La scomparsa del sud

Pubblicato da Redazione il

La scomparsa del Sud dal dibattito politico è cosa putroppo nota. Ma a volte si dimentica che è scomparso anche il dibattito sociale ed economico sulle cose da fare per lo sviluppo del Sud. Il che significa anche l’abbandondo del pensiero dei grandi meridionalisti, da Giustino Fortunato a Salvemini, da Francesco Saverio Nitti a Guido Dorso; di grandi riviste come “Cronache Meridionali” di Mario Alicata, Giorgio Amendola e Francesco de Martino o “Nord e Sud” di Francesco Compagna.
C’era tutto un mondo, fatto di politici colti ed intellettuali impegnati, che rifletteva sul Mezzogiorno come questione nazionale, come via cioè per il rilancio dell’intero paese e non in chiave grettamente localistica o come battaglia campanilistica, e che con forza contestava mode vuote o idee grossolane, pericolose ed inutili, che invece ora prosperano indisturbate: si pensi agli attacchi di Nitti contro l’idea di una Brindisi porta d’Oriente o di una Napoli regina del Mediterraneo; o gli attacchi di Giorgio Amendola contro la mitizzazione della civiltà contadina.
Di queste cose abbiamo parlato ad Ogliastro Cilento sabato sera e della necessità di utilizzare vecchie idee per fare cose nuove. 
Ritorniamo a Nitti, e invece delle industrie della seconda rivoluzione industriale (chimica, siderurgia) creiamo nel Mezzogiorno, con la leva pubblica, le industrie delle nuove rivoluzioni industriali che stiamo vivendo.
È l’idea di un intervento pubblico teso a creare a Sud dei nuovi fattori di competitività, necessari ad invertire la storia creando distretti della ricerca scientifica, poli dell’innovazione, parchi high-tech in grado di produrre quelle conoscenze che sono il vero motore della crescita economica e della competitività internazionale di un paese ora che le braccia saranno sostituite dai robot. 
Da meridionale, e orgoglioso di esserlo, a me irrita l’idea di un Sud che fa da villaggio Alpitour ai cittadini ricchi di un Nord che contribuscono loro sì allo sviluppo della modernità; a me irrita tutta la retorica sul turismo come vero grande motore di sviluppo. Un territorio così vasto? Così popoloso? Così giovane? A me irrita l’idea di un Sud che campa solo vendendo prodotti tipici, che tipicamente canta, balla e resta fermo come in un museo e che mostra, per racimolare qualche lira, lo squallore di una civiltà contadina che era tutto tranne che idilliaca. 
Sarà sicuramente colpa della mia poca lungimiranza, ma trovo scandaloso che i Sassi di Matera siano considerati qualcosa di bello. Sono una vergogna nazionale e andrebbero rasi al suolo. Dicono di miseria, disperazione, mortalità infantile da paese africano, di fame e di emigrazione. Sono uno scandalo, altro che cultura e raffinatezza. 
Basta dunque con l’inganno di un Sud piattaforma logistica del Mediterraneo delle merci cinesi (i porti saranno robotizzati e automatizzati), di un Sud Florida d’Europa, di un Sud di prodotti tipici a bassissimo valore aggiunto. Pensiamo a cose serie.
Tecnologia e tutela ambientale, ricerca scientifica ed innovazione tecnologica, nuove industrie e distretti high-tech; università e centri di ricerca.
Facciamo in modo che le giovani menti, la vera grande ricchezza di un territorio, che son dovute andar via (emigrare sarebbe più corretto dire) possano ritornare; sviluppiamoci da soli, senza aspettare meganavi cinesi o ricchi turisti europei; facciamo che siano le menti dei giovani meridionali il motore della crescita economia e del progresso civile del Sud; facciamo in modo che le genti del Sud possano vivere orgogliosamente il proprio tempo, e dare il loro contributo alla modernità e allo sviluppo del paese senza dover essere costretti a scegliere tra vassoio e valigia.

Categorie: Analisi

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