I meriti di Trump in Corea

Pubblicato da Redazione il

Anche quando la crisi nordcoreana raggiungeva i momenti di maggiore tensione, ho sostenuto l’idea che ci fossero buone ragioni per essere ottimisti. 
I fatti mi stanno dando ragione, come dimostra l’apertura di Kim con la Corea del Sud sulla questione delle Olimpiadi invernali.
Il merito di questo miglioramento della situazione va a Trump. La ragione? Semplice, avere costantemente alzato i toni e non aver mai fatto un passo indietro.
Qualche mese fa avevo detto che questa si chiamava “brinkmanship” e cioè la capacità di arrivare sul ciglio del burrone senza finire di sotto, facendo in modo nel contempo che fosse l’altro a ritrarsi.
A differenza del passato (le ragioni le ho scritte in un precedente post) dunque con Trump gli Stati Uniti non hanno fatto alcun passo indietro, il Giappone ha alzato la voce senza che i paesi della regione si spaventassero (faceva più paura la Cina) e la Corea del Nord è stata costretta a fare un dietro front.
Meglio sarebbe dire che la Cina è stata costretta a fare un passo indietro, visto che in questa questione la Corea del Nord non c’entra nulla: tutto corre lungo l’asse Washington-Pechino.
Pyongyang è una comparsa che recita a comando: ad un cenno di Pechino abbaiano o scodinzolano.
Così, se formalmente a perdere la faccia è stato il povero Kim che da dio della guerra si è dovuto trasformare in 24 ore in una colomba della pace con rassicuranti occhiali a tartaruga, di fatto è Pechino che ha perso la faccia nel braccio di ferro con Trump. 
Il che dovrebbe mettere fine alla insopportabile e miope retorica sulla grande potenza cinese in inarrestabile ascesa e sull’inevitabile declino americano, nonché alla affettata superiorità di chi giudica Trump un bambino viziato che gioca con l’atomica.
Dovrebbe. Ma è difficile che ciò accada. Anzi, Xi Jinping, per trasformare una reale pesante sconfitta politica in una finta vittoria mediatica, potrebbe anche scaricare Kim, o quanto meno riaprire i colloqui per la denuclearizzazione della penisola coreana, offrendo Pechino come sede di una nuova conferenza di pace.
A quel punto c’è da scommettere che qualcuno ad Oslo proporrà il saggio Xi Jinping per il Nobel per la Pace, ma nessuno dirà che il vero merito è del cane pazzo Trump.

Categorie: Analisi

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