Finanza pubblica e populismo

Pubblicato da Redazione il

In Italia negli anni Novanta è successo qualcosa di strano: due fenomeni distinti e separati si sono intrecciati improriamente, quasi fusi. Una fusione che ancora oggi ci condiziona profondamente.
Da una parte la crisi della politica, accusata di aver finanziato illecitamente i partiti con le tangenti. Dall’altra, con il governo Amato, emerge la crisi della finanza pubblica, esplode cioè il caso del nostro mastodontico debito pubblico.
Nell’opinione pubblica la connessione tra i due fenomeni è presto fatta. Una classe politica corrotta ha saccheggiato le casse delle Stato, così i cittadini (si ricorderà il prelievo forzoso sui conti correnti del 6 per mille) sono costretti a pagare per le malefatte dei politici.
Ecco, in sintesi, come nasce l’idea (sbagliata) che la causa del debito italiano sia dovuta alla corruzione di un pugno di uomini politici.
Inoltre, secondo me, è qui che va individuata una delle sorgenti di quel “giustizialismo di massa”, di quel sentimento di anti-politica che nei decenni successivi ha inquinato tutta la via politica italiana da destra a sinistra. 
Berlusconi riceve una spinta straordinaria dal suo presentarsi come “uomo nuovo” estraneo al “teatrino della politica”. Stessa cosa per la Lega Nord per la quale Roma, vale a dire il cuore della classe politica, è ladrona per definizione; per non dire dei cappi lasciati penzolare in aula. Ed anche a sinistra, nell’insistenza con sui si batteva sulla moralizzazione della cosa pubblica c’è al fondo un sentimento di anti-politica. È anche da qui che nasce il ventennio della politica del “vergogna!”.
Ovviamente questo meccanismo si è ripetuto, elevato a potenza, a seguito della crisi dei debiti sovrani e delle conseguenti misure di austerity, che, sull’onda di un nuovo giustizialismo di massa e in nome di una nuova ondata di moralizzazione collettiva, ha portato alla nascita del Movimento Cinque Stelle. La storia (sbagliata) è la stessa: siamo costretti a tiare la cinghia perchè i politici si sono rubati tutto.
Ora, tutto questo castello crolla se si considera che la causa del nostro debito pubblico non è certo la corruzione dovuta al finanziamento illecito dei partiti. Vale la pena ripeterlo: la corruzione della politica (se anche c’è stata) non è all’origine del nostro debito pubblico. Le cause sono di natura istituzionale e non contingente. Le accenno soltanto.
Il debito aumenta come conseguenza dei due shock petroliferi degli anni ’70; come conseguenza del divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia; come conseguenza dell’entrata a regime delle Regioni ed infine come conseguenza di entrate che non crescono al crescere della spesa.
Continuare a raccontarci la favoletta dei quattro politici che ci hanno derubato di tutto, e che ora si ingozzano con i nostri soldi ha indubbiamente una enorme funzione consolatoria, quasi catartica (noi siamo il bene, loro sono il male). E’ una spiegazione semplice ed offre una soluzione ancora più semplice: la palingenesi. Mandare tutti a casa, fare tabula rasa e affidarsi all’eroe senza macchia.
La favoletta, è semplice, chiara, consolatoria. Ma le favolette servono a far dormire sonni tranquilli ai bambini e non a risolvere i problemi reali di sessanta milioni di italiani.

Categorie: Analisi

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