Xi e il dispotismo asiatico

Pubblicato da Redazione il

Sono dieci anni che per conto del Centro Militare di Studi Strategici (CeMiSS) mi occupo di Cina e l’entusiasmo per le parole di Xi Jinping non lo trovo fuori luogo. È dal 2013 che nelle sue parole si sente un che di liberale ed anche i documenti ufficiali pubblicati, dove si prospettano le grandi riforme da fare, dal Terzo Plenum del 2013 al Sesto Plenum di quest’anno, sono scritti con stupefacenti parole liberali.
Tuttavia quando si va a vedere nel concreto ci si accorge che nessuna delle grandi riforme prospettate è stata realizzata. Il motivo? È semplice: il potere ed il ruolo autocratico del PCC è incompatibile con quelle riforme. 
Ecco perché il PCC sta prosciugando ogni ambito di autonomia del mercato e della società civile. Per dirne una: l’apertura di sezioni del PCC all’interno delle scuole elementari per orientare la formazione dei giovani ed impedire che i valori occidentali possano infettare il Paese. 
Il continuo calo della crescita economica è solo una delle naturali conseguenze di questo continuo soffocamento. Delle due l’una: o un PCC forte ed onnipotente o una società libera che produce quell’innovazione di cui l’economia del paese ha bisogno per poter cambiar pelle. Terzium non datur. A Pechino, nonostante i proclami ufficiali, si sono mantenuti fedeli alla tradizione del dispotismo asiatico.

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