Le svalutazioni competitive

Pubblicato da Redazione il

Per iniziare duue cose in pillole. La prima: per svalutazione competitiva si intende la manipolazione del cambio, una cosa proibita a livello internazionale. Per dire… gli Stati Uniti, qualora il Tesoro accusi formalmente un Stato di manipolare il proprio cambio (“currency manipulation”) e così di danneggiare i partner commerciali, prevedono l’imposizione di sanzioni.
La seconda: la moneta è prima di tutto una questione politica, attiene al rapporto di fiducia tra i cittadini e l’insieme delle strutture pubbliche e quando uno Stato si mette a giocare con la moneta di solito rompe questo rapporto di fiducia e produce disastri.
Detto questo, la questione di fondo è che le svalutazioni competitive, che sono state fatte in passato, hanno danneggiato questo paese. Altro che mano santa! Mi spiego con qualche esempio. 
Mettiamo che io produco cose dove incide molto il costo della manodopera non specializzata, non so… assemblare biciclette. Negli anni, grazie alla contrattazione sindacale (sottolineo grazie) il costo della manodopera sale. L’aumento del costo della manodopera si scarica sul costo finale così che il profitto dell’imprenditore non viene intaccato. Quindi la competitività delle mie biciclette sui mercati internazionali scende perché il loro prezzo è aumentato.
Ecco che interviene la svalutazione competitiva. Svaluto la moneta, così per il consumatore estero diviene più conveniente comprare la mia bicicletta anche se il costo della manodopera è aumentato.
In sintesi, grazia alla svalutazione del cambio, la mia bicicletta mantiene un prezzo competitivo anche se ho dovuto aumentare il salario ai miei dipendenti.
Nello sport questo si chiama doping o è come se un atleta facesse la maratona in motorino solo perché non si è allenato ed ha preso qualche chilo.
In una situazione normale sarebbe successo che l’aumento dei salari avrebbe spinto l’imprenditore a spostarsi sulla produzione di beni a più alto valore aggiunto o tecnologicamente più sofisticati, avrebbero iniziato a finanziare la ricerca scientifica e a richiedere tecnici sempre più specializzati. Le università avrebbero iniziato a formare giovani sempre più specializzati e gradualmente un intero popolo avrebbe scalato la catena del valore, e invece di fare biciclette ci saremmo messi a fare aerei, astronavi e sperimentare prodotti nuovi: ad esempio la produzione di software nuovi è un attività ad alto contenuto di “mente-opera” specializzata.
In Italia tutto questo non è successo anche a causa delle svalutazioni competitive e quando altri paesi hanno iniziato a fare anche loro biciclette, le industrie nazionali che non avevano investito in innovazione sono rimaste al palo.
In conclusione, a causa delle svalutazioni competitive degli anni ’70 e ’80 l’Italia si è progressivamente spostata su settori a minore contenuto tecnologico e minore valore aggiunto, che sono quelli più esposti dalla concorrenza internazionale dei paesi emergenti.
Tutto questo per dire che abbandonare l’euro per poter ritornare a farci del male con le svalutazioni competitive è pura follia.

Dunque, le svalutazione competitive hanno fatto sì che il nostro paese si spostasse su produzioni a basso contenuto tecnologico e basso valore aggiunto. Che senso aveva investire in innovazione se la competitività sui mercati internazionali di prodotti tecnologicamente maturi era garantita dalla manipolazione del cambio?
Ma le cose non finiscono qui. Aderendo ad un sistema monetario europeo, abbiamo dovuto smetterla di fare i furbi manipolando il cambio.
A quel punto le svalutazioni competitive non potevamo più farle, ci ritrovavamo a fare prodotti vecchi, che i paesi emergenti avevano imparato a fare a costi più bassi, e non disponevamo di prodotti tecnologicamente nuovi e ad alto valore aggiunto perché, giocando con il cambio, avevamo scelto di non fare innovazione.
Che cosa restava da far per poter rimanere competitivi in fasce di produzione a tecnologia matura e a basso valore aggiunto? Semplice o le imprese andavano all’estero a cercare posti dove il costo del lavoro era più basso (le delocalizzazioni in Romania e in Cina) oppure chiedere alla politica di ridurre il costo del lavoro in Italia, iniziando così una folle corsa verso il basso per competere con la manodopera cinese. Di qui la continua svalutazione del costo del lavoro e la compressione continua dei diritti dei lavoratori. Risultato? La perdita del 25% della capacità industriale di questo paese e il crollo della domanda interna.
Se le cose stanno così, è evidente che le colpe non sono dell’euro (che anzi ci ha imposto un comportamento virtuoso) ma dell’assenza per un trentennio di una seria programmazione economica e lungimirante politica scientifica e tecnologica, sia da parte del privato che del pubblico, che si sono accontentati di raccogliere i frutti sempre più scarsi che comparivano nel breve periodo. Era necessario che la mano pubblica attraverso la leva dell’istruzione e dei finanziamenti in ricerca scientifica e tecnologica togliesse un intero paese dai settori che ormai altri facevamo meglio di noi. Ma non è stato fatto.
Tutto ciò significa che se anche (e che dio ce ne scampi) dovessimo abbandonare l’euro e ritornare alla lira, non risolveremmo uno solo di questi problemi, anzi li vedremmo moltiplicarsi. La soluzione sta invece nel riprendere a ragionare in termini di programmazione economica, industriale, scientifica e tecnologica, insieme al sindacato, alla scuola e all’Università.

Categorie: Analisi

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