Trump e la globalizzazione 2

Pubblicato da Redazione il

Appare sempre più evidente come la lettura che Trump fa della globalizzazione e delle sue conseguenze (ora è all’attacco del NAFTA e del Messico) non stia in piedi.
Come ho cercato di dimostrare nei giorni scorsi, l’America è il paese che più si è arricchito dalla globalizzazione. Eppure è proprio dagli USA che arrivano gli attacchi più forti. Perchè? Perchè oltre al problema della ridistribuzione interna di quella ricchezza (il vero problema), c’è anche un problema di statistiche sul commercio internazionale.
Mi spiego. Partiamo da un punto, che cos’è la globalizzazione economica? E’ l’esplosione della fabbrica fordista (quella dove entravano le materie prime ed usciva il prodotto finito, per intenderci) con il conseguente disseminarsi della diverse fasi della produzione a livello globale, in base al principio del vantaggio comparato delle nazioni (Michael Porter). 
Che significa? Significa che le attività, o meglio, quelle fasi della produzione ad alto contenuto di manodopera, in genere, sono andate nei paesi dove il costo della manodopera è più basso, mentre quelle ad alto contenuto tecnologico o di conoscenza nei paesi con una forza lavoro molto specializzata. Per inciso, se le fasi labour-intensive non fossero state delocalizzate, sarebbero state automatizzate.
Prediamo il caso di un iPad. La memoria Flash viene dal Giappone, così il touch-screen, il processore dalla Corea, la fotocamera dalla Germania, altro ancora dagli USA, dove inoltre si concentra tutta la fase di sviluppo, il design, la promozione, le attività legali ed assicurative.
Tutte queste parti vengono inviate in Cina, che le assembla, visto il più basso costo della manodopera. Una volta assemblate vengono spedite negli USA.
Le statistiche ufficiali le considerano esportazioni cinesi verso gli USA, per un valore di 280 dollari (al pezzo); dollari che escono dalle tasche degli Americani, e vanno nelle tasche dei cinesi. Ma solo sulla carta, in realtà quel prodotto non ha quasi nulla di cinese. Infatti, il guadagno cinese (valore aggiunto) è in media su un iPad o iPhone di 10 dollari. In che significa, come al WTO e all’OECD hanno ammesso, che il concetto di “paese di origine” per un prodotto non vale più, non siamo più ai tempi di Ricardo quando l’Inghilterra esportava lana e il Portogallo vino, ma Trump forse non lo sa e bloccando il commercio internazionale non fa altro che indebolire in proporzione maggiore gli Stati Uniti stessi.

In allegato un grafico dell’Economist su costi e ricavi di un iPad.

Categorie: Commenti

Lascia un commento