La globalizzazione non ha colpe

Pubblicato da Redazione il

La minaccia di Trump di imporre sanzioni alla Toyota è un brutto segnale. Significa, che, come accaduto per l’Inghilterra negli anni Trenta, il centro del sistema si sta chiudendo, il che potrebbe provocare una reazione a catena e la creazione, come nel passato, di blocchi economici che poi diventano blocchi politici e militari in competizione tra loro. 
E’ per impedire che quel passato ritornasse che è stato istituzionalizzato un sistema di liberi commerci (GATT-WTO-FMI-BM) che legassero i popoli (in nome di Montesquieu) e impedissero il formarsi di quei blocchi che sono l’anticamera della guerra (si veda lo splendido “Dopo la vittoria” di John Ikenberry).
La reazione di Trump del resto è il frutto di una analisi sbagliata: non è la globalizzazione che ha impoverito il ceto medio. In questo senso è a dir poco sconcertante che Zuckerberg voglia andare in giro per gli USA a capire perchè la globalizzazione non ha funzionato, basterebbe leggere “La coscienza di un liberal” di Paul Krugman per capirlo o “La fine del lavoro” di di Rifkin che è del 1995 o anche “La dittatura del capitalismo” di Luttwak che è del 1999.
Altrettanto sconcertante è vedere come il ceto politico italiano, in genere particolarmente allergico alle questioni di politica internazionale, sia tutto preso ora a riflettere sui guasti della globalizzazione (un dibattito iniziato in giro per il mondo a metà degli anni ’90).
Se un operaio cinese riesce ad assemblare una bicicletta bene quanto un operaio italiano, la colpa non è delle globalizzazione. La colpa è dello Stato e della società tutta italiana che hanno fatto sì che un ragazzo italiano si sia messo ad assemblare biciclette e non sia diventato un ingegnere che progetta astronavi, o un biologo che progetta la stampante 3D della frutta. E via inventando.
La ricetta di Trump è sbagliata perchè impone di riportare negli USA posti di lavoro del XIX secolo, che in un giorno possono essere sostituiti con robot (si veda il caso della Foxconn in Cina).
Per concludere, la chiusura del mercato non servirà a produrre un solo posto di lavoro decente, ma è quasi certo che avrà conseguenze economiche e politiche disastrose. 
La sfida è andare avanti, spostando nel lungo periodo, con l’aiuto e il sostegno della mano pubblica (reddito di cittadinanza, scuola pubblica, finanziamento della ricerca) un intero popolo verso occupazioni ad alto contenuto di conoscenza.
Mia nonna era considerata dai suoi un’intellettuale perchè aveva la quinta elementare. Poi il traguardo divenne il diploma. Poi la laurea fu il segno di riscatto per l’Italia del dopoguerra. Ora siamo il fanalino di coda per numero di laureati a livello europeo e le iscrizioni all’università stanno calando. Stiamo ritornando sugli alberi, mentre io sogno un intero popolo che, come titolo di studio minimo, abbia almeno un dottorato di ricerca.

Ps. In Italia oggi mi pare un miracolo che ci siano ancora dei giovani che decidono di iscriversi in materie scientifiche. Se ciò ancora accade forse il merito è anche un pò di Piero Angela che, per il lavoro fatto in solitaria, si meriterebbe un monumento.

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