Marx e Bernstein

Pubblicato da Redazione il

Nell’ultimo post che ho scritto, quello contro il neo pauperismo, in un passaggio ho fatto riferimento a Marx. Non l’avessi mai fatto. In privato ed anche al telefono mi son piovute addosso un bel pò di critiche. In breve, avrei dimenticato che Marx è stato confutato da Bernstein e che il “sistema marxiano” è determinista o non è.
Ebbene, io non condivido nessuna delle due affermazioni.
Andando all’osso. La tesi di Marx è che nel sistema di produzione capitalistico vi siano delle contraddizioni tali che lo porteranno al crollo. Il capitalismo, in altre parole, produce una polarizzazione economica e sociale tale, con pochi ricchi da una parte e tanti poveri dall’altro, che ad un certo punto i più si ribellano e accoppano i meno.
Bernstein al contrario dice che il capitalismo non produce polarizzazione sociale e quindi lo sfaldamento del ceto medio, anzi le condizioni dei lavoratori migliorano.
Ora, se uno guarda alla storia degli ultimi duecento anni, con gli straordinari progressi che sono sotto gli occhi di tutti, potrebbe pensare che Bernsterin ha ragione, ma egli dimentica di dire che questo miglioramento non è il naturale prodotto delle forze di mercato, ma si verifica perchè le leghe operaie, i partiti dei lavoratori, in altre parole un pezzo della società reagì anche duramente al peggioramento delle proprie condizioni, imponendo una umanizzazione del capitalismo; imponendo, cioè, al capitalismo i diritti sociali: «è vero che – scrive Tawney – in Inghilterra, dove tre generazioni di sindacalismo e di interventi statali sono riusciti in parte a domarlo, l’esercizio del potere economico è, in tempi ordinari, meno tirannico di una volta». 
Crossman nei Nuovi saggi fabiani scrive che lo Stato sociale, e di conseguenza i diritti sociali, non sono altro che «l’adattamento del capitalismo alle richieste del sindacato moderno». E Polanyi, scrive, a proposito del principio del mercato autoregolato, che «la società umana sarebbe stata annientata se non fossero esistite delle contromisure protettive che attutivano l’azione di questo meccanismo autodistruttivo». 
Dunque, se tale reazione non si fosse avuta e le logiche della produzione e della libera concorrenza avessero potuto operare indisturbate, le sorti delle masse lavoratrici sarebbero peggiorate, così come previsto da Marx.
Ora qualcuno potrebbe dire: “Poco male, resta il fatto che il sistema marxiano è determinista (le condizioni devi lavoratori devono necessariamente peggiorare), pertanto il fatto che ci sia stato un miglioramento comunque confuta Marx”.
E vediamo allora il secondo punto. Siamo proprio sicuri che Marx sia un determinista? Un primo indizio. 
Se uno si mette a leggere “Il capitale” si accorge che è anche il racconto di lotte sindacali ed operaie andate a buon fine, lotte cioè che si sono tradotte in un miglioramento delle condizioni di lavoro. Non a caso Claudio Treves scriveva: «il marxismo è l’inchiesta permanente sul funzionamento intrinseco dell’economia ed “Il capitale”, nel suo contenuto di osservazione, non è altro che la somma di tutte le inchieste del Parlamento inglese». Ma non basta.
Ad un certo punto Marx scrive: «Il capitale che offre tanti “validi motivi” per negare le sofferenze della generazione di operai che gli stanno attorno, non si lascia influenzare nel suo reale svolgimento dalla prospettiva di un futuro imputridimento dell’umanità e quindi di un inevitabile spopolamento, né più né meno di quanto si lascia influenzare dalla possibilità della caduta della terra sul sole. Ognuno sa bene, in ogni losco affare che specula sulle azioni, che primo poi la tempesta dovrà scoppiare, ma ognuno spera che il fulmine si abbatte sulla capo dello suo prossimo, e non prima che egli abbia potuto raccogliere la pioggia d’oro e portarla al sicuro. Après moi le déluge! è la massima di ogni capitalista e di ogni nazione capitalistica. Per questo al capitale poco importa la salute e la durata della vita dell’operaio, A MENO CHE non sia obbligato dalla società a porvi attenzione».
In conclusione, la crisi sociale che l’Occidente sta vivendo è la dimostrazione che il mercato lasciato a sè stesso produce quella stessa polarizzazione sociale, con conseguente sfaldamento del ceto medio, di cui parlava Marx. 
Il che significa che Marx aveva ragione e Benstein torto. 
Ma c’è di più: quel “A MENO CHE” spazza via l’ombra del determinismo e dice che quelle logiche del capitalismo che sono incompatibili con il benessere della società e della democrazia devono e possono essere riformate, senza fare rivoluzioni e palingenesi.
Chiudo: invece di perderci nelle fumisterie di società liquide alla Bauman, di decrescite felici, di ambientalisti ideologici, di post moderni un tanto al chilo, di pauperisti con i portafogli degli altri, sarebbe il caso di ritornare a leggere il vecchio barbuto di Treviri, visto che ci azzecca sicuramente di più dei suddetti.

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