Moro e il compromesso storico

Pubblicato da Redazione il

(16 marzo 2017)

Oggi è l’anniversario del rapimento di Aldo Moro, uno dei più grandi statisti della storia d’Italia.
Sarà un mio pallino, ma credo che qualcosa continui ad essere poco chiaro, non dico riguardo al rapimento e all’attentato, ma alla politica di Moro nei confronti del PCI.
E’ come una stonatura, una sbavatura, un non detto che si coglie benissimo nella statua a lui dedicata a Maglie, suo paese natale, che lo ritrae con l’Unità sottobraccio.
In sintesi, a stonare è l’idea, diffusa dall’intervista postuma di Scalfari, che Moro stesse lavorando per creare le condizioni perché il PCI potesse andare al governo, ed avviare così una processo di alternanza con la DC.
A me una tale idea è sempre sembrata un po’ strana. Moro aveva un culto del ruolo egemonico della DC nel sistema politico italiano. Non solo: è del 1976 il suo urlo a Montecitorio in occasione dello scandalo Lockheed “non ci faremo processare nelle piazze”. Per questo, pensare che Moro stesse lavorando scientemente per indebolire la DC mi pare quasi assurdo.
Detto ciò, indosso per un attimo i panni dello storico e porto qualche elemento concreto.
Nelle sue memorie “Itinerario di un riformista”, Gerardo Chiaromonte scrive: “Agli incontri che ebbero luogo nel periodo precedente il 1976, io non partecipai. Berlinguer vi fu accompagnato da Luciano Barca: ma me ne riferì nei dettagli. Credo che venisse via via facendosi strada, pur se non esplicitamente, l’ipotesi di una fase di passaggio, transitoria ma inevitabile, di un governo di grande coalizione, che consentisse successivamente il libero alternarsi di governi diversi, senza più nessuna limitazione pregiudiziale”.
A questo punto è necessario andare a prendere le memorie di Luciano Barca: “Cronache dall’interno del vertice del PCI”, nelle quali però si legge “Moro non ha mai usato il termine alternanza né negli incontri con Enrico né nelle conversazioni con me, ma si è sempre riferito ad una ‘normalizzazione’ degli gioco democratico”.
Piero Scoppola ha scritto: “Il compromesso storico è la proposta di Berlinguer, ancora legata all’idea di una fuoriuscita dal sistema capitalistico sulla base di un incontro fra le grandi forze popolari cattoliche e comuniste; invece la solidarietà nazionale è la risposta di Moro alle difficoltà e alle incertezze di quella che egli definisce la ‘terza fase’’”.
E che finalità aveva la risposta di Moro? Non lo sappiamo, ma un indizio ce lo dà Richard Gardner, allora ambasciatore americano a Roma, al quale Moro spiega come la sua idea di una apertura al PCI con i governi di solidarietà nazionale era parte di una “strategia del logoramento”, che tendeva “a creare un clima elettorale in cui il PCI avrebbe subito una pesante sconfitta e la DC una netta vittoria. Il trucco stava nel trovare un modo per tenere il PCI in una maggioranza parlamentare senza farlo entrare nel Consiglio dei ministri”. Il che significava costringerlo a votare le misure economiche restrittive del governo Andreotti senza poter incidere in nulla a livello politico.
Nel 1979 Berlinguer si accorge della trappola e porta il PCI fuori dall’area di governo al fine di “salvaguardare l’autonomia, le caratteristiche, la funzione e l’avvenire del partito dal rischio di un tracollo o di uno snaturamento”. 
Forse era troppo tardi. Il PCI non ritornerà mai più al governo e non otterrà mai più i risultati elettorali del giugno del 1976.

Categorie: Analisi

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