Postfordismo – 1 –

Pubblicato da Redazione il

C’è una rivoluzione tecnologica che sta arrivando, e cambierà totalmente il mondo come lo conosciamo (anzi già lo sta cambiando). Chi riuscirà a rimanere al passo con questo cambiamento epocale potrà sopravvivere, chi riuscirà a dominare questo cambiamento potrà prosperare. Chi si ferma, invece, è perduto.
La cosa vale per gli individui, ma anche per le nazioni. I paesi che sapranno trasformare il proprio tessuto industriale (manifatturiero da cui dipendono servizi e ricerca scientifica) e tenerlo costantemente al passo con la rivoluzione tecnologica prospereranno, gli altri, anche se di antica industrializzazione, perderanno inesorabilmente posizioni e si impoveriranno.
E’ infatti vero che i robot (oggi e sempre siano benedetti) distruggeranno tanti posti di lavoro a bassa produttività, ma ciò significa un aumento straordinario della produttività e quindi della ricchezza. Pertanto chiudere le porte all’innovazione significa chiudere le porte ad una maggiore ricchezza. 
Ed è qui che si pone il dilemma: come fare per conciliare benessere sociale, progresso scientifico e sviluppo economico?
Ed è qui che interviene, o dovrebbe intervenire, la politica, con:
Politica industriale: fare in modo che l’Italia non perda il passo con quelle industrie del futuro nelle quali siamo indietro (così come fatto con la grande industria di Stato ad alto contenuto di capitale dopo la fine dell’illusione liberoscambista di Cavour).
Politica della ricerca scientifica: finanziando la ricerca in quei settori che la comunità scientifica ritiene più promettenti.
Politica sociale: tutelando chi non ce la fa a stare al passo con i tempi, promuovendo una redistribuzione della ricchezza (progressività della tassazione e stato sociale) e promuovendo l’uguaglianza dei punti di partenza.
Politica dell’istruzione: è il fattore chiave. Se vogliamo che nuovi posti di lavoro vengano creati, così da consentire alle persone di stare al passo con la rivoluzione tecnologica, tutto dipende dalla possibilità che la scuola dia le nuove competenze (non solo conoscenze) richieste e soprattutto dia alle persone gli strumenti per poter governare il cambiamento.
Ed in questo senso la politica universitaria e scolastica degli ultimi anni mi pare sia andata nella direzione opposta, verso una asfittica burocratizzazione del sapere (test Invalsi) ed una cieca specializzazione della ricerca (Anvur, Abilitazione scientifica nazionale, scientificità delle riviste: dove il contenitore conta più del contenuto) nella quale la multidisplinarità è una bestemmia.
Luciano Pellicani spesso ripete che esistono solo i problemi e che le varie specializzazioni (settori disciplinari) non sono altro che degli strumenti necessari a risolvere problemi. Mi sa che noi abbiamo invertito i termini della questione.
Tony Judt ha praticamente teorizzato il primato dell’outsider, di colui cioè che salta da un settore disciplinare all’altro, con il vantaggio di poter guardare da diverse angolazioni ad un problema, acquisire più strumenti e poter contestare vacche sacre e teorie venerate (il che poi è il cuore del metodo scientifico popperiamo).
Per inciso, il mondo dell’insegnamento e dell’apprendimento è esso stesso protagonista di una vera e propria rivoluzione. Chiunque abbia una connessione Internet può ascoltare le lezioni di ogni premio Nobel in giro per il mondo e dei più grandi studiosi di un determinato settore. Presto, inoltre, i progressi della traduzione istantanea elimineranno anche la barriera della lingua. A quel punto se io da casa posso seguire le lezioni dei più grandi luminari del pianeta, perchè devo andare all’università di Roccacannuccia ad ascoltare le lezioni del figlio raccomandato del barone di turno?
Il che presto potrebbe significare aule deserte, professori mediocri a spasso e affittacamere in nero sul lastrico. 
Concludo, è necessario cambiare tante cose e la politica deve avere un ruolo attivo nel promuovere il cambiamento sbirciando nel futuro.
Deve cambiare soprattutto la scuola e l’università eliminando una burocratizzazione del tutto inutile del sapere e la chiusura a compartimenti stagni della ricerca, tenendo a mente che nella gara dell’evoluzione la iper specializzata tigre dai denti a sciabola si è estinta, mentre i topi prosperano da milioni di anni

Categorie: Analisi

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