Crescita economica e giustizia sociale

Pubblicato da Redazione il

Mi stupisce lo stupore di alcuni commentatori che con sconcerto notano come la polarizzazione politica stia continuando nonostante la crescita economica, come nel caso della destra tedesca di AFD.
C’è poco da stupirsi. La crescita economica di per sè non è garanzia di nulla. Del resto, non venivamo da un decennio di boom economico quando nel 2008 si è scatenato il finimodo? 
Allo stesso modo, il fatto che aumenti il numero degli occupati di per sè non significa nulla. Perchè l’aumento dell’occupazione possa trasformarsi in aumento dei consumi e in un pò di sana inflazione si devono dire altre cose: quanto guadagnano i nuovi occupati? Quanto è stabile la loro occupazione? 
Se i nuovi assunti guadagnano poco e temono di perdere domani il lavoro, visto che non hanno nessuna garanzia (working poors), l’occupazione può aumentare anche di milioni di unità, ma l’impatto economico sarà debole, scarso quello sociale e nullo quello politico.
Ma ritorno al processo generale. L’incipit è la costruzione di una struttura istituzionale liberale in grado di garantire l’autonomia del mercato e il libero gioco della concorrenza (con tutto quello che serve). Poste alcune condizioni, il mercato produce naturalmente ricchezze delle meraviglie, ma altrettanto naturalmente il mercato produce disuguaglianze, polarizzazioni economiche e sociali. Pochi ricchi, tanti poveri e nel mezzo una anemica classe media.
Soprattutto nelle democrazie, questa polarizzazione si traduce prestissimo a livello politico, con la lotta politica che si estremizza e diventa manichea. 
A questo punto si possono avere una serie di opzioni. I ricchi tolgono i diritti politici alla folla e li riservano solo a chi è proprietario di beni. Benjamin Constant nei “Principi di politica” lo scrive chiaramente “solo i proprietari possono essere cittadini” 
E poi prosegue “quando i non proprietari hanno dei diritti politici accade una di queste tre cose: o non traggono impulso che da se stessi e allora distruggono la società” (è il caso della folla ateniese); “o lo traggono dall’uomo o dagli uomini al potere e sono strumento di tirannide”, (a Firenze la folla dilaniò i Pazzi, che avevano tentato di abbattere la tirannide medicea, al grido “Viva Lorenzo che ci dà il pane”); “o lo traggono da coloro che aspirano al potere e sono strumento di una fazione”, (qui gli esempi abbondano: dai legionari di Ottaviamo alle camice nere, brune etc etc).
Questo era il motivo per cui i grandi liberali del passato (tra cui Platone) erano contrari al suffragio universale, mentre i reazionari erano a favore: la folla ignorante e affamata è manipolabile facilmente. I martiri della rivoluzione napoletana del 1799, così come Carlo Pisacane, lo hanno sperimentato. E quando Luigi Bonaparte volle diventare Napoleone III non a caso fece un plebiscito.
La grandezza del compromesso socialdemocratico postbellico è stata quella di creare delle leve pubbliche che strappassero i più all’ignoranza e alla paura di morire di fame, attraverso l’istituzione della scuola pubblica, di una sanità pubblica, di una rete di diritti sociali di rango costituzionale, e di un sindacato in grado di rendere forte chi è geneticamente debole, vale a dire il singolo individuo, che ha bisogno di lavorare per mangiare.
In sintesi, la grandezza della socialdemocrazia è stata quella di creare degli argini al libero gioco della concorrenza ed incanalare una parte delle ricchezze prodotte verso quelle istituzioni pubbliche in grado di impedire che i più rimanessero indietro. E’ così che la socialdemocrazia ha trasformato la folla in popolo e reso possibile la democrazia.
La democrazia, infatti, funziona se c’è un popolo che è in grado di esprimere un giudizio sulla conduzione della cosa pubblica ed ha un minimo di indipendenza economica che non lo rende servo della volontà di chi gli dà il pane.
Se il popolo diventa folla, le democrazie si inceppano e prima o poi anche quella struttura liberale che aveva avviato la crescita collassa.
Tutto questo per dire che di per sè la crescita economica risolve poco. Se non ricostruiamo gli argini che convogliano una parte della ricchezza verso i più, le cose non cambieranno e il processo di polarizzazione continuerà: a chi ha sarà dato di più, a chi ha poco sarà tolto anche quel poco, e a chi non ha nulla non resterà che pregare e sperare in una vita migliore… nell’altro mondo.

Categorie: Analisi

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