Contro l’europeismo ottuso

Pubblicato da Redazione il

Ci sono concetti che sono come la gramigna. Una volta che iniziano a diffondersi è difficile poi estirparli. Uno di questi è l’idea che l’Europa sia necessaria perché i piccoli stati nazionali in un mondo di giganti (Cina ed India) non hanno futuro. Di qui il dovere di aggregarsi, unirsi, per acquisire massa, volume, peso specifico per vincere la competizione economica. Ebbene questa idea è una stupidaggine e preoccupa sentire le massime cariche dello Stato ripeterla acriticamente. Da europeista convinto dico che difendere l’Europa in questo modo è fallimentare anche perché in quel concetto c’è insito un economicismo vuoto: di per sè non è la massa a contare, ma, anche dal punto di vista economico, le istituzioni liberali e democratiche che strutturano un soggetto politico e la capacità di queste istituzioni di risolvere i problemi dei cittadini. 
E’ necessario ricordare che fu la minuscola Atene a sconfiggere lo sconfinato impero persiano o ricordare quello che ha fatto un villaggio di pastori come fu Roma? E’ necessario richiamare il precedente della repubbliche marinare e lo straordinario esempio di Venezia o Genova che da sole dominarono il mediterraneo? Ci siamo dimenticati di quello che ha fatto Firenze? In Europa, uno stato periferico e minuscolo come il Portogallo ha creato il primo impero globale. Un paese precario come l’Olanda è diventata una potenza europea e mondiale. Ancora oggi nella classifica degli Stati più ricchi ai vertici ci sono paesi come la Germania (80 milioni di abitanti), la Francia (66 milioni) e l’Italia (60 milioni). Il nostro caso poi è ancora più emblematico, siamo un paese dall’orografia disastrosa, senza risorse naturali, senza materie prime eppure le città libere dei liberi comuni italiani, incunaboli della democrazia dei moderni, hanno prodotto una delle più straordinarie civiltà della storia, mentre giganti come Russia e Cina sono rimasti per secoli silenziosi ed immobili. 
Questi miracoli sono stati possibili perchè un insieme di istituzioni politiche e giuridiche ha creato un ambiente nel quale la libertà, lo spirito critico, l’intraprendenza hanno potuto fiorire.
E’ nota la battuta di Orson Wells, ma il concetto è anche in Guizot e in Burckhardt, «In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerra, terrore, omicidio, strage ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, con cinquecento anni di amore fraterno, democrazia e pace cos’hanno prodotto? L’orologio a cucù». 
A che serve dunque l’Europa? Da una parte, ad evitare che ritorni la guerra fratricida tra i popoli europei che di fatto ci ha condotto all’autodistruzione (l’esempio svizzero), e dall’altra creare le condizioni istituzionali perché la più importante civiltà della storia ritorni a fiorire (l’esempio italiano). Una Unione che diventasse un Moloch dispotico come lo furono gli imperi asiatici sarebbe un male da combattere con la stessa forza degli egoismi fratricidi del passato.
Come tutte le cose umane l’Unione non può essere considerata, a meno di non voler rinnegare l’illuminismo su cui si fonda la nostra civiltà, un dogma di fronte al quale genuflettersi, ma uno strumento che serve a raggiungere dei fini. Quali? Pace, certo, ma anche progresso economico, tecnologico e sociale, affinché tutti i cittadini del vecchio continente abbiano pari dignità sociale. 
L’Europa non è una formula da ripetere salmodiando per salvarci l’anima. E quell’europeismo da obesi (grossi e felici) che ora si va ripetendo, e che sentiremo più e più volte nei prossimi giorni, è un concetto pericoloso, stupido e dannoso, che non salverà certo il più grande esperimento politico della storia dell’umanità dalla sua crisi. L’europeismo ottuso è pericoloso quanto, se non di più, il sovranismo straccione e miope che va ora di moda.

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