Gli scacchi e “il reddito di istruzione”

Pubblicato da Redazione il

Qualche mese fa ho scritto un documento intitolato “Stato 4.0” dove provavo a fare un ragionamento sulle politiche da fare nel futuro. L’idea di fondo è quella di un nuovo protagonismo dello Stato in ambito economico, scientifico, sociale e ambientale. E facevo una serie di proposte. Tra queste quella di dare vita ad un “reddito d’istruzione”.
L’idea è semplice. Ray Kurzweil, l’uomo che per Google sta costruendo una mente umana artificiale, racconta spesso un aneddoto. 
Nel VI secolo avanti Cristo qualcuno in India inventò gli scacchi. L’imperatore, impressionato dalla bellezza del gioco, mandò a chiamare l’inventore per dargli un premio, anzi, poteva chiedere tutto quello che voleva.
L’inventore chiese del riso per la sua famiglia. L’imperatore colpito da tanta modestia chiese quanto riso volesse, il padre degli scacchi guardò allora la tastiera e chiese di “mettere un singolo chicco di riso sulla prima casella della tavola, due sulla seconda, quattro sulla terza e così via, in modo che ogni quadrato avesse il doppio di chicchi di riso del precedente”. L’imperatore incautamente acconsentì.
Scrive Kurzeweil: “Dopo trentadue caselle l’imperatore aveva regalato all’inventore circa quattro miliardi di chicchi di riso. Era ancora una quantità ragionevole, equivalente più o meno a una grande risaia, ma l’imperatore allora mangiò la foglia. Fin lì poteva ancora rimanere imperatore e l’inventore poteva ancora conservare la testa sul collo. Fu quando s’inoltrarono nella seconda metà della scacchiera che almeno uno dei due finì nei guai”. Non è difficile immaginare chi.
Infatti una volta entrati nella seconda metà della scacchiera le cifre diventano impressionanti e tutto il riso del mondo non sarebbe bastato a soddisfare la richiesta dell’inventore degli scacchi.
Kurzweil sostiene che oggi noi siamo entrati nella seconda parte della scacchiera e che quindi il ritmo dell’innovazione tecnologica raggiungerà una velocità vorticosa tanto da cambiare profondamente ogni cosa. In primo luogo il mondo del lavoro.
Questo è un evento unico nella storia dell’umanità e quanti credono che in fin dei conti è sempre stato così sbagliano.
In passato il contadino della piana di Rosarno poteva andare a Torino ed imparare il lavoro presso la catena di montaggio. Oggi le cose sono più difficili, in primo luogo perché acquisire le conoscenze richieste dalla nuova economia richiede tempo e soldi che non tutti possono permettersi, con il rischio di una spaccatura della società tra chi ha e sempre più avrà, e chi non ha, e avrà sempre meno.
Ecco allora la necessità di considerare le attuali difficoltà non solo come il prodotto di una crisi. Essa anzi è l’effetto di una vera e propria rivoluzione tecnologica che per velocità ed ampiezza non ha precedenti.
Come fare dunque? Una parte dei lavoratori difficilmente potrà trovare una nuova integrazione, e per essi può essere utile pensare ad una forma di reddito di cittadinanza. (Per inciso, in una economia aperta un reddito di cittadinanza generalizzato sarebbe difficilmente sostenibile nel lungo periodo).
Un’altra parte è in grado da sola di adattarsi, e anche di prosperare in questo nuovo contesto. Per altri serve una diversa soluzione, vale a dire un “reddito d’istruzione”.
Si tratterebbe di un vero e proprio stipendio corrisposto a chiunque si iscrive all’università e prosegue con profitto gli studi fino al dottorato di ricerca, siano essi giovani o lavoratori che intendono acquisire gli strumenti per poter stare al passo con il mondo nuovo. 
I vantaggi sarebbero molteplici: un ammodernamento automatico della mente-opera (la manodopera la faranno i robot), un considerevole aumento della produttività dovuto ad una innovazione tecnologica che produce posti di lavoro (e non ne mangia) e soprattutto una maggiore giustizia sociale: il mondo nuovo, fatto di tecnologie delle meraviglie e di benessere e ricchezze, non sarebbe solo più per pochi.

Categorie: Analisi

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