Sinistra e Popolo

Pubblicato da Redazione il

Ho appena finito di leggere “Sinistra e Popolo” di Luca Ricolfi e devo dire che mi ha deluso un pò. Le critiche alla sinistra sono sacrosante, ma quelle le aveva già dette e meglio in “Perchè siamo antipatici?”. Poi la riflessione sul populismo è abbastanza superficiale, mentre la lettura della globalizzazione, sulla falsa riga di Tremonti, come causa della crisi è del tutto sbagliata.
Ma non è questo il problema. Ciò che delude è il senso di fatalismo che si respira in tutto il libro: l’età dell’oro è finita, ora ritorna l’età del ferro, della violenza e della lotta per la sopravvivenza. Il sogno europeo è morto, il lavoro è finito, le tecnologie ci uccideranno. Ricolfi non solo non riesce a guardare oltre la siepe, ma non immagina, o non vuole immaginare, nemmeno che ci sia qualcosa dietro.
Ora è vero che siamo ad un punto di svolta, il passaggio da un’era tecnologica all’altra. E’ vero che tale passaggio potrebbe, se non si reagisce, produrre conseguenze sociali tali da generare reazioni politiche che potrebbero bloccare l’evoluzione di questo processo, ma il futuro che ci aspetta potrebbe essere, grazie ai vantaggi della scienza e delle tecnica, splendente. 
Se non combiniamo cavolate, potremmo essere agli albori di un nuovo e più ricco e prospero mondo. Per carità, nulla è certo, grossi errori politici potranno farsi, ma al momento è andata meno peggio del previsto.
Sulla rivoluzione tecnologica ho scritto già in passato: i robot creano nuovi posti di lavoro e saranno necessarie nuove competenze. Per far sì che tutti siano messi al passo di questa rivoluzione serve però, come in passato, il braccio visibile dello Stato. Di qui la necessità di una evoluzione dello strumento statuale: nato per fare la guerra (Warfare State), divenuto strumento di assistenza (Welfare State) per le masse che avevano fatto il loro ingresso nella storia, ora dovrebbe trasformarsi in strumento che promuove conoscenza e ricerca scientifica (Knowledge State), le vere leve di benessere e sviluppo.
Quanto al sogno europeo io non credo affatto che sia finito. E la Brexit in questo senso è una benedizione. Infatti, uno degli assi portanti nei secoli della politica estera britannica è stato quello di impedire che il continente europeo fosse dominato da un’unica potenza (di qui le guerre prima contro Napoleone poi contro Hitler) o che i paesi europei si fondessero in un’unica potenza. In sintesi, Londra non ha fatto altro che sabotare costantemente il processo di integrazione ed ha sempre cercato di annacquare le istituzione europee. Il capolavoro in questo senso è stato l’allargamento a Est realizzato da Prodi.
Uscita la Gran Bretagna ora si può rimediare agli errori del passato e l’idea di una Europa a due velocità lanciata dalla Merkel non può che essere accolta con favore.
Le cose dunque stanno andando meglio del previsto: la Le Pen non ha vinto in Francia, Alternative für Deutschland è sparita dai radar in Germania. Quanto all’Italia non mi pronuncio. 
Però attenzione, a me preoccupano molto quelle masse silenziose che in tutta Europa non si recano alle urne (il dato francese è sconcertante). E’ come se, mute e deluse, si limitassero per ora ad osservare. Ci hanno concesso una seconda opportunità, ma il disagio, la paura, la solitudine che i più provano di fronte ai cambiamenti che stanno avvenendo (tecnologico e migratorio) non sono certo sparite con l’elezione di Macron. Ora forse più che mai, il rischio che la loro delusione si trasformi in rancore e il rancore in rabbia è dietro l’angolo. 
Per ora dunque è andata bene. Ma se pensassimo che il pericolo è svanito, e riprendessimo a fare come se fosse tornato il sereno, ci voteremmo al suicidio. Sono infatti convinto che se non riusciremo a risolvere questi problemi, la prossima volta potrebbero apparire personaggi al confronto dei quali la Le Pen sarà un felice ricordo.


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