Diritti liberali e diritti sociali

Pubblicato da Redazione il

C’è un brutto pensiero che mi gira in testa. Se si allarga lo sguardo a quanto è accaduto negli ultimi anni, si scopre che in una prima fase le (semplifico) libertà liberali hanno sopraffatto le libertà sociali. Le libertà delle imprese si sono imposte a detrimento dei diritti del lavoro, le libertà dei commerci non hanno tenuto conto, nemmeno in via cautelare, delle difficoltà sociali prodotte, i grandi investitori sono stati coccolati e i sindacalisti bastonati.
Era lo spirito dei tempi, l’idea (sbagliata) che il mercaro da solo potesse produrre equità sociale, anzi, sollevare tutte le barche sia quelle piccole che quelle grandi (come si diceva allora), in assenza di politiche sociali dello Stato, la belva da combattere.
Il risultato è stata la crisi del 2007, che non ha avuto (come generalmente si crede) origine nelle malvagità della grande finanza. Lo scrivo dal 2011 (La grande transizione, Rubbettino), sempre con scarsi risultati: la crisi è il prodotto di una questione sociale, che ha causato l’impoverimento di una grossa fetta del ceto medio, che per continuare a spendere si è indebitata fino all’eccesso (mutui subprime). Finché tutto è non collassato. 
Prima, dunque, andava risolta la questione sociale che era alla base di tutto, non la conseguenza e cioè gli eccessi della finanza. Ma si è fatto il contrario e dunque non si è risolto nulla. Anzi si sono peggiorate le cose.
Nel 2012 scrissi un altro libro (Dalla società aperta alla società chiusa, Rubbettino) per dire questo: attenzione perché storicamente, dalla Grecia dei Teti, alla Roma dei Gracchi, alla Firenze dei Ciompi, ogniqualvolta non si è risolta una questione sociale, questa ha prodotto una massa che ha abbattuto tutte le strutture liberal-democratiche. 
Il percorso è il seguente: riforme politiche liberali creano lo stato di diritto, che produce un bene essenziale: la libertà; la libertà genera progresso economico; il progresso economico produce ricchezze delle meraviglie e nel contempo questioni sociali; se non risolte, le questioni sociali si ripercuotono a livello politico, con una maggiore velocità nelle democrazie; allora le vittime della questione sociale, che disperano del futuro, si spogliano volontariamente dei propri diritti liberali nei confronti di chiunque prometta di lenire le loro paure, garantendo, a discapito di tutto, i diritti sociali; così l’amico del popolo, il difensore del popolo prende il potere e abbatte quelle istituzioni liberali che avevano generato libertà e progresso, con la conseguenza di produrre povertà e tirannide.
È quello che sta avvenendo. Dopo l’eccessiva enfasi che si è posta sulle libertà liberali, imposte anche quando configgevano con i diritti sociali, ora si fa il contrario, imponendo i diritti sociali anche a danno delle libertà liberali, nella convinzione (sbagliata) che essi da soli possano generare libertà e progresso.
Invece di tirare fuori Marat, se si va a leggere Platone si scopre (le espressioni sono le stesse) che è dalla folla che nasce la tirannide, è il difensore del popolo che si trasforma in despota. Platone è lo specchio dei nostri tempi. Altro che Marat.
Ciò che non si comprende è che i diritti liberali e i diritti sociali sono entrambi necessari a mantenere in vita e in buona salute le repubbliche democratiche, e compito della politica è quello di trovare di volta in volta il giusto equilibrio che i tempi richiedono: a volte ponendo con maggiore enfasi l’accento sugli uni; altre ponendo maggiore enfasi sugli altri, senza però che mai agli uni sia consentito di sopraffare gli altri.
Qual è il brutto pensiero che dicevo prima? Eccolo: la folla, che è prodotto della degenerazione del popolo e nulla ha a che fare con esso, è ingestibile e provoca una polarizzazione tale che chiunque provi a limitare gli eccessi e a trovare la giusta mediazione tra i diritti sociali e quelli liberali di solito fa una brutta fine, come il povero Teramene, forse il più grande uomo politico ateniese, che, come Socrate, si oppose agli eccessi della folla e dei reazionari e fu ucciso dai Trenta Tiranni.
Oggi la folla è al potere, la sua regola è l’eccesso, il suo nemico la medizione, il suo linguaggio è fatto di urla e sbraiti, lazzi, fischi e minacce; il suo sentimento prevalente il rancore, che genera odio e che nasce dalla paura.
Servirebbe lavorare di bisturi, con l’accortezza di un chirurgo, ma in giro si vedono solo clave.

Categorie: Analisi

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