Le colpe della politica

Pubblicato da Redazione il

Ieri si è fatto un ragionamento e cioè che il mercato produce naturalmente ricchezze delle meraviglie e disuguaglianze crescenti. Il che vuol dire che il frutto delle disuguaglianze che oggi spaccano il paese sono il naturale prodotto dell’azione delle forze di mercato. Se così stanno le cose allora la colpa non è del mercato, che per natura produce quelle disuguaglianza, ma della politica che a quelle disuguaglianze avrebbe dovuto porre rimedio.
Se così stanno le cose, allora è sbagliato dire che la crisi attuale è frutto del fallimento del mercato ed è tutta colpa della globalizzazione. Al contrario, la crisi è il frutto del fallimento di una precisa visione politica, nella quale il mercato è onnisciente ed onnipotente; lo Stato è, nella migliore delle ipotesi, ottuso; i sindacati immorali, in quanto disturbano l’armonia delle leggi di mercato, e i ricchi sono i novelli prometeo, i quali grazie alla loro avidità privata regalano al mondo nuovi ere di progresso.
In sintesi, la colpa della crisi non è del mercato, ma della politica che non ha curato gli effetti sociali della libera concorrenza; né è colpa della globalizzazione, che ha anzi prodotto ricchezza ovunque, ma è colpa della politica che non ha lavorato per creare nei paesi sviluppati nuovi vantaggi comparati (l’esempio delle biciclette ed astronavi che faccio di solito).
In questi anni la politica ha abdicato dal suo ruolo che è quello di immaginare in qualche modo il futuro e creare le condizioni generali perché ciascuno possa perseguire liberamente la propria strada. La politica in questi anni si è anzi imposta un ruolo ancillare, rispetto al mercato, nella convinzione che il mercato potesse produrre sia ricchezza (il che è vero) che benessere per tutti (il che si è dimostrato falso). Questa convinzione ha creato una crisi sociale, che a sua volta ha creato una crisi economica. La questione sociale non risolta, anzi esacerbata dalla crisi economica, si sta ora trasferendo a livello politico con l’affermarsi dei partiti populisti, che minacciano le architetture istituzionali liberali che hanno prodotto il miracolo occidentale.
Non a caso, tutti questi movimenti populisti – da Trump alla Le Pen, da Salvini a Grillo – si dicono sovranisti, quindi contrari alla globalizzazione, quindi contrari al libero mercato e ai liberi commerci. Ma così facendo, non solo non risolveranno il problema, ma produrranno danni sia politici che economici, visti i benefici planetari prodotti dalla globalizzazione sia a livello economico (milioni di persone sono uscite dalla povertà), sia politico (la pace tra le grandi potenze legate dai commerci).
In conclusione, a fallire è stata la politica e mettersi a fare agli anti-capitalisti o i No-Global non serve a nulla. Si fa anzi lo stesso errore degli integralisti di mercato.
Compito di una politica con la testa sulle spalle è anzi tutelare il mercato e la globalizzazione, ma nel contempo intervenire a sostegno di chi non ce la fa, produrre quei beni pubblici che il mercato non sa produrre (ricerca scientifica, sicurezza, salute, istruzione per tutti) e garantire la più ampia uguaglianza delle opportunità.

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