Da popolo a folla

Pubblicato da Redazione il

Di fronte a quanto sta accadendo, da più parti ci si chiede una cosa: che è successo a questo paese? Da terra di accoglienza e solidarietà a covo di intolleranti e razzisti. Come è potuto cambiare in questo modo?
La risposta è semplice e la chiave, come scrivo ormai da anni, è una sola: la paura. Il dato di fondo del nostro tempo, come nella Atene di Pericle e nella Roma dei Gracchi, è l’avvento di un nuovo attore collettivo, la folla.
Che cos’è la folla? Le condizioni socio-economiche c’entrano poco. Non è l’impoverimento del ceto medio e nemmeno lo sfaldamento dello stato sociale in sè che produce la folla. C’è bisogno di qualcos’altro e quel qualcos’altro sono le aspettative collettive.
L’ho scritto più volte, a differenza delle società tradizionali che vivono nel culto del passato, dell’eterno ieri e della tradizione, sacra e immutabile, che come una “vis a tergo” sostiene la vita delle persone, le nostre società aperte sono costantemente proiettate sul futuro, vivono dell’ansia benefica di fare domani, nella convinzione che l’intelligenza e il lavoro dell’uomo possano fare il modo che il domani sia migliore rispetto al passato. Per questo insisto che la fede pubblica della società aperta, quel collante senza il quale nessuna società può esistere, è la fede nel progresso.
Dagli altari pubblici abbiamo tolto la fede dei padri, per sostituirla con il culto dell’essere umano. Niente di pagano sia chiaro, anzi, i punti di contatto con l’umanesimo cristiano sono tanti e per questo stupisce la costante critica delle modernità di una parte del mondo cattolico: anche la modernità, anzi proprio la modernità, è il prodotto di quell’umanesimo che può avere sia una declinazione laica che cattolica. Ma questo è un altro discorso.
La fede nel progresso altro non è che una serie di aspettative positive sul futuro. Se queste aspettative positive cambiano di segno, c’è il rischio che si avvii un meccanismo perverso (Keynes lo aveva descritto bene): gli imprenditori non investono, i giovani non studiano, la politica smette di progettare. Così le aspettative negative diventano tragiche e all’ottimismo di sostituisce la paura.
Ecco la risposta allora. La folla è una massa che ha paura, che ha paura del futuro ed ha paura di perdere ciò che ha. Non è un caso che alla base dei grandi movimenti totalitari del passato, dall’Italia fascista, alla Germania nazista, vi fosse un ceto medio impaurito che chiedeva protezione e ordine. Non sono i poveri che portano al potere i tiranni, ma il ceto medio che ha perso alcune certezze del passato e guarda con paura al futuro.
E la paura è un sentimento insopportabile, che fa perdere di lucidità e razionalità chi ne è affetto, rendendolo del tutto manipolabile e alla mercé di quanti vogliono indirizzare per propri fini le paure collettive. Non solo, proprio perché la paura è un sentimento insopportabile, che fa perdere la ragione, le masse che ne sono affette devono individuare il responsabile del proprio malessere, chiunque esso sia purché sia facilmente individuabile, un qualcosa di concreto verso cui indirizzare tutte le proprie frustrazioni individuali. Anzi più è rozza e banale la spiegazione, meglio è. Ecco allora l’origine di una lettura così brutale e banale di quanto sta avvenendo, con la rabbia popolare che viene scagliata, da demagoghi incoscienti, contro l’immigrato, il complotto tedesco, le banche, l’Europa, la Merkel e via dicendo.
Queste sono solo ulteriori prove, se mai ce ne fosse bisogno, del fatto che la folla è ormai al potere, e governerà in maniera irrazionale e illogica, aggravando i problemi che affliggono i più. Il guaio è che il popolo sta alla democrazia, come la folla sta alla tirannide.

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