Globalizzazione cinese?

Pubblicato da Redazione il

Si fa un gran parlare in questi giorni di globalizzazione cinese (francamente non so cosa sia anche se sono quindici anni che mi occupo di Cina) e della nuova via della seta che dovrebbe portarci ricchezza e sviluppo.
Al di là della sudditanza economica ingiustificata che un tale atteggiamento rivela (la crescita si ha soprattutto con la ricerca e lo sviluppo, non facendo da ponte di attracco della navi cinesi), io ho il sospetto che tutta questa storia della via della seta sia ormai una grande bolla di sapone.
Andiamo per ordine. Che cos’è la nuova via della seta? E’ un progetto economico (sostituire i consumatori americani, con quelli eurasiatici) ed un progetto politico (creare un ordine sinocentrico di livello continentale).
Vediamo prima l’aspetto economico. Qualche giorno fa parlavo del reshoring. Se non ha più senso andare a delocalizzare in Cina le fasi labour-intensive, ma è anzi più conveniente riportarle nei paesi sviluppati per farle fare ai robot, mi spiegate quali merci dovrebbero passare per la nuova via della seta? 
Ci potranno passare le merci europee, fatte dai robot, che andranno verso la Cina, ma son convinto che quando il flusso del commercio si invertirà la Cina abbandonerà il libero scambio e diventerà protezionista. 
Ora, sei i robot sostituiranno le braccia cinesi, allora la fase di una Cina grande manifattura dell’Occidente è al tramonto. Anzi, come sostengo da anni, se Pechino non risolve la trappola del reddito medio, in futuro avremo il problema di avere a che fare con una Cina in declino.
Come si risolve la trappola del reddito medio? Semplice, scalando la catena del valore, grazie alla ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica, abbandonando così le fasi ad alto contenuto di manodopera e a basso valore aggiunto, spostandosi verso le fasi ad alto contenuto di mente-opera e valore aggiunto.
Cosa che al momento in Cina non riescono a fare. Oggi Pechino non riesce a sviluppare ricerca scientifica ed innovazione tecnologica in proprio, ecco perchè la acquista, attraverso gli investimenti diretti, nei paesi sviluppati, Europa in particolare (gli USA hanno quasi chiuso le porte). La acquista o la “prende in prestito” senza chiedere il permesso.
“Sbagliato” – potrebbe dire qualcuno – “la Cina è ai vertici della classifica dei paesi che producono brevetti”.
E qui casca l’asino: c’è un elemento essenziale di cui tener conto. Il governo ha disposto incentivi finanziari alla registrazione di brevetti, indipendentemente dalla qualità di questi ultimi. Nell’assegnazione degli incarichi accademici viene considerato il numero di brevetti registrati, e gli impiegati dell’ufficio brevetti che concedono molte registrazioni ricevono dei bonus. Per le imprese che registrano molti brevetti, inoltre, le tasse sui profitti sono più basse e le probabilità di ottenere commesse dalla Stato più alte. Chiaro no?
Veniamo all’aspetto politico. La Cina non ha soft power, non sta creando un ordine regionale inclusivo e multilaterale e, per dirla con Luttwak, è affetta da “autismo da grande potenza”, in sostanza soffre di egoismo. Ciò significa che l’ascendete cinese sui paesi della regione è di natura esclusivamente economica. Quindi se la macchina economica si inceppa, anche il progetto di egemonia politica crolla.
Attenzione dunque e non fantasticare troppo di favoleggianti vie della seta, e di scorciatoie cinesi per accelerare lo sviluppo dell’Italia e dell’Europa. Il sogno di un motore cinese per l’Eurasia potrebbe svanire presto, come una bolla di sapone.

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