al potere. 
Infatti, per i governi illegittimi non si pone soltanto un problema di consenso (visto che le baionette servono a poco). C’è anche un secondo, enorme problema: se manca un principio di legittimazione, mancano anche le norme che regolano la successione del potere. 
Senza la legge salica dei regimi monarchici e le libere elezioni dei regimi democratici, come fare per stabilire chi ha il diritto di comandare e chi ha il dovere di ubbidire? 
La risposta è una sola: la forza. Il che significa che i cambi di potere, nei regimi illegittimi verranno regolati con la violenza e dunque potenzialmente con la guerra civile. 
Così sono state abbattute le dinastie in Cina e così è stato dopo la morte di Mao.
Senza saperlo, Xi Jinping, violando quell’insieme di norme poste da Deng per regolare in qualche modo la successione del potere in Cina, ha aperto il vaso di pandora e spalancato le porte della guerra civile in Cina.
Il secondo motivo: la transizione politica è fallita. O per usare la terminologia di Toynbee (si veda “Civiltà al paragone”) gli erodiani hanno perso e hanno trionfato gli zeloti. 
Mi spiego. Se ci si guarda intorno, ci sono alcuni paesi che sono riusciti a passare dal sottosviluppo allo sviluppo economico e altri che si sono fermati per strada. Gli economisti sostengono, non a torto, che questi ultimi sono incappati nella cosiddetta “trappola del reddito medio”. Eppure se è vero che questo fenomeno economico è reale, le sue cause non sono affatto economiche, ma del tutto politiche.
Infatti, i paesi che sono riusciti a costruire al loro interno una macchina dello sviluppo economico autopropulsivo, come Giappone, Taiwan e Corea del Sud, sono quelli che sono riusciti a portare a termine la transizione politica e a saldare il binomio economia di mercato e democrazia politica. O, per dirla diversamente, a completare il passaggio dalla società aperta alla società chiusa.
Il fatto che Xi Jinping abbia tolto ogni limite al suo potere è il segnale che la transizione politica cinese è fallita. Pechino ha invertito la rotta che, con molte titubanze, aveva imboccato verso la società aperta e si dirige ora a vele spiegate verso la società chiusa.
Il punto è che senza senza quell’insieme di istituzioni politiche e strutture giuridiche (Nomocrazia, indipendenza della magistratura, laicità dello Stato, tutela dei diritti di proprietà e delle libertà liberali etc…) che sono proprie della società aperta, nè il mercato nè la società civile potranno godere di quell’autonomia e protezione dall’arbitrio del potere necessarie a dare vita a quella innovazione, creatività, intraprendenza che sono il vero motore della crescita economica. 
Niente democrazia, niente Stato di diritto, niente sviluppo e nessuna prosperità.
In conclusione, la sfida del futuro non sarà, come tanti entusiasti e sprovveduti analisti negli ultimi anni hanno scritto, l’avvento di Cindia e del secolo cinese. Al contrario, la sfida sarà quella di gestire una Cina sempre più povera, sempre più chiusa e sempre più rancorosa, convinta che l’Occidente sia la causa dei suoi mali e non, come di fatto è, se stessa.
Niente secolo cinese, dunque. Il che è un bene. Però attenzione: la società chiusa avanza. Xi Jinping gioca a fare l’imperatore, Modi a fare il Moghul, Putin a fare lo Zar ed Erdogan il Sultano della Sublime porta.
In Asia il dispotismo asiatico ritorna a dominare e chissà che non possa superare anche il Bosforo e il Canale d’Otranto. 
Ma non ci vorrà molto per saperlo. La risposta la avremo con le prossime, imminenti elezioni politiche in Italia.

Categorie: Analisi

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