Craxi il tedesco

Pubblicato da Redazione il

Stamattina stavo sfogliando il libro di Luigi Musella dedicato a Bettino Craxi e mi è andato l’occhio su quello che mi pare un errore, a mio avviso grave, che l’autore fa. Nel capitolo intitolato “Da ‘energie nuove’ a Sesto San Giovanni”, l’autore scrive che “Craxi in federazione iniziò a condurre la vita del funzionario di partito, rivelandosi un efficientista un po’ rigido, tanto da venir soprannominato ‘il tedesco’” (pp. 23-24)
Le cose non mi pare stiano così e a dircelo in più occasioni è lo stesso Craxi. Al Congresso Nazionale di Bari del 1991 pronuncia queste parole: “Molti di noi siamo stati, in tanti momenti della nostra carriere politica, relegati nel ghetto degli eretici e degli appestati. Mi sono venute alla mente molte cose, come quando ci definivano «tedesco» o «tedeschi», al servizio della SPD”. Sull’ «Avanti!» il 25 luglio 1990 scrive che negli anni Settanta era chiamato il tedesco perchè “al servizio anzi al soldo della SPD”. E’ chiaro dunque che lo stacanovismo non c’entra nulla.
Ma perchè la SPD? Facile: per la famosa svolta del 1959 nella quale, ed è questo il suo tratto essenziale, per la prima volta nella storia della sinistra europea qualcuno fa pace con il mercato. “L’economia totalitaria – si legge nel documento conclusivo – annienta la libertà. Per questo motivo il Partito socialdemocratico tedesco approva la libera economia di mercato ovunque esista effettivamente la concorrenza”.
Per inciso si noti che in Italia una svolta come quella tedesca c’era già stata nel ’47 con l’approvazione dell’articolo 41 della Costituzione nel quale si riconosce la libera impresa che però non “può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. 
Tuttavia, la svolta italiana resterà sulla carta, dato che la meta della fuoriuscita dal capitalismo resterà il punto fermo del PCI, del PSI e finanche del PSDI di Saragat.
In Italia è Craxi il primo uomo nella storia della sinistra a cercare una conciliazione, secondo il dettato costituzionale, con il mercato. Infatti, in precedenza le differenze tra massimalisti e riformisti, come giustamente sottolinea Domenico Settembrini, altro non erano che differenze sui mezzi, ma mai sul fine, che restava quello dell’abbattimento del capitalismo. 
Nel maggio del 1968 su «L’Azione Socialista» scrive «socialismo e libertà sono un tutt’uno e taluni grandi valori del liberalismo possono trovare solo nel socialismo il loro completamento e la loro attuazione nella società di oggi».
Nel corso del Comitato Centrale del 1976, Craxi incardina la visione del partito su due pilastri, il pluralismo politico con “almeno due forze o due schieramenti alternativi” e il pluralismo economico: “se è chiaro che come socialisti non possiamo accettare la logica del mercato autoregolato come fanno i liberali e, in genere, le forze sociali che si identificano senza riserve di fondo con il capitalismo, deve essere altrettanto chiaro che senza una struttura policentrica della vita economica non vi può essere pluralismo neppure politico. Il controllo monopolistico dei mezzi di produzione porta al potere totale”. Martelli scriverà che fu in quella occasione che si fece la “pace ideologica e pratica con il mercato”. 
Ma attenzione a non commettere l’errore di pensare che Craxi abbia imposto una svolta in senso neoliberista alla sinistra come ha fatto Renzi o Blair. 
Sempre nel corso del Comitato Centrale su menzionato Craxi scrive: “La differenza sostanziale tra la mentalità liberale (…) e la mentalità socialista, è che la prima è daltonica rispetto alle disarmonie della società, agli squilibri di ricchezze e di potere, a tutto ciò che implica sfruttamento e mercificazione degli uomini. Il liberalismo parte dal presupposto che le scelte individuali si armonizzano spontaneamente e che tutte contribuiscono naturalmente quasi per una segreta armonia provvidenziale a realizzare il massimo interesse comune. E’ proprio questo presupposto che il socialismo ha messo in discussione, di qui la nostra critica alla logica spontanea del mercato autoregolato che produce squilibri alienazione e atomizzazione del tessuto sociale”. 
A più riprese inoltre Craxi sottolinea la «miopia delle forze di mercato» e denuncia l’avvento – come lo definisce nel 1991 – di un «capitalismo selvaggio, senza regole e senza principi morali», «avverso a qualsiasi intervento pubblico che potesse intralciarne il passo». Una avversione di cui Craxi già nel 1983 prospettava chiaramente le conseguenze: «ogni persona di buon senso sa […] che l’assenza di adeguate politiche economiche premia automaticamente i più forti, e tra i più forti i fortissimi, secondo un corso che non risulterebbe alla fine né virtuoso per l’economia né vantaggioso per uno sviluppo giusto ed equilibrato dell’intera collettività nazionale». 
Altro che le banali filastrocche dei liberisti sulla ricchezza che sgocciola verso il basso, sulla marea che solleva tutte le barche e sulle disuguaglianze che generano progresso: «i pochi, detentori di molto – le parole sono ancora di Craxi – sono espressioni di società antiquate, paleocapitaliste, oligarchiche e fortemente discriminatrici, ed oggi anche antieconomiche.»
A Parigi, nel 1987 afferma: «È in atto una trasformazione nelle nostre società che non può e non deve travolgere le conquiste sociali e ricacciare in una posizione subalterna il grande mondo del lavoro. Il progresso economico non si traduce automaticamente in progresso sociale. Ciò comporta sempre una rotta, un intervento attivo di forze politiche, sociali e sindacali. Le libertà economiche sono il presupposto della libertà politica. Il laissez-faire, la corsa verso uno sviluppo capitalistico incontrollato e selvaggio sono l’anticamera del disordine, della esasperazione sociale e delle crisi». 
Concludo: sono certo che di qui a breve si ricomincerà a parlare di Pantheon della sinistra. E’ un gioco che secondo me è inutile e semplicistico. Ma tant’è. Sarebbe però opportuno che quando si inizierà a fare l’elenco, qualcuno si ricordasse di Bettino Craxi, che è stato ed è rimasto sempre un socialista, un europeista, un patriota, un uomo di sinistra.

Categorie: Analisi

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