Paradigmi dominanti

Pubblicato da Redazione il

Nel 1962 Thomas Khun diede alle stampe “La struttura delle rivoluzioni scientifiche”, un libro nel quale sosteneva che la scienza non procede in maniera lineare, ma avanza per caduta ed ascesa di grandi paradigmi dominanti. 
Credo che questa idea possa essere traslata anche in politica, dove nell’ultimo secolo abbiamo avuto l’alternarsi di tre paradigmi dominanti: il liberismo classico di inizio Novecento, il paradigma socialdemocratico, dal New Deal all’avvento di Reagan ed il neoliberismo degli ultimi trent’anni.
Ora, l’ondata di Sanders (la cui sconfitta può essere paragonata a quella di Barry Goldwater) negli USA e di Corbyn in Inghilterra potrebbero segnale l’inizio dell’avvento di un nuovo paradigma, il ritorno cioè ad una nuova versione socialdemocrazia e ad un nuovo ruolo per lo Stato. Del resto nella stessa direzione va il manifesto neo conservatore della May e il (finto) paternalismo di Trump. Una destra sociale e sovranista che ha compreso il mood ma che offre soluzioni (anti-globalizzazione e anti-capitalismo) pessime. 
Ora, ogni paradigma ha i suoi santi e i suoi peccatori, le sue parole d’ordine e i suoi taboo, i suoi eroi e i suoi rinnegati. Per i liberisti, il mercato è la panacea, i ricchi sono prometeo, lo Stato è cerbero e i funzionari pubblici dei sadici aguzzini. Parlare di nazionalizzazione equivale a bestemmiare e fare qualche critica al mercato significa osannare Lenin. 
Ed è forse per questo che in molti sono rimasti a bocca aperta per il grande risultato di Corbyn. Mentana ieri sera non credeva ai suoi occhi. Considerava Corbyn un avanzo delle guerre puniche con idee d’altri tempi, e lo paragonava a Bertinotti. Mentre Mario Sechi strabuzzava gli occhi ogni volta che qualcuno parlava di nazionalizzazioni, gridando allo scandalo nel paese della Thatcher e del liberismo.
La cosa è singolare perchè è indicativa di una visione dogmatica della politica, dove c’è chi ha sempre ragione e chi ha sempre torto, dove ci sono i buoni e i giusti, strumenti validi sempre e comune e vecchi arnesi che nessuno dovrebbe mai usare. Ed invece le cose non stanno così.
Guido Carli professava una visione politica (economica) del tutto laica, dove le varie teorie non sono altro che strumenti che riempiono una cassetta di attrezzi, che vanno usati a seconda delle necessità.
Così i problemi causati dal neoliberismo, l’impoverimento (o la paura di impoverirsi) del ceto medio, che in una democrazia a suffragio universale produce enormi sbandamenti politici, hanno prodotto una seria questione sociale, come del resto è già accaduto in passato. 
Storicamente questa questione sociale è stata risolta in maniera molto efficace con determinati strumenti e cioè l’intervento di una mano pubblica che sostiene chi non ce la fa e crea le condizioni perchè nessuno debba più rimanere indietro. 
Così ha perfettamente senso parlare di nazionalizzazioni se, per fare un esempio, un servizio di cui tanti hanno bisogno, in mano ai privati, si trasforma in un monopolio, dai costi proibitivi che solo pochi si possono permettere. O di servizi pubblici che se gestiti con criteri aziendalistici si trasformano in un salasso per gli utenti: vogliamo parlare dei Freccia Rossa? O vogliamo parlare del superticket sanitario? Degli specialisti che ti danno la precedenza nel pubblico se prima passi nel loro studio privato pagando? Visto che siamo di fronte ad una progressiva privatizzazione della sanità, allora facciamo le cose con chiarezza: tagliamo le convenzioni. Il privato che osanna il mercato viva di solo mercato ed il pubblico faccia il pubblico.
Oltre alle nazionalizzazioni, ci sono ovviamente altri strumenti: le tasse di successione, la progressione fiscale, patrimoniali e tasse sul lusso e cioè strumenti fiscali necessari a procacciarsi quelle risorse che servono a finanziare strumenti istituzionali (scuola pubblica e sanità pubblica), necessari a migliorare la sorte dei più e placare quelle ansie del futuro che alimentano il voto di estremisti ed antidemocratici. 
Parliamo chiaramente: le disuguaglianze e la questione sociale si risolvono solo in due modi: tasse e stato sociale. Il resto è aria fritta.
E’ una politica di classe? Si tratta di far piangere i ricchi? Queste sono sciocchezze: in una società dove i più se la passano male, nel lungo periodo anche i pochi benestanti se la passeranno male.
In conclusione, una data visione politica, il neoliberismo, ha causato più problemi che benefici. Ora, risolvere questi problemi, l’impoverimento economico dei più, con la loro paura di morire di fame e di non poter garantire un futuro migliore a sè e ai propri figli, usando (come Renzi vuol fare) i dogmi del neoliberismo, tagliando le tasse ai ricchi, precarizzando il lavoro e privatizzando la scuola, la sanità ed amputando lo stato sociale, è come provare a svitare una vite a brucola con una chiave inglese: si perdono tempo e voti.

Categorie: Analisi

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