Una cantonata di Hayek e la miopia dei liberisti

Pubblicato da Redazione il

Che una ricca e prospera classe media sia un elemento di stabilità politica e di propulsione economica è un concetto riconosciuto da molti ( a partire da Aristotele) e, per quanto ne so, non negato nemmeno dai liberisti. Il che significa che anche per loro l’uguaglianza è qualcosa di utile da perseguire.
Il punto è come ci si arriva a quell’uguaglianza. Per i liberisti ci si arriva attraverso la disuguaglianza. Cerco di dirla in poche parole. 
Una pattuglia di pochi si arricchisce. Quelli rimasti indietro ambiscono ad arricchirsi anche loro, quindi si mettono a lavorare duramente, fino a raggiungere quelli in testa. Così la disuguaglianza iniziale si trasforma naturalmente in uguaglianza ad un più alto livello di progresso. Il che significa che per i liberisti, una ricca e prospera classe media è il naturale prodotto delle forze di mercato e a tale risultato non si arriverebbe mai se ci fosse qualche intervento esterno della mano pubblica, che non farebbe altro che bloccare questo processo. E’ come il movimento del bruco: avanza prima la testa, poi il resto segue.
Scrive Hayek, il padre del paradigma dominante all’interno del quale ancora viviamo, “la velocità complessiva del progresso verrà accresciuta da chi avanza rapidamente. Anche se all’inizio molti resteranno indietro, non passerà molto tempo che l’effetto cumulativo della nuova strada faciliterà loro il progresso e li inserirà nella marcia. […] dopo un determinato periodo di rapido progresso, il beneficio complessivo per quanti seguono è tale da permetter loro di progredire più rapidamente di coloro che guidavano la marcia, sicché la lunga colonna del progresso umano tende a serrare i ranghi. (…) È così che le forze che all’inizio danno maggiore spinta alle disuguaglianze tendono in seguito a diminuirle». 
L’importante è non cadere in tentazione: «In qualsiasi momento sarebbe facile migliorare la posizione dei poveri, dando loro quello che potremmo prendere ai ricchi. Ma una simile parificazione delle posizioni nella colonna del progresso umano, mentre affretterebbe in un primo tempo la serrata dei ranghi, ben presto rallenterebbe l’intero movimento e alla lunga tratterebbe indietro chi si trova già nella retroguardia» (La società libera, pp. 139-140). Tralascio il fatto che c’è un buco enorme per quanto riguarda i tempi: quando le cose miglioreranno anche per chi è rimasto indietro? Abbiate fede – questa è la risposta di Hayek – nel lungo periodo prima o poi le cose si aggiustano. (“Nel lungo periodo saremo tutti morti”, aveva risposto Keynes).
Al di là di questo, c’è un altro aspetto da mettere in evidenza. Come esempio di questo processo a fisarmonica, Hayek riporta il caso degli Stati Uniti: «ammiro moltissimo il livello di uguaglianza sociale raggiunto dagli Stati Uniti» (La società libera, p. 211). Ma così facendo Hayek commette un grosso errore, dato che quella uguaglianza che desta la sua ammirazione non è affatto il naturale prodotto delle forze di mercato, ma di una precisa azione politica. 
La data di pubblicazione della prima edizione de “La società libera” (titolo originario “The Constitution of Liberty”) è il 1960 e siamo pertanto nel pieno di quella che Krugman ha definito la Grande Compressione o, per dirla diversamente, di quel paradigma socialdemocratico o del Keynes-Beveridge Consensus. E’ ancora l’America forgiata dal New Deal di Roosevelt.
A tale proposito Krugman scrive: “quando gli economisti, allarmati dall’aumento della disuguaglianza, cominciarono a risalire alle origini della classe media americana, scoprirono con sorpresa che la transizione dalla disuguaglianza della Gilded Age, l’età dell’oro di fine Ottocento, all’uguaglianza relativa del dopoguerra non era stata una evoluzione graduale. La società middle-class dell’America postbellica era stata creata, nell’arco di soli pochi anni, attraverso l’intervento pubblico”. 
Questo significa che un periodo di enorme disuguaglianza è il naturale prodotto delle forze di mercato, in assenza di qualsiasi intervento perequativo della mano pubblica, mentre l’uguaglianza, e quindi la costituzione di quella classe media che ha fatto da propulsore ai “Trenta gloriosi”, è il prodotto della politica. 
Se la politica, in altre parole, non «tosa», per dirla con le parole di un grande socialista Olof Palme, il capitalismo e non allestisce un sistema di redistribuzione della ricchezza e delle opportunità, non vi è uguaglianza, né si formerà quella classe media senza la quale i consumi restano al palo, la crescita economica ristagna e le repubbliche vacillano.

Categorie: Analisi

Lascia un commento