Conservatori e progressisti

Pubblicato da Redazione il

Sta quasi diventando un luogo comune l’idea che le categorie di destra e sinistra siano ormai superate, obsolete, relitti del secolo scorso.
Altre sarebbero le fratture che separano le forze politiche. Così, secondo alcuni, come Gideon Rachman del “Financial Times” la distinzione andrebbe fatta tra i sovranisti e gli internazionalisti. Per altri, è il caso di Romano Prodi, da una parte ci sarebbero le élites urbane colte, dall’altra le masse rurali incolte.
Sono distinzioni suggestive ma che francamente lasciano il tempo che trovano, dato che – scava scava – entrambe possono ricondursi alla classica distinzione tra destra e sinistra.
All’osso: da una parte ci sono quanti sono usciti sconfitti, non per loro colpa, dalla competizione economica, e sono a tutti gli effetti le vittime della questione sociale, i quali pertanto premono per una trasformazione più o meno radicale dello status quo, che li svantaggia. Tradizionalmente questo è il compito che si sono assunti i partiti di sinistra. (Confesso che l’idea di sinistra di Bobbio come partito dell’uguaglianza non mi ha mai convinto).
A destra invece ci sono coloro che sono usciti vincitori dalla lotta economica e intendono pertanto conservare così com’è quello status quo che li avvantaggia. Da sempre è questa la posizione dei partiti conservatori di destra. (Confesso che l’idea di destra di Bobbio come partito della libertà non mi ha mai convinto).
Pertanto, a mio modesto parere, le categorie di destra e sinistra sono ancora utili e valide.

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