Il paradosso della crescita

Pubblicato da Redazione il

Il fatto che ogni produttore sia al contempo un consumatore mi pare una cosa chiarissima. Produttore/lavoratore e consumatore sono dunque la stessa persona. Altrettanto mi pare chiaro che la crescita economica sia in massima parte il frutto dei consumi. Ora se il produttore se la passa male, come può il consumatore spendere e spandere?

Perchè il produttore se la passa male? O perchè non ha la certezza di un reddito o perchè il reddito che ha non gli basta o perchè nel futuro vede nero.

Liberalizzazioni, investimenti in infrastrutture, usare il peso politico per far vincere contratti e commesse alle nostre imprese all’estero, aggredire i mercati internazionali, attirare gli investimenti esteri: tutto utile per carità, ad eccezione dei danni che il mercantilismo può creare sul sistema internazionale. Tuttavia se non si parte da quei tre mali del produttore/consumatore è difficile che ci sia davvero crescita.

Dunque come fare? Ricostruire una rete di diritti intorno al lavoro, che garantiscano redditi dignitosi (e questo non significa il posto fisso) e ridare fiducia nel futuro. Sia chiaro, non basta urlare ai quattro venti che la crisi è finita o ripetere ostinatamente Tout va très bien madame la Marquise. In altre parole, non si tratta solo, per dirla con Keynes, di modificare le aspettative future, si tratta di restituire la certezza di poter controllare il futuro, di non aver paura dei giorni che verranno: la certezza di un aiuto contro la malasorte e di un supporto per poter assicurare un futuro decente ai proprio figli e alla propria vecchiaia. Come? Assicurando diritti sociali: assistenza, sanità pubblica, istruzione pubblica, pensioni.

Ipotizziamo pure che la ricchezza aumenti nel paese o grazie alle esportazioni o grazie agli investimenti internazionali: aumenteranno allora i consumi? Non è detto. Infatti non è detto che una maggiore ricchezza dovuta alle esportazioni o a nuovi investimenti vada anche nelle tasche dei più: senza una maglia di diritti la ricchezza scivola nelle mani di pochi. Ma mettiamo pure che per un qualche meccanismo imprevisto aumentino anche i redditi dei produttori. Con più soldi in tasca è possibile che il produttore/lavoratore consumi di più? Anche in questo caso non è detto: se il futuro continua ad apparire nero per sé e per i propri figli aumenteranno i risparmi ma non i consumi.

In conclusione, bisognerebbe ragionare per paradossi, visto che è l’equità e la sicurezza che generano la crescita economica, e non il contrario. Se vogliamo aspettare che, come una piena del Nilo, la crescita venga ad inondare e arricchire i campi, per poter poi redistribuire la ricchezza si corre il rischio di una lunga e vana attesa. In altre parole, non arriverà nessuna crescita se prima non si ristrutturano e potenziano i diritti del lavoro e la sicurezza sociale. Solo allora, paradossalmente e magicamente, la crescita farà la sua apparizione. Se così stanno le cose, non ha molto senso pensare ad una “fase 1” di messa in ordine dei conti pubblici (austerity), con l’aggravante dell’erosione dei diritti e sperare in una “fase 2” di crescita. L’austerity si mangia la crescita e la recessione continuerà ad avvitarsi su se stessa.

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