Sul concetto di Occidente

Pubblicato da Redazione il

Ieri sera sono stato alla presentazione del secondo numero della splendida rivista “Infiniti Mondi” diretta da Gianfranco Nappi e Massimiliano Amato, un piccolo gioiello (a cui auguro tutto il meglio) che è anche un tentativo coraggiosissimo di ritornare ad una politica che sia prima di tutto elaborazione di idee e visioni del mondo.
Tra i tanti interessanti temi emersi nel corso del dibattito tra Andrea De SimoneGiuseppe CacciatorePino Acocella, Giuseppe Cantillo e Gianfranco Nappi (tra i quali il ritorno della riflessione sul Mezzogiorno) ne voglio richiamare due, soprattutto perchè non li condivido: il primo è la crisi dell’Occidente (Nappi), inteso anche come crisi di civiltà (Cantillo). Il secondo è la critica del capitalismo, origine e causa dei mali attuali.
Sulla questione della critica al capitalismo ritornerò in seguito, ma prima voglio dire una cosa: prendersela con il capitalismo ha poco senso. È come se io, dopo aver sbagliato strada per essermi distratto alla guida con il telefonino, mi fermassi, aprissi il cofano e iniziassi a prendere a martellate il motore, colpevole di avermi fatto sbagliare strada. Ecco il capitalismo è il motore, la politica la guida. Se uno sbaglia strada, difficilmente può dirsi che la colpa è del motore.
Per quanto riguarda il primo punto qui bisogna prima chiedersi che cos’è l’Occidente. 
Vediamo prima che cosa non è. Non è certo un luogo fisico: il Giappone, Taiwan e la Corea del Sud sono di sicuro più occidentali del Messico, Venezuela o Libia. Nè è un dato acquisito per sempre, come il caso della Turchia mostra con la deriva neo ottomana di Erdogan. Nè è il frutto esclusivo di una data tradizione storica, come i casi di paesi occidentali in Asia indicano, quel modello è esportabile.
Chiarito cosa non è, ci si deve chiedere che cosa esso è. Per brevità, si può dire che l’Occidente è la “società aperta” di Popper, vale a dire un insieme correlato di istituzioni accessibili a chiunque e trapiantabili ovunque. 
Detto ciò bisogna chiedersi che cosa è questo insieme di istituzioni. 
La società aperta è il frutto raro di un doppio processo, quello di modernizzazione e quello di secolarizzazione. Dove per modernizzazione deve intendersi la frammentazione del potere politico, sia in senso orizzontale, a favore di altri poteri pubblici (è la divisione dei poteri di Montesquieu) sia in senso verticale, a favore di una pluralità di ambiti privati, come la società civile ed il mercato. In sintesi, per modernizzazione deve intendersi la contrazione della cogenza normativa del potere pubblico e del suo “ambito di competenza” e la concomitante esplosione dell’individualismo. 
La stessa logica è sottesa al processo di secolarizzazione, con il quale si deve intendere la contrazione della cogenza normativa del sacro dall’ambito pubblico a quello privato. O, per dirla diversamente, la progressiva dilatazione della sfera del profano a scapito della sfera del sacro. 
Il prodotto creato da questi due processi è pertanto un’articolata e complessa architettura di diritti (lo Stato di diritto), capace di imbrigliare il potere, sia esso politico o religioso, e tutelare l’individuo e gli ambiti nei quali può esplicarsi la sua personalità e creatività. 
Questo vuole dire che, tralasciando tutto il resto e lasciando perdere altre cose, per società aperta deve intendersi pluralismo politico (democrazia), pluralismo economico (capitalismo), pluralismo religioso (laicità), pluralismo culturale (metodo scientifico). Il tutto tutelato dallo stato di diritto e reso durevole dalla garanzia dei diritti sociali, che sono lo strumento per garantire a tutti quelle libertà liberali che nacquero per pochi, attraverso quella che per Dahrendorf è la più grande conquista dell’umanità: lo stato sociale.
Detto ciò, qualcuno può dirmi dove sta la crisi dell’Occidente? Perchè io non riesco a vederla.
A livello internazionale lo Stato islamico o la testa rivolta all’indietro delle fantasie neo ottomane di Erdogan, del neo zarismo di Putin, e dei sogni imperiali di Xi Jinping, non sono altro che dei tentativi (velleitari) di fermare il vento della laicità e del razionalismo occidentali con le mani. Sono in sostanza epifenomeni di un occidente le cui capacità di spandersi in ogni angolo del pianeta sono state potenziate all’ennesima potenza dalla rivoluzione tecnologica.
In altro senso, se qualcuno tenta di scappare dall’Occidente, altri accorrono alle porte di quei paesi che hanno adottato il modello occidentale. Che altro sono le migrazioni bibliche che abbiamo sotto gli occhi se non un modo di “votare con i piedi” a favore di società dove, proprio perchè sono percepite come in costante espansione, si cerca di conquistarsi un futuro che si è certi sarà migliore per sè e i propri figli?
A livello interno si punta il dito contro l’elezione di Trump e del populismo. Ma perchè non si vede la grandiosa opera di frenaggio che le istituzioni pubbliche liberali americane stanno facendo per imbrigliare Trump e le resistenze delle istituzioni “private” frutto di quella autonomia dei sotto insiemi di cui si diceva prima, dalla stampa all’attivismo spontaneo? 
E in Europa? Il pericolo non è passato di certo, ma al momento l’ondata populista si sta ritraendo e se l’America di Trump si chiude, l’Europa si sta facendo alfiere dell’apertura (accordi con il Canada, la Cina e accordo di libero scambio con il Giappone).
Ed infine dov’è la crisi dell’Occidente se quelle istituzioni liberali stanno di fatto producendo strabilianti e quotidiane rivoluzioni tecnologiche che innescano nuove rivoluzioni economiche? Tutte le società aperte stanno crescendo grazie al combinarsi della ricerca scientifica e delle logiche di mercato. 
È tutto perfetto dunque? Certo che no. La distribuzione ineguale delle ricchezze, e quindi delle possibilità, spacca queste società, crea cittadini di serie A, che potranno godere a pieno dell’aria libera delle città, e cittadini di serie B, che dovranno lottare per la sopravvivenza. C’è il rischio che queste spaccature possano ossificarsi e le nostre società aperte si possano trasformare in società di classe.
Non solo, stiamo indebolendo lo stato sociale, garanzia del perdurare nel futuro delle libertà liberali e così rischiamo di sfasciare la stessa società aperta nella quale viviamo.
Dunque i problemi reali ci sono, sono tanti, e vanno affrontati con urgenza. Ma tra questi, secondo me, non vi è né la crisi del capitalismo, né la crisi dell’Occidente né la crisi della nostra civiltà.

Categorie: Analisi

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